Sakura 二

 Basta amarla Tokyo e perseverare fino a che non la si è capita. Perchè poi, quando accade, ti restituisce i sogni elevati al quadrato e non ti rimane che godertela a fondo.
A cucchiaiate. O tirando su con la cannuccia litri di bellezza.

Si passeggia con il naso all’aria in questi giorni. Si va spesso nei luoghi conosciuti, più famosi, per fare hanami ma poi a viverci dentro si scopre che Tokyo è piena di ciliegi e basta prendere un treno di una linea qualsiasi per scoprire come il territorio sia picchiettato qui e là di rosa.

Non c’è bisogno di andar lontano. Basta il cortile di una scuola, il lungo viale che porta alla stazione, un campus universitario, un parco, il verde intorno a un ospedale. Un cimitero.

  D’inverno i ciliegi sono spogli, ammasso di marrone e di rami appuntiti come aghi ma poi, d’un tratto, prima ancora che spuntino le foglie, ecco che vengono fuori i boccioli.
E senza neanche accorgersene ecco che una strada si trasforma e mai, senza saperlo, avresti immaginato quel mutamento.

 Come accade nei film americani dal meccanismo tanto facile quanto godibile secondo cui una ragazza, bruttina all’apparenza, viene d’un tratto a trasformarsi divenendo la più bella della scuola.
Il ranocchio che si tramuta in principe in un balzo. La stessa velocità. La stessa sorpresa.
Ciliegi di numerose varietà che sono bianchi o rosa, d’una tinta leggera o intensa e che, a seconda della luce, mutano colore. 

Da alcuni giorni esco di casa solo per scoprire la città. Non manca nè il tempo nè la voglia e mi ritrovo ad essere turista nella mia città.
Ma a Tokyo è facile. E’ tanto immensa che una vita intera non la consumerebbe.

  Non mi basta. Non mi basta mai. Sono innamorata, ogni anno di più.
  L’amore non è sempre originale. No, anzi, il più delle volte è banale. E così anche le parole finiscono e non resta che stare – in silenzio – a contemplare.

Sakura 一

È la massima fioritura.
I giorni che sputano non fuoco ma petali di ciliegio.

Stamattina sveglia meno presto di quel che avevo architettato e dopo aver svolto i gesti del mattino, quelli piacevoli in cui la casa la sento cosa mia più di ogni altra ora del giorno e della notte, sono uscita.
Un fresco che punge e poi un sole che cura dall’oca e dalla sua pelle.

Nakameguro. Prendendo la nuova linea ferroviaria che tanto ha messo su di giri Tokyo la scorsa settimana. Intere linee che si sono spostate da un piano all’altro e molti, come me, ancora vagano, sottratta loro l’abitudine della direzione.

Scendo a Nakameguro e c’è già profumo di primavera. Lungo il fiume è il tripudio. Lampade con su scritti nomi di esercizi commerciali, aziende.

Quanto presto sono sbocciati questi ciliegi? Ben due settimane di anticipo rispetto allo scorso anno e tutti i piani son saltati.

E allora di corsa, contro ogni calendario.

Amo il mio lavoro per molte ragioni. Una delle quali è il fatto di avere tante settimane di vacanza l’anno che mi permettono di fare viaggi ma anche di godermi la città, di salire e scendere dai treni come in questi giorni. Pigiare la Suica e passare oltre i tornelli, guardare le notizie la mattina in tv e correre ad accertarmi della bellezza delle cose. Con i miei occhi e la lente della mia macchina fotografica.

Amo Tokyo. E’ la mia città. Che mi regala in primavera luoghi così in cui riesco persino a commuovermi, e persone, come il ragazzo del piccolo caffè itinerante Hidari Pocket (la tasca di sinistra), con cui chiacchiero mentre mi prepara il cappuccino “SAKURA” che diventerà in pochi istanti uno dei miei scatti preferiti.

  Parliamo dell’Italia, del caffè, del giapponese, dei quartieri di Tokyo, dei ciliegi e, senza neppure accorgermene, gli racconto la notizia meravigliosa che ho ricevuto giorni fa e che aspetto ancora un pochino a “confessare”.

Che bello parlare agli sconosciuti, raccontarsi ed ascoltare le loro storie.

Libri per bambini a disposizione, per una lettura leggera e dolce dolce mentre gusto questo cappuccino delizioso.
C’è anche Kiki, le poesie di Miyazaki Hayao, bimbette con grossi ombrelli con cui ripararsi.

“Tornerò” gli dico. Ed è così.
Magari già la prossima settimana.

Saluto, afferro un panino al volo e … Ueno a me!

♪ さくら、森山直太朗

 


Sapporo e del 「季節限定」

Se fosse un sapore sarebbe quello speziato e liquido del soup curry スープカレー, la consistenza solida del riso, quella pastosa delle patate, la sensazione granulosa delle pannocchiette tra denti e lingua, la croccantezza del formaggio arrostito in una sfoglia sottile. Poi sarebbe il gusto accomodante della melanzana, quello setoso della carne di pollo che si scioglie sul palato.

  Sapporo per noi è soprattutto un sapore che, in alcuni fine settimana pigri di Tokyo in cui non sappiamo deciderci dove andare a mangiare, torna alla bocca. Desideriamo allora tornare da Dominica, scovare questo ristorantino senza la difficoltà della prima volta, impugnare la maniglia della piccola porta di legno ed entrare nell’India giapponese che non è più India ed è ormai, e del tutto, Giappone.

Rincorriamo da sempre il cibo. Piacere del palato e del corpo tutto.
Ci piace soprattutto ciò che è limitato nel tempo e che i giapponesi riassumono in una espressione precisa  季節限定 (kisetsu gentei) se la limitazione si riferisce alla stagione, 期間限定 (kikan gentei) semplicemente alla durata  – o 地域限定 (chiiki gentei) se invece essa è relativa alla regione. Perchè rende più piacevole la vita, sottolinea la necessità di goderne in quel preciso istante e spinge anche i più abitudinari a fare nuove esperienze.

La scadenza del kisetsu gentei è il tempo che perde il cerchio e si fa linea, di cui quindi è possibile concepire una conclusione e non l’infinito ripetersi. È la scusa per cogliere il momento: “tempus fugit”, “carpe diem” dicevano i latini, 「時は金」 (toki wa kane) dicono i giapponesi riprendendo il nostro detto “il tempo è denaro”.

L’oggi che in questo secolo liquido sembra un continuo presente e che nelle grandi città offre tutto sempre, fragole in ogni stagione, frutti tropicali, pesce che in mare starebbe ancora lottando per riprodursi e prosperare. Avere tutto sempre, come se i desideri avessero il diritto di essere perennemente soddisfatti, confonde, a volte persino castra la voglia di provare nuove cose.
Perchè sono lì, sempre ci saranno e non c’è fretta di provarle. E invece sentire il tempo passare, le stagioni scambiarsi di posto a volte persino con la velocità di certi giochi di sedie e di bambini, fa bene. Che abbia il sapore di una bevanda ai fiori di sakura, del sushi di polpo, del tempura di nanohana non importa. Purchè accada.

Per noi viaggiare è camminare e poi mangiare. Fare fotografie e poi fermarsi ad un caffè per scrivere (io), per leggere (lui). La neve rallenta i passi, rende goffi gli scarponi che procedono su venti, trenta o più centimetri di neve ormai ghiacciata che ricopre quasi tutti i marciapiedi. Sembra di camminare sospesi, in bilico tra la terra e il cielo, che le ha sbrodolato addosso tanta neve.

Per noi Sapporo è anche andare al cinema, vedere film che abbiamo rimandato a lungo perchè a Tokyo i weekend sembrano finire troppo presto e c’è così tanta voglia di fare e di vedere che chiudersi in una sala buia sembra un peccato capitale. Ma in vacanza abbiamo il tempo dalla nostra, in una quantità che ci vizia.

Andiamo allora verso l’ex fabbrica della birra che prende il nome dalla città (la Sapporo Beer), un complesso che è stato completamente rinnovato ed ora ospita un centro commerciale arioso e pieno di luce. Anche la sera mangeremo soup curry perchè conosciamo un altro ristorante delizioso. Fuori intanto continua a nevicare. Fiocchi grassi, generosi.

  
  Un’altra notte in quella stanza, in quel letto ampio e profumato. Domani partiremo, verso un altro spicchio dell’Hokkaido. Hakodate.

♪ GLAY 誘惑

 


Sapporo o della neve in festa

È un’ambasciata di pace questo giorno che inizia tardi con un forte mal di schiena ma poi nel suo completo vuoto di intenzioni finisce per nutrire. È l’assenza di impegni e la libertà che trasuda un simile progetto.

Mi sveglio tra lenzuola che non sono le mie, in una camera d’albergo a Sapporo, con una inedita gioia addosso. Avevo dimenticato la sensazione che si prova ad essere in viaggio, della vacanza che non richiede gesti. La sveglia non suona, nessuno deve mangiare, l’immondizia non va buttata, l’orologio non detta i minuti, il treno non aspetta e non parte, il giorno non muore.
Dopo settimane frenetiche è come rinascere in un letto.

Sono i giorni giusti per essere a Sapporo in inverno. È il sei di febbraio e il Festival della Neve 「 雪まつり」 è appena iniziato. È un evento che chiama turisti da tutto il mondo, ammalia di neve e ghiaccio gli sguardi ed è tutto un fotografare. Le sculture sono immense, piani di palazzi e la sera s’illuminano delle sfumature del giallo e del blu.
Un viaggio nella leggenda di Ise; il palazzo imperiale tailandese; mascotte di provincia e personaggi di fantasia come Totoro o Kumamon. Si tiene nell’Ōdōri kōen 「大通公園」, un parco lungo e sottile che si raggiunge in pochi minuti dalla stazione.

Oltre alle sculture che si ergono imponenti al centro e ai corridoi laterali in cui camminano lenti i visitatori, vi sono decine di negozietti di cibarie da gustare sul posto, in piedi, con la fame ingorda e superflua del turista. Poliziotti gestiscono il traffico indirizzando la folla da un lato all’altro delle strade che spezzano il parco in due grossi blocchi.

 L’Ōdōri kōen, letteralmente “il parco del grande viale”, è stato costruito nel bel mezzo della città per fugare il pericolo di incendi di enorme portata, di quelli che spazzano via quartieri interi, di quelli che i giapponesi temono più di ogni altra cosa. Lo spazio spezza il fuoco, il vuoto ne placa il furore.
Per molti dei gesti umani vi è una spiegazione: cercarla è ogni volta motivo di fascino e di scoperta.

 Sapporo viaggia in sotterranea lungo la rete di gallerie che collegano la stazione alle strade antistanti, così da evitare la neve che si fa aggressiva, una tormenta, tanto da chiudere occhi ed ombrelli.
Sono stradoni che corrono dritti, senza incertezze, ma il passo dell’uomo è a singhiozzo. È colpa dei tanti semafori che scattano a una velocità che non è facile sincronizzare con il proprio procedere. E fermarsi a zero gradi o anche meno ad un angolo di strada non può rilassare.

 Sapporo è anche la città il cui suolo è inciso dai binari dei tram, vagoni decorati come ogni cosa in questo paese fantasioso. Uno ha stampati sopra disegni fumettosi, un altro ha fanali come occhi, sopracciglia ed orecchie: è un cagnetto, un wan-chan ワンちゃん, che scivola tra un tempio e una galleria coperta lungo un vialone poco alberato.

Così al groviglio di pali della luce che sono trademark del Giappone di oggi vi si aggiungono, in mezzo alla via e sospesi nel vuoto, altri fili cui s’appende febbricitante l’elettricità dei tram.

Lunghi viali di insegne che – letteralmente – insegnano come le grandi città giapponesi vivano non solo dell’orizzonte ma anche della perpendicolare verticale, intersezione di rette. Cartelli di ristoranti, lavanderie, agenzie di viaggi, parrucchieri, juku, cartolerie. Eccetera, eccetera, eccetera. Tutto compatto, dal basso all’alto a sfruttare ogni briciola di spazio.

È un viaggio che organizziamo all’improvviso per riparare la mancata partenza per l’India. Ma l’Hokkaido non è mai un ripiego per noi che tanto lo amiamo, come un’appendice costante dei nostri desideri.

(fine prima parte)


♪ 60s 黒木メイサ CM KATE カネボウ ケイト Spider Line篇