Informazioni TOUR “Wa. La via giapponese all’armonia” 8-9-10 novembre

Ecco di seguito le informazioni dettagliate del Tour e della possibilità di procurarsi copie dedicate in tutta Italia.

 7 novembre

Il 7, a Milano, dopo aver acquistato un paio decente di scarpe in compagnia, spero, della mia amica Stefania, dopo un pranzo di lavoro e un gelato in compagnia, corro da Cristina Di Canio a La Scatola Lilla per firmare le copie di Wa per chi le avrà ordinate da lei. Nessuna presentazione o incontro stavolta, ma quel luogo è troppo speciale per non andarci in pellegrinaggio quando si passa a Milano.

8 novembre

L’8 novembre sarò prima ospite di Pinocchio a Radio Deejay, e già “solo” questo sarebbe valsa tutta la gioia del viaggio, e la sera sempre con Pina presenteremo insieme il libro da Eataly dalle 19.30. Mi batte forte forte il cuore già ora. Quindi se dico sciocchezze e parto a parlare dell’India o del Cile anziché del Giappone, “sapevatelo”, è l’emozione che ha il sopravvento. Tutti i dettagli qui

9 novembre

Il giorno dopo sarò invece a Torino, grazie all’ospitalità dell’amata Marianna Zanetta e della sua bellissima libreria Inari e alla presentazione di Fabiola Palmieri (Repubblica Torino) presso Centro Studi Argo (Via Bertola, 47). L’evento inizierà alle 19.00.  (tutti i dettagli qui) E DIRETTA STRAMING della PRESENTAZIONE sulla pagina di INARI!Con Marianna parliamo di questo evento da mesi, da quando Wa era ancora in bozza e si architettava di presentare invece Non oso dire la gioia. Ovviamente trovate da lei a Torino e da Cristina a Milano anche questo libro che è stato molto apprezzato dalla critica e assai amato dai lettori (tanto da guadagnarsi in un mese una ristampa) per il suo connubio di Oriente e Occidente~ (grazie grazie grazie).

10 novembre

La mattina dopo mi rimetto svelta svelta sul treno e dalle 11 sarò a Padova a presentare WA da Banzai, da Fabio Ceraolo il cui entusiasmo ha conquistato a tal modo la sottoscritta e Vallardi che, benché non fosse proprio in programma, ho deciso di andare a trovarlo. Per chi abita in zona, Venezia compresa, e ci tiene a gettarsi a capofitto in atmosfere del Sol Levante, non resta che mettersi in viaggio, come la sottoscritta, e venire a trovarci.

Copie firmate, dedicate in tutta Italia

Chi non abita a Milano, Torino o Padova o chi comunque non può venire alle presentazioni in quei giorni e orari, chi desidera, magari come regalo di Natale per un parente o un amico, una copia firmata o dedicata, ha due possibilità ovvero acquistare il libro da:

  1. La Scatola Lilla di Cristina di Canio
  2. Inari di Marianna Zanetta

Il prezzo è di copertina e la spedizione – in tutta Italia – è gratuita. Contattatele con rapidità!

Ovviamente, chi vuole farsi firmare o vuole regalare con dedica anche Non oso dire la gioia (e, chissà, magari se lo si reperisce anche Tokyo orizzontale) basta lo ordini sempre da loro seguendo le stesse modalità.

Allegate, secondo le istruzioni di Cristina e Marianna (che potete contattae) anche qualche riga di storia al vostro ordine, ditemi un pochino chi siete. Così la dedica mi riesce meglio~ Scrivete a loro, contattandole su fb o sul loro sito delle librerie.

 


Wa. La via giapponese all’armonia

È nato in sordina, come un ruscello che scorre sotterraneo per anni e, solo dopo una strenua preparazione e un lungo temprarsi, riesce a sfociare nel mare.

È uscito in libreria Wa. La via giapponese all’armonia (Vallardi), compendio di quanto ho appreso e vissuto in 15 anni di Giappone.

Pieno di riferimenti costanti all’etimologia delle parole-mondo selezionate e insieme alla vasta letteratura occidentale e soprattutto giapponese che le prende in esame, Wa è un libro che serve portarsi dietro in ogni viaggio nel Sol Levante, perché aiuta a decifrare il suo popolo che, a molti, appare ancora profondamente “incomprensibile”.

Wa è pertanto una guida non ai luoghi fisici del Sol Levante, ma al cuore dei suoi abitanti, anche a quegli atteggiamenti che risultano a molti “contraddittori, strambi, sbagliati” semplicemente perché non ne posseggono la giusta chiave di lettura.

Aiuta a demolire pregiudizi, ad andare al “cuore” delle cose.

 Sono 72 parole-mondo – 72 come le 72 stagioni dell’antico calendario lunare – per sciogliere come petali di ciliegio nel cerchio di una tazza d’acqua bollente, il kokoro こころ・心 dei giapponesi, una parola che nella traduzione appare come “il cuore e la mente”, due concetti che in Occidente stanno agli antipodi, ma che nel pensiero del Sol Levante sono racchiusi nell’abbraccio di un solo nome.

 Proprio l’intraducibilità di una moltitudine di parole rivela la forza della lingua giapponese che, esplorata attraverso l’osservazione dei suoi kanji e delle storie di creazione che le investono, riesce anche a fornire preziosi suggerimenti sul sentire in generale, in ogni cultura.
 Non serve infatti essere giapponesi o vivere a Tokyo per immaginare una felicità piccina e ripetuta come tanoshimi 楽しみ, la saggezza del confine che allarga il mondo di gentei 限定, la capacità di ritrovarsi smarrendosi per strada di michikusa 道草, la sensazione di malinconica tristezza che feconda ogni felicità in mono no aware もののあはれ.

Wa sono 72 parole che si intrecciano in modo inestricabile e che, smontando una serie di stereotipi sul Sol Levante, forniscono spunti per vivere meglio, in pace con un ambiente nel quale far convogliare, in pari misura, impegno e aspettativa.

La felicità è sempre a portata di mano, talvolta mancano solo le parole giuste per chiamarla a sé e darle un nome.

Ho avuto pudore per tantissimi anni di raccontare il Giappone, in una forma “definitiva” come è quella di un libro e tuttavia, una serie di incontri e discorsi scaturiti dalla pubblicazione di Non oso dire la gioia (mai titolo fu più azzeccato!) mi hanno convinta a una rilettura, a una ricerca minuziosa di tutto quanto avevo appreso in questa porzione immensa di vita giapponese.

 E poi la grafica ha preso per mano la scrittura, ha illuminato la bellezza insita in ogni pezzo del tragitto che porta al Giappone, un paese la cui cultura merita uno studio approfondito, una elaborazione a partire non soltanto da fonti occidentali, ma anche giapponesi. Ecco, la forza di questo libro volevo fortemente fosse anche qui, non solo nell’esperienza diretta e quotidiana del Giappone ma anche nel rigore delle letture che mi hanno accompagnata per anni, nel punto di vista non solamente di autorevoli scrittori e studiosi stranieri, ma anche di poeti, sociologi, filosofi giapponesi. Questo perché mi sono accorta nel tempo – complice il dottorato alla Tokyo University of Foreign Studies – che leggere del Giappone in giapponese dona punti di vista che spesso restano interdetti a chi legge solo in inglese o francese.

E nel vederlo sbocciare, la notte prima della pubblicazione, venire a sapere che la Spagna ha comprato i diritti di Wa e che, a breve, uscirà quindi anche in spagnolo. Riconoscenza allo staff Vallardi, a tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di questo volume di cui vado immensamente fiera. È questo il mio Giappone, lo tengo per mano, lui tiene per mano me. Ed è un Giappone che fa bene, mette addosso serenità ed allegria, voglia di fare.
Sfogliatelo, sbirciatelo in libreria, fatevi coccolare un po’.

 

E…

… contro ogni previsione verrò in Italia per un tour fulmineo. Insegnando, come molti di voi forse sanno, in varie università di Tokyo, non posso assentarmi più di una settimana, e i miei piccini – anche quello di un anno che continuo oltretutto ad allattare – restano a casa con il papà, quindi più di 5 giorni non li posso proprio lasciare.

Devo ringraziare Pina che mi ha voluto fortemente lì, e così Vallardi che mi ha generosamente finanziato questo incredibile viaggio che mi vedrà così dipanata nei quattro giorni che trascorrerò in Italia:

 

 INFORMAZIONI #tourWa #Warmonia a questo link

***Il libro lo trovate in tutte le librerie e, se online, qui https://amzn.to/2OrNifH (cartaceo) e quihttps://amzn.to/2OwAX9R (ebook)


一期一会 o dell’ultima volta.

«È l’ultimo giorno, è l’ultima volta»

一期一会 ichi-go ichi-e

«Una volta, un incontro»

Questa mano che si allinea al cellulare, lo scansa.
La tazza di maccha macchiata di saliva. La briciola d’oro che tocca le labbra.

Entro in un caffè con mio figlio. Lui ha tre anni, lui pretende un kakigori fuori stagione. Lui pretende innanzitutto che la gioia arrivi ogni giorno, in ogni momento, senza recinzioni. Il kakigori, nello specifico, è colpa di un bel ricordo cucito sulla pelle dell’estate, insieme con la madre e il padre. Con Ryōsuke e con me.

Trovo sul bordo della tazza la sbreccatura riparata con l’arte del kintsugi, la ferita che si fa bellezza d’aggiunta.
Eccomi, sono in Giappone, non faccio che dimenticarlo. Questa è “solo” la mia bellissima casa.

「今日は最後だ」
«È l’ultimo giorno»

一期一会 ichi-go ichi-e
«Una volta, un incontro»

La mattina la sveglia, in questo budello di mondo che si chiama Giappone, prima che l’alba alzi la mano, dichiari la sua presenza. Esco nel buio, l’autunno che avanza come un soldato in licenza.
E anche il treno è affollato, la gente straripa.
La Yamanote che da Ikebukuro s’alza e corre di filato verso la prossima tappa, mi ricorda i giri in tondo che facevo appena arrivata. Avevo vent’anni più un quarto, meno due, meno uno. Volevo vedere tutto, ero affamata di vita. Ero ingorda di Tōkyō.

Da Shin-Okubo, il quartiere coreano, la Yamanote pare spiccare il volo e incanalandosi a velocità sostenuta – ma rallentata verso la banchina – a sinistra dà l’impressione di scontrarsi con la Linea Sōbu, quella gialla, che si affianca, con i medesimi finestroni trasparenti, la gente basculante e appesa come tanti piccoli okiagari-koboshi.

「今日は最後だ。最後の人生だ。」
«Oggi è l’ultimo giorno, è l’ultima vita. È l’ultima volta»

一期一会 ichi-go ichi-e
«Una volta, un incontro»

Il vicino si muove troppo, fatico a concentrarmi nella scrittura. Pare irrequieto, fruga nervosamente nella sacca, i gomiti s’alzano come ali. In un attimo mi torna in mente Sōsuke che nell’o-furo solleva una gambetta, la piega, poggia la pianta sul ginocchio a formare un triangolo altamente imperfetto.
«Sōsuke è un fenicottero» esclamava radioso, in quella sua terza persona da bimbo che il sé lo distanzia, ne fa l’oggetto di osservazione. Lo studia.

Ho poco tempo, devo concludere questo trancio di scrittura per stasera o non rientro nella mia personale scadenza. Chi pensa che scrivere libri sia una passeggiata si sbaglia. Bisogna leggere dieci volte quanto si scrive, richiede tempo che per principio non si ha. Dargli la priorità fa sentire in colpa. Eppure ogni giorno mi sveglio alle 4.44, anche oggi, solo per questo.

L’uomo che mi è seduto accanto però, ancora e ancora una volta, mi urta il braccio. Perdo la concentrazione, rinuncio.

«È l’ultimo giorno, è l’ultima volta che sali qui, l’ultima volta che viaggi sulla Yamanote, l’ultima volta che potrai sederti su un treno. L’ultima e basta»
Saigo da, saigo da yo!
Pare una nenia, mi annega la testa.

Ed ecco che alzando gli occhi – perché è l’ultima volta, me ne convinco – scopro una figura di donna, delle più stupefacenti. Mi era di fronte e non l’avrei mai notata se non avessi dovuto staccare lo sguardo dalla mia vita per spostarmi su quella degli altri. Più valevole di qualunque parola che avrei potuto scrivere allora, ritrovo nella donna un frammento del libro che stavo scrivendo. Rinvengo persino il raccordo tra la natura viva del mondo e quella virgola d’occhi e di bocca che mi si staglia davanti, Tōkyō che le sfreccia alle spalle, placida nella sua mattina di sole.

Quando il livello di intolleranza supera una certa soglia, la realtà va circoscritta.
Ed ecco il mio personale sistema, sviluppato da un anno circa.
«È l’ultimo giorno» mi dico, anzi me ne persuado. Calo nel personaggio, in quello di qualcuno che abbia una esistenza sradicata dai luoghi, dalle persone, che sia errante e non abbia la possibilità concreta di ritorni. Nell’immaginare quell’ultima volta cambia un po’ tutto.

Ecco allora che nessuna vita più mi trattiene. Sono rappresa su un cucchiaino, su un kanji, in una borsa, sfoglio un libro e ne lascio un pezzetto e penso che è per sempre, che niente tornerà più.
Mi proteggo così dal nervosismo, dall’ira. Dal particolarismo del momento.

Il Maestro Dogen suggeriva si facesse ogni cosa come fosse la prima, ingerire piccolissimi bocconi di cibo, masticarli, assaporarli come li si stesse assaggiando non per l’ennesima, ma per la prima volta. E così Šklovskij e il senso di meraviglia, lo straniamento, la sorpresa, lo sconosciuto che la letteratura ripropone in qualche modo, grazie al fatto che distanzia i fatti che toccano tutti, ponendoli al di là di una vetrina, dove non si tocca. Serve a osservarli per bene, come, appunto, la prima volta.

Ci ho provato. Ho imparato la lezione. L’ho fatta mia.
Adesso però ne ho trovata una variante.
Io tento di partire dal fondo: che sia non la prima volta, ma l’ultima volta.

Al posto della meraviglia che richiede un inganno, uno sforzo di immaginarsi tabulae rasae – creature resettate, senza ricordo delle migliaia di volte in cui si è portato il cibo alla bocca, si è vista la luce inghiottita all’orizzonte, si è dato un bacio – nel piatto io butto la nostalgia di quanto è stato, proprio perché è stato, il ricordo, la malinconia che migliora ogni esperienza anche negativa che si è fatta ricordo.

一期一会 ichi-go ichi-e
«Una volta, un incontro»

Provare, funziona. Provare funziona.