Il treno, la gente e l’arcobaleno

In un giorno in cui gli arcobaleni sembrano essere importanti, ecco un video che fa dell’arcobaleno un simbolo di rinascita. Spiegazione: le linee ferroviarie giapponesi avevano chiesto alla gente di “sfogarsi” al primo passaggio del treno Shinkansen che congiunge (finalmente) la punta sud del Giappone con quella nord. Il video doveva essere mostrato in pubblico il 12 marzo 2011. L’11 c’è stata la catastrofe, e il video è diventato (attraverso la circolazione su YT) un messaggio di energia, ricostruzione e fiducia nel futuro” (Luca Signorelli)

A causa degli eventi dell’11 marzo l’inaugurazione dello Shinkansen Kyushu è passata in sordina ma quel che colpisce più di tutto è la partecipazione della gente, la gioia che manifestano i giapponesi negli eventi collettivi. E’ forse questo il messaggio più forte e più presente nei discorsi che si sentono ultimamente. 「一つになる」, ovvero “diventare una cosa sola”, “stare uniti”.

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.Quando si parla del Giappone e della sua cultura si sprecano i discorsi sul privilegiare il gruppo a discapito dell’individualità. Eppure la forza che esprime la collettivita’, lo spirito d’iniziativa che unisce i giapponesi mi commuove sempre tantissimo. C’è fantasia, c’è voglia di vivere e di far sentire la propria voce.

Qui sotto un altro video, parte di un programma televisivo, dedicato per l’occasione al “making of” della ripresa dallo Shinkasen e alle idee della gente per festeggiare il suo passaggio! ^o^~☆


L’ago

Dei luoghi che ti restano nel cuore ce n’è sempre una manciata.

Delle cose per cui vale la pena faticare nella vita, dove faticare non è solo corpo ma è anche mente, ancora meno. Ho sempre pensato, però, che se si è nel posto giusto, si soffre meno e si inventano le parole giuste per affrontare tutto.
Credo sia questa la ragione per cui ho sempre una gran paura di lasciare Tokyo, anche solo per qualche giorno. E’ la città, il suo ritmo a cementificare l’ago della mia bilancia. Gli estremi della corda sulla quale cammino sicura ormai da anni.

Ci volevano le luci della città, la quotidianità fitta di sconosciuti che ti camminano, corrono e respirano intorno, per farti vivere bene. E vivere “pieno”.
Li guardi i milioni di esseri umani che ti volteggiato intorno e non ti senti sola.
Perche’ io a Tokyo, da qualche anno a questa parte, non mi sento sola. Mai.

A volte parallelamente. A volte sopra, nei tanti livelli di cui è fatta Tokyo. Li vedi gli Altri. Mentre tu pensi ai fatti tuoi e loro ai loro. Inevitabilmente li immagini diversi da quello che sono.

Aspetto martedì. E poi sarà quello che sarà.
Bocca cucita. Lì dove le dita, ultimamente, si sono cucite da sole. Lontano dalla tastiera del pc.
Pazienza, Laura. Pazienza. Che l’attesa fa bene alla salute. Tempra.
Rende persino più forti. E tolleranti nei confronti del ritmo tutto proprio della vita.

*In fotografia le rotaie della Tozai Line, dal treno in corsa; l’edera che cresce rigogliosa intorno ai muri del mio caffè prediletto e un cagnolino che aspetta la padrona.


Elettrocardiogramma del vivere in Giappone

Ed ecco infine il mio video preferito, che non è un time-lapse bensì una dichiarazione d’amore.
E così si chiama “Caro Giappone”, “Dear Japan” (親愛なる日本) by Matthew Brown. Un documento in immagini dalla colonna sonora suggestiva.
Sono istanti di un paese che, chi (da straniero) abita per scelta, ha vissuto, ha visto, ha assaggiato, ha masticato, ha annusato, ha toccato. Ha sentito.

Dear Japan (親愛なる日本) from Matthew Brown on Vimeo.

Ieri parlavo con una persona delle difficoltà del Giappone. Che accoglie, ma con lentezza. Che l’impazienza qui non paga e crea, bensì, salatissimi debiti in termini di solitudine e frustrazione. Ma è così solo all’inizio del percorso.

Ognuno ha una sua storia tutta personale da raccontare nel rapporto instaurato con questo paese. Per chi inizia a viverci, nelle prime fasi è spesso euforia, novità a secchiate e sfida. Poi, d’un tratto, si inizia a scendere, la luna a calare. Si iniziano a percepire le difficoltà che, in verità, non sono affatto poche. A volte sono mesi, a volte anche uno o due anni, in cui non si sa se andare via o restare. Perchè sarebbe tutto più facile in Europa. La lingua, la comunicazione, gli affetti.

Ma poi si riprende a salire e non è più così dura. Non si arriverà mai forse ai picchi iniziali ma è giusto così. Perchè tutto si svela, a poco a poco, e ciò che non lo fa lo si impara ad accettare.
Questo non è il paese del “tutto e subito”. La felicità qui a Tokyo bisogna sapersela guadagnare. Così come un lavoro buono. Perchè UN lavoro lo si trova, ma IL lavoro costa tanta fatica tanto quanto altrove nel mondo.
Anche l’amore, spesso, arriva con difficoltà. Ma quello è un problema decisamente più femminile che maschile.

Un elettrocardiogramma che va in su, poi bruscamente in giù, che poi risale lentamente e si assesta su un’altezza medio alta. Da lì in poi sono i normali alti e bassi della vita. Ma per chi ama davvero questo paese il medio è comunque sempre assai elevato.

* In foto uno scatto a Kamakura, durante la Golden Week.
** Grazie a Valerio che, tanto tempo fa postò questo video su fb e me lo fece conoscere.


Tokyo ha gli occhi belli

Quei pomeriggi di grazia in cui la citta’ sembra fatta su misura su di te. Neanche un bottone di troppo a stringere il colletto, i denti della cintura che mordono solo il necessario, la lunghezza della gonna che non intralcia i passi ma li rende piu’ leggeri.

Tokyo oggi aveva gli occhi belli e un’espressione piena di luce. Come quando sembra che piova e poi non lo fa e si gioisce della minaccia non concretizzata. Perchè il cielo plumbeo e l’odore della pioggia che non cade hanno per me un fascino non indifferente.

Forse è l’essere semplicemente grati al tempo che si ha a disposizione, forse è l’aria che già profuma d’estate ma oggi pomeriggio ero felice.

Assorta nel lavoro e nei miei ragazzi è passata la mattina. Prima e seconda ora. Una lunga chiacchierata con l’insegnante di spagnolo nel piazzale dell’università e il ricordo delle urla assorte nel kendō stamattina. Perchè la prima ora è faticosa ma ripaga.

Proprio accanto all’entrata del campus c’è la palestra dove i ragazzi la mattina presto, prima dell’inizio delle lezioni, si esercitano nel kendō.

Li senti urlare, le ragazze soprattutto, ed è emozionante immaginarli dentro alla loro armatura (bogu) mentre impugnano il lungo bastone (bokken) con cui colpire l’avversario.

Così a piccoli passi, sbocconcellando i dolcini comprati nella panetteria dentro la stazione, entro nel viale di ciliegi dell’università e, per l’ennesima volta da anni a questa parte, mi sento sfacciatamente fortunata.

Pranzo al mio solito caffe’ perchè lì mi rilasso e poi di ritorno a Kichijoji per cercare una concentrazione che oggi sembrava proprio non baciarmi. Ma poi è arrivata ed ho reso il tempo produttivo.
Studio e un po’ di scrittura perchè se non vado avanti col racconto non mi sento bene.

E poi le strade di Kichijoji per una passeggiata di quelle che mi capitano raramente da quando c’è la Gigia. Perchè voglio correre da lei e lasciarla meno tempo sola ad aspettare. Ma la Gigia ora è dai nonni e torna dopodomani e il tempo è tutto per me.

Il pomeriggio a Kichijoji, sì. La passeggiata durante la quale ho incontrato il nuovo libro della mia scrittrice preferita negli scaffali di una libreria, ho affittato “Mangia, prega, ama” da Tsutaya e poi ho comprato linguine e spaghetti tornando verso il parcheggio delle bici.

Un nuovo negozio ha aperto su Nakamichi ed è colmo di colori. Vende articoli per la casa e noi, che abitiamo in un piccolo appartamentino, manchiamo di spazio per poter godere dello “shopping delle cose”.

Mi basta cercare e trovare la macchinetta fotografica tra le branchie della borsa, spingere due tasti e scattare. E quelle cose sono mie, senza spazio da occupare.

*In foto ancora Kamakura, poi Kichijoji (un pachinko che si chiama “Palazzo”), una fotografata di kendo trovata su questo sito e il nuovo negozio di Nakamichi.
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Kamakura, goccia a goccia

Una bellissima giornata tra Kamakura e Kita-Kamakura prima da sola, a scrivere in uno stupendo Starbucks all’uscita ovest della stazione, poi con una cara amica che non vedevo da tantissimo tempo e infine con la mamma di Ryosuke.

Colma di gente, fino all’ultima goccia. L’ultima goccia e il vaso trabocca. Così diviene complicato persino camminare e ogni distanza richiede il doppio del tempo.
Il tono di voce piu’ alto e una curiosa attenzione alla direzione della bocca, perchè le parole giungano sane e salve alle orecchie del destinatario.

E’ stranamente faticoso parlare in italiano. Ryosuke mi spiega che è una questione di diaframma. Che l’italiano sfrutta l’ispirazione diaframmatica mentre il giapponese quella toracica,

E comprendo perchè per me sia tanto più rilassante fisicamente parlare in giapponese. L’italiano è colmo, a sua volta, di un’emozione e di un relax mentale differente.

Due salse, l’una accanto all’altra, ugualmente deliziose in cui intingere la punta delle bacchette. Nel ristorante di tofu dove ha prenotato la mia amica per pranzo.

Poi è la volta del gelato del Brigante. Perchè se la pizza italiana per me è a Eifukucyo, il gelato è a Kamakura da Emiliano. La nocciola strepitosa, la carruba e un ricciolo d’espresso, regalino della casa.

Riprende la nostra passeggiata fino al tempio Tsurugaoka Hachiman-gū (鶴岡八幡宮) dove ci siamo sposati nel novembre 2009 Ryosuke ed io. E’ sempre emozionante percorrere quel viale. Vedere i risciò passare e ricordare la mattina in cui c’eravamo sopra noi in abito tradizionale diretti verso la cerimonia. Io con la pesantissima parrucca in testa, Ryosuke nel suo splendido kimono…

“Sensei?” mi chiama da sinistra una voce squillante. Brillante. E’ una studentessa del primo anno di una delle università dove insegno. Fatico a collocare immediatamente il volto (perchè sono sempre più di duecento) ma è una gioia avvertire il suo entusiasmo. Ed essere fermata lì accanto al tempio, in mezzo ad un mare di persone mi conferma che l’atmosfera che si respira in classe è quella giusta. 

E il pomeriggio continua …