Alcuni luoghi esistono solo in certe ore

«Alcuni luoghi esistono solo in certe ore.

Sugli oggetti che quei luoghi contengono cade la stessa luce, su una sedia una certa curva d’ombra. Come la cucina che spesso vive unicamente nell’ora dei pasti, nelle azioni che sono corollario del cibo, della sua preparazione: per chi viene servito non esiste invece affatto. Nella notte essa si trasforma in un luogo misterioso, privato infine dei suoi scopi, senza cibo ad alimentarne l’utilizzo. Il fischio del frigorifero, di giorno inesistente, si fa sinistro, e si carica del tempo dell’insonnia, delle ore naturalmente inoperose che andrebbero dormite.

Alcune città le si ricorda solo in certe stagioni.

Località balneari visitate in estate, dove tutti indossano il costume da bagno, ampi parei a righe o a sgargianti fantasie, dove ciabatte e sandali di legno sbattono sonori sull’asfalto e si va ad acquistare al forno la focaccia o tranci di pizza da sbocconcellare sotto l’ombrellone; paesaggi di barche attraccate al porto e altre al largo, da ammirare affacciati dal chiassoso lungomare come macchie all’orizzonte, chioschi colorati che vendono sempre e solo granite, gelati e bibite ghiacciate. Lì non vi abita il freddo, nessuno indossa mai maglioni, cappotti o scarpe imbottite, le foglie non mutano colore né s’abbandonano alla via, il silenzio non abita il lido e da questo sale invece costante la musica rimbombante della gioia, dello svago, le grida dei bambini, il rumore secco dei racchettoni, le voci cantilenanti dei venditori ambulanti, gli unici che non esibiscono la pelle e non partecipano all’allegria della stagione.

Accade anche quando si transita in certi quartieri solo di giorno, magari per lavoro, e che poi una notte si scorgono di sfuggita in macchina e li si trova spaventosi, pieni di dettagli, come se si inforcassero un paio d’occhiali che rivelano d’una vita tutta la miseria.

Alcune persone vivono solamente in certi ruoli.

Hanno un unico volto, una determinata espressione e lì si cela tutto quello che ci serve per attribuire loro un posto nel mondo. Non ha senso cercarle altrove rispetto a dove le ricordiamo, si rischierebbe di donare loro uno spessore che non hanno. Così l’avventura di una notte resta limitata a certe ore, di sesso appassionato e di promesse, parole imprevidenti d’un amore che avrebbe bisogno di più tempo, d’altri incontri che però non seguiranno. Potremmo incontrare quel volto d’amante in treno nella folla mattutina, al bancone di un bar mentre consumiamo un cornetto e un cappuccino, e rimarremmo sconvolti da lineamenti che sapevano di notte ma che ora, nella luce impietosa del mattino, si sbriciolano come vampiri al primo sole.

In questa storia, che è forse già accaduta o sta per accadere, che si trascina dietro due paesi, la Roma di un uomo che si cerca e la Tōkyō di una donna che lo trova, vi è la passione degli incontri, il desiderio di sperimentare a fondo la parzialità dell’esistenza.

Si tenterà di raccontare.»

 

da “Prologo”, Non oso dire la gioia, Edizioni Piemme, 2018


La felicità declinata in giapponese

Al caffè, davanti al tavolino dove scrivo degli invisibili personaggi che mi affollano la mente, siede una donna con capelli lunghi, neri e stropicciati, occhi come rubini, truccati di un rosso sfumato che si intuisce soltanto.

Sorbisce lenta una tazza di maccha, un verde che pare strillare tanto è acceso; accanto alla mano un tondo dorayaki che svela la sua polpa, per via di un unico morso che lei gli deve aver imposto distrattamente, prima di dimenticarlo. Il sole varca le vetrate, ma poco, perché questo caffè, sempre un poco in penombra, si lascia appena influenzare dal tempo che passeggia al di là della porta.

È in compagnia di una famiglia, dai lineamenti suppongo sia la sua. La tira per la linea dell’occhio una sorella, un nipote mi suggerisce la medesima curva delle labbra. Tuttavia quel che mi porta a guardarla è un altrove.

È la posa instabile del volto, l’espressione che decide.

È che sorride in superficie, non cala mai sul fondo.

 

Come non fosse sicura di poter mantenere la sincerità di quel sorriso, pare interrogarlo. Ispeziona il cellulare, si isola con lo sguardo pur restando lì, innanzi al pomeriggio, a bambini che non smettono per un attimo di muoversi e parlare, al tempo della vita scambiata con i familiari. Il maccha è abbandonato, il dorayaki con quell’unica orma che resta lì.

Annuisce, eppure la bocca resta muta, gli occhi zitti che paiono invece irrequieti.

Cosa ferma quel sorriso?

Cosa vede questa donna che non vede nessun altro?

Ho scoperto negli anni che la felicità non è qualcosa che si trova, non ha niente di dovuto, è a tutti gli effetti qualcosa che si crea, come il tempo, come una famiglia. È un progetto, fatto di post-it, impegni presi con altri e con se stessi, pause forzate, brevi accelerazioni, chiudi gli occhi e affidati a quanto ti accade! talvolta, tienili bene aperti e guarda cosa è che sta accadendo intorno a te! in altri casi, decisioni su chi è giusto resti nella tua vita e a chi aprire invece la porta, perché possa lentamente andar via.

La felicità richiede capacità, come lame che vanno affilate tutta la vita. Un esercizio costante, ecco cos’è. «Sì», dico piano a Ryosuke, «la felicità richiede capacità».

“Capacità” non solo nel senso di attitudine a contenere – perché è indubbio che ci voglia una sorta di spazio all’interno di sé, tanto che dopo una sottrazione di impegni, una rottura, serve la consapevolezza di star preparando il terreno a un nuovo seme, dissodando la terra per arricchirla di sostanza, disossando la base che deve farsi molle per prepararsi alla metamorfosi e alla gioia -, ma “capacità” anche nel senso di abilità nel maneggiarla, gestirla, mantenerla.

 È un costante esercizio di manutenzione la gioia.

 E allora Ryosuke mi parla della felicità nel sociale che studia, della parola. Apro un libro che ho letto di recente e di questo sentimento declinato al Giappone fa una panoramica chiara (Trampus, A., Il diritto alla felicità. Storia di un’idea, Bari, Laterza, 2008). Quest’uomo che amo pazzamente, anche per tutto quello di infinito che sa più di me e riesce anche a trattenere, annuisce.

«È così»La storia della felicità in Giappone porta sulle sue spalle una lunga evoluzione, soggetta non solo al proprio sentire originale, ma a quella prima rivoluzione sostanziale che fu adottare il sistema di scrittura cinese, finendo per forza di cose per accogliere le sfumature di concetti che erano altrui, in quella frizione continua che si produce tra due sistemi diversi di pensiero. La traduzione è possibile, sempre, nella misura in cui la si consideri alla base imperfetta, incapace, nel salto, di diventare una sola parola. Serve spiegare, aggiungere termini a quel solo che si voleva veder cambiar forma, pur mantenendone intatto il senso.

 In origine era 「幸い」 /saiwai/ “(buona) fortuna, felicità” , dal verbo 「栄える」 /sakaeru/ che significa “prosperare, fiorire; essere fiorente”, allacciando non solo il senso della prosperità a quanto sboccia e cresce, ma al concetto di fortuna cui le società antiche legavano rituali propiziatori per piegarla a sé.

Con l’introduzione della parola cinese 「幸福」 /kōfuku/ i concetti di “fortuna” (幸) e di “grazia divina” (福) si abbracciano in una coppia di kanji, ed è per una intercessione dall’alto che la vita non si interrompe bruscamente, che la morte non sopraggiunge in giovane età, che la salute assiste e la povertà non consumerà una casa.

Arriverà la rivoluzione Meiji, e così l’Illuminismo occidentale, con la sua complessa carica concettuale attaccata all’idea di una gioia di diritto, di una felicità strettamente legata a un discorso politico sul benessere dell’individuo, sul dovere di uno stato di garantirla a tutti.

E il Giappone cercherà ancora una volta di trovare le parole per tradursi concetti provenienti dall’Europa e dall’America. Le parole slitteranno nel significato, e pur utilizzando il medesimo termine si finiranno per pensare cose diverse. Essere stranieri, del resto, non significa proprio questa cosa qui?

Questa torsione del concetto di felicità sfocerà nella Costituzione del 1946, redatta sotto la stretta supervisione americana all’indomani della disastrosa sconfitta della seconda guerra mondiale.

L’articolo 13 della Costituzione giapponese afferma infatti, accanto al rispetto dell’individuo, al suo diritto alla vita e alla libertà, ma anche al perseguimento della felicità, in forme che non sono specificate, perché felicità è un verbo, e la sua coniugazione è strettamente personale.

«tutte le persone che costituiscono il popolo saranno rispettate come individui. Il loro diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, entro i limiti del benessere pubblico, costituiranno l’obiettivo supremo dei legislatori e degli altri organi responsabili del governo».

Ed ecco che una cosa che cambia nome, cambia col tempo anche forma, una cosa che ci sfugge merita particolare attenzione. Perché in tutte le sue evoluzioni perde e acquista qualcosa, e sta a noi, solo a noi individuare la forma che via via essa deve assumere per adattarsi a quel mondo-lingua-cultura che siamo noi.


Battezzare le cose

“L’uomo incomincia ad amare il giorno dopo aver detto ‘amo’.”

Vicktor Sklowskj

 

I bambini dell’età di Sousuke talvolta ti chiamano e poi non ti dicono nulla. Solo chiamarti li rallegra, sapere che ci sei, che rispondi al contatto. Che sempre, se ‘sempre’ è qualcosa che esiste, ci sarai.

«Mamma», sospende Sousuke.

Non vuole nulla, tranne quel sì di risposta. Sei qui, sei presente in questo mio piccolo mondo nuovo? Ci sono, ci sono, mi vedi? Ti vedo, sono felice che sei qui.

«Mama

«Dimmi ciccino!»

Ride poi si volta, pare in quella movenza cancellare con la gomma quel che era e stava per dire. Interrompe, solo per poter all’infinito ricominciare.

«Mamma?»

«Sì, Souchan, cosa c’è?»

Il linguaggio è ancora una scoperta. I bimbi assaporano letteralmente le parole, il gusto di emettere quel suono, la soddisfazione nel notare l’effetto di realtà che producono su un mondo che, fino ad allora, era stato tutto un ricevere e meno un dare, perlomeno non nella medesima forma.

Come accade a tutti i bilingui, anche Sousuke mescola le lingue, non avverte confine tra un linguaggio e un altro. Inizia tuttavia a capire che è con me che certe parole hanno effetto, che a volte – quando fingo giocando di non capire – a me sono altre le parole da dire.

Come scrive Sklowskj, che ho citato in esergo, si inizia ad amare dopo aver usato la parola ‘amo’.

Ho sempre creduto che a questo servano i libri, la conoscenza che conservano dentro, a dare un nome alle cose. Battezzarle in fondo significa questo, vederle per la prima volta, rendersi conto della loro esistenza. Una vita che, riconosciuta, si fa di un tratto popolata di cose, sentimenti che si declinano – una volta imparati nel generale – nel singolare di ognuno di noi. Cosa è il dolore in generale, cosa è il mio, cosa il mio in questo preciso momento. Cosa è la speranza, cosa la mia, cosa la speranza in questa determinata situazione.

Tuttavia in ogni lingua accade. Che certi spazi del mondo restino al buio, e che un’altra cultura li sappia invece mettere in luce. Esistono termini che riassumono ruoli e, in questa operazione, divaricano il loro senso.

Vedi la parola “nipote”, che in giapponese distingue il figlio di un fratello o di una sorella, differenziando il maschile dal femminile con un termine a testa, da quello che indica invece un diverso grado di parentela, il figlio o la figlia dei propri figli, nel punto di vista quindi dei nonni. Ma è pur vero che il nostro “nipote” ha sfumature belle di significato pur nell’unicità morfologica della parola: “nipote” diventa luogo affettivo abitato anche da bambini o ragazzi che ci sono idealmente parenti, in una scelta del cuore, benché nella pratica del sangue non lo siano. Io, per dire, sono e mi sento profondamente “nipote” di zia Antonietta, una delle amiche più care di mia madre.

Poi esistono parole che nella traduzione perdono di senso, che risultano innecessarie, gratuite. Come il nostro bel “invece”, che i giapponesi comprendono pure, ma non avvertono il benchè minimo bisogno di usare.

E formule poi come 「よろしくお願いします」/yoroshiku onegaishimasu/ che raccolgono la benevolenza dell’altro, stringono una relazione nel saluto, accomiatano formalmente, promettono un successivo contatto eccetera eccetera, oppure 「ごちそうさまでした」/gochisōsama deshita/ per cui si ringrazia del pasto ricevuto, sia che sia stato semplicemente buono, sia che qualcuno ce lo abbia offerto a casa sua o semplicemente pagato, o che, anche se non lo abbiamo particolarmente gradito, comunque funge da formula di saluto all’uscita da un ristorante.

E ancora il quadrato a doppia freccia composto dalle formule di saluto che in giapponese si spendono doppie – nell’enunciazione e nella risposta – quando si esce di casa o da un luogo cui si farà ritorno in un secondo momento, e nell’incontro che scioglie la separazione e riporta chi si era allontanato al luogo di partenza:
Ci ho sempre avvertito una porzione d’amore in questo scambio. La familiarità che cresce come una torta nel forno, lievitando tante più volte quei saluti ce li si scambia, a turno, praticando una sorta di gioco di carte.

⇒ いってきます~ /ittekimasu/ traducibile con un “Esco/Vado”
☞ いってらっしゃい~ /itterasshai/ quasi un “Buona giornata”, tendenzialmente un “buon qualunque cosa farai”
↺ ただいま~  /tadaima/ “Eccomi, sono tornato/Ciao, sono a casa”
☚ お帰り~  /okaerinasai/ “Bentornato”

Poi ecco un’altra parola di estrema bellezza come 「木漏れ日」 komorebi, che sta ad indicare la luce filtrata dalle ramaglie e dal fogliame che cade dall’alto. E’ composta dai kanji di “albero”, dal verbo “filtrare, gocciolare” e da /hi/ che qui sta a indicare il sole. Le macchie su un sentiero, la luce irregolare e tremolante dopo un temporale, quella spezzata da un arcobaleno.

E un’altra infinità.

Quest’anno sarò a Libri Come, lo splendido festival del libro a Roma, che si tiene a metà marzo. L’argomento è la felicità e per me, che della gioia ho fatto l’argomento di tre anni di vita e di scrittura, di una gioia complessa ma intensa, spesso capitata per vie traverse, immeritata nell’immediato ma radicata in quello che è ogni persona, sarà un ritrovarmi nei temi che ho accarezzato tanto a lungo.

Spero proprio in tanti verrete a incontrarmi.

Quando mi hanno domandato la traduzione del titolo del nuovo romanzo, ho fatto fatica. Come esprimere quel sentimento di gioia che si prova profondo, ma di cui si ha paura, quasi potesse sfuggire nel dichiararlo con chiarezza, tanta è la fragilità:『語りえぬよろこび』

Non oso dire la gioia

 

La gioia, in giapponese, come è? Che cosa significa, in fondo, nel passaggio di cultura?

Leggo, rileggo libri sull’argomento, in giapponese, in inglese, in italiano, mi preparo a spiegarla come essa si delinea nel Giappone del mio quotidiano e nella cultura occidentale che mi porto incisa addosso.

Cosa significa essere felici per un giapponese? Cosa ne distingue la sostanza da quella di un italiano? Lo scarto, se c’è, dove è collocato?

Ecco allora che, oltre ogni confine creato artificialmente da una lingua, gioia sa essere qualcosa di universale.

È anche ripetere un nome che non è proprio, eppure indica una sola persona nell’immaginario di chi lo pronuncia. Come, appunto, 「ママ」/mama/. Mamma.

Sousuke lo dice e, in una folla infinita, solo io sarei a girarmi e a replicare:

«Dimmi ciccino, che c’è?»


Della mediazione e dei treni giapponesi

Mi alzo due volte, con estrema fatica. Ma conosco quell’altra fatica, di tirarsi dietro una vita che oltretutto, non sempre si aggiusta ai ritmi del corpo ospitante. Il ricordo della gravidanza è recente, i segni li ritrovo nello specchio durante la doccia, nei lombi che paiono cartapesta.

L’azienda giapponese di messaggistica istantanea LINE si è inventata un’applicazione per permettere a chi è incinta e desidera sedersi, e a chi siede ed è disponibile a cedere il posto ma vorrebbe farlo con discrezione, senza sbracciarsi, di comunicare a bordo dei treni. Si inserisce la propria posizione nella carrozza, il sedile occupato, per dire il secondo dal fondo. Spiega tutto in dettaglio un servizio alla tv.

 «Mi vergogno a rivolgere la parola sul treno» confessa un giovane salaryman. «Vorrei cedere il posto, ma a volte è complicato»

 «Non mi piace dover attirare l’attenzione mostrando la pancia o il simbolino attaccato alla borsa» lamenta una donna con un bimbo piccolo in braccio.

 Nelle due gravidanze trascorse dal principio alla fine in Giappone è stato francamente difficile conciliare l’immagine di un popolo tanto garbato e generoso, con la mancanza pressoché totale di offerta del posto, neppure nelle aree riservate del convoglio.

 Ho cercato ragione nella percezione del treno, che per i giapponesi è il prolungamento della propria casa, e ogni orario è spesso studiato millimetricamente al fine di trascorrere una crociera serena, sedersi e recuperare un poco di sonno, concludere una bracciata di lavoro, l’estremo ripasso per l’esame del giorno. Possibile attenuante sta anche nel fatto che i treni sono tanti e a intervalli così ravvicinati che si può riuscire, a propria volta, a pianificare un viaggio che schivi gli orari di punta, il congestionamento di certe tratte. Tuttavia resta il fatto che il posto non viene ceduto. Che una donna incinta che si ritrova su un treno affollato, ha poche speranze di vedersi aprire uno spazio a sedere.

Ed ecco dove si inserisce, in questa fessura di indugio, nel tentennamento dell’intenzione irrealizzata, la applicazione del cellulare che segnala il treno su cui si salirà, il bisogno a seconda, la disponibilità.

Mi stupisco di come l’immediatezza di un «Prego, si segga» risulti di gestione complessa, di come il meglio di sé sia avvolto (fino quasi a risultare nascosto) da un ineffabile senso di vergogna.

Non sono solita dare giudizi, trovo molto più arricchente cercare i motivi, tanto più quando lontani da me e dal mio modo di agire. Difatti non giudicherò, il “bene” e “male” sono due concetti che da sempre sospetto.

 

Eppure confesso che, nella pratica, condividere dati al cellulare, ritrovarsi a fare un cenno di intesa basata su uno scambio già avvenuto in rete, esplicitare insomma l’intenzione in modo palese tramite un’applicazione, mi risulterebbe francamente più intimo di un estemporaneo gesto di gentilezza.

Mi pare si abbia bisogno di sempre più mediatori per esprimerci al meglio.

Tuttavia mi affascina l’avviluppata anima di chi ricopre di segni il proprio sentire, l’anima stretta stretta in una ragnatela di azioni che spostano altrove il fulcro dell’attenzione: a evitare il disturbo, l’imbarazzo, tutto quanto esula dal proprio controllo.

E mi domando se, nell’errore di credere meno intimo questo patto silente di desideri espressi in punta di dita, non scaturisca comunque la bella sorpresa di avvertire meno freddo il cappotto d’umanità che ci circonda.

Il mezzo e il fine. Machiavelli, nella complessità semplificata del suo Il principe, continua dopo cinquecento anni ad avere ragione.


Direzione – Molteplicità – Selezione

Certe mattine attraverso zone di periferia in cui gli edifici paiono prigioni, mura a contornare una via. E la gente sembra accasciarsi in avanti, raccolta e diminuita nella propria figura, mentre il treno sfreccia via. Paiono alberi in corsa, piegati dal vento in un inchino.

Seduta accanto al finestrino osservo tutta questa umanità, fuori e dentro al convoglio gonfio di gente, mentre dorme, riposa, legge o lavora, un’entità che ai miei occhi si sviluppa e procede in ogni direzione. Nata da uno stesso grappolo di individui, essa si è moltiplicata e continua a farlo, si perde nelle strade del pianeta, trova la propria forma di abitarlo.

 

«Se un milione di oggetti ci vengono addosso che cosa dobbiamo fare?»

«Un oggetto verde non è giallo. Una cosa lunga non è corta.»*

 

 1. 「方向」 DIREZIONE: Laura, dove vai?

 È spesso la scelta che mette in crisi, perché il mondo, quando i numeri sono troppi, si fatica a decifrarlo, e tutto è linea e nuova direzione.

 Libertà è poter scegliere. Eppure, avere davanti a sé tante vie che si snodano ugualmente luminose, efficaci può essere un dilemma. Libera, troppo libera a volte mi sento. Le scelte mi paralizzano, come se dal passo successivo dipendesse ogni altro che verrà.

E allora forse serve fare come Gandalf, lasciarsi conquistare da una rassicurazione elementare: «Quando sei in dubbio, Meriadoc, segui sempre il tuo naso.» (cit.)

Fuori dal treno tutto continua a scorrere rapido. E dietro una collina fitta d’alberi in muta, che dal verde brillante dell’estate s’abbandonano al rosso del fogliame, al marrone che nel mio immaginario è, più ancora del giallo e del rosso, da sempre quello dell’autunno.

E poi, ad un certo punto della storia che inizia ogni giorno che salgo sul treno e giungo a destinazione, il sole si spalma come marmellata di grano sulla città, e pare formarsi da zero, e di nuovo, al di là d’una larga pianura, un affossamento farcito di campi e la ferrovia e casupole basse.

Spunta il cratere del Monte Fuji ed è pura bellezza. Ispira gioia vederlo, la mattina all’alba, la sera al tramonto, e mi ritrovo in questo treno congestionato a emettere un respiro profondo, che pare voler ingurgitare tutta la vita che mi pulsa intorno.

 

“Mi sento inondato dalla sua molteplicità.” Confessa il discepolo al Maestro. *

 Alle possibilità, ci penso spesso.

Proprio ora che il sogno di una famiglia si è realizzato e quanto manca è piuttosto il tempo per stare dietro a me stessa.

«Ogni lasciata è persa», sussurra una voce dentro di me, ma «cercare di prendere troppo è perdere tutto», mormora un’altra.

Nel dilemma mi distraggo di nuovo.

Amo soprattutto questo di Tokyo, che mi istruisce ogni giorno sulla molteplicità, su quanti milioni di esseri umani stiano abitando lo stesso pezzo di storia. Aiuta a ridimensionarsi, a riportare tutte le ansie al grado zero della scrittura.

 

2. 「多様性」 /tayōsei/ ・MOLTEPLICITA’: Laura, quante cose ci sono nel mondo?

Tokyo insegna come in ogni fessura del mondo ci sia un’esistenza. E come quella esistenza sia alla ricerca del senso, e si domanda che farà, come farà, se ne vale la pena.

 Ecco me, per esempio, tre mesi nemmeno ed uscirà il nuovo romanzo. E nell’editing ancora strizzo le frasi, mi domando di ognuna l’intrinseca necessità, se un’altra parola, un ritmo diverso, non stiano meglio addosso a questi personaggi da cui, già lo sento, sarà doloroso separarsi. Perché li amo profondamente e raccontano tanto di quattro anni di vita. Mi rende ubriaca questa sensazione. Di poter scegliere il loro destino, quello soprattutto delle parole che li accompagneranno nel mondo.

 

«Maestro, come si fa a essere tutt’uno con la via?»

«Bisogna non essere tutt’uno.»

«Come si fa a non essere tutt’uno?»

«Ciò che ti ho detto deve bastarti a capirlo.»*

 

 Lo zen lo insegna, ad essere un tutt’uno e tuttavia ad accogliere la molteplicità in sé, senza lasciarsene scheggiare. L’ossessione dei numeri determina e influenza da sempre il pensiero dell’uomo in ogni cultura, la simbologia che contrappone l’uno al più. Miriamo costantemente ad una società di ampie scelte che tuttavia, quando troppe, confondono il percorso dell’individuo.

Energie sprecate a scegliere una sola penna in una cartoleria, un dolce davanti ad un banco gonfio di paste, un aggettivo, uno soltanto, che prenda per mano una parola nel libro, il carattere di un personaggio.

 

3. 「選択肢」 LA SELEZIONE> Laura, quale sceglierai?

E allora basta farsi domande. Tentare, perlomeno tentare di scoprire cosa si vuole davvero. Poi cosa si è disposti a fare per raggiungerlo. A fronte di un numero alto di desideri, bisogna sacrificare lì dove tempo, lì dove gli affetti che quel tempo conterranno.

La riduzione del “parco desideri” è alla base della valutazione delle possibilità di realizzazione. Forse la sfida è quella: a fronte della molteplicità scegliere una successione, operare una scelta che magari non elimini ma metta in fila le cose.

E allora famiglia, che è godersi le creature che è un attimo che si trasformano e non le vedrai più così. Ed editing del romanzo in uscita, e preparazione per le presentazioni, i festival, il seminario sulla maternità, appunti raccolti per gli altri libri che scriverai e che iniziano a farsi pressanti, le recensioni e le interviste per le belle testate con cui collabori da novembre, la traduzione che inizia e chissà cosa sarà.

Camminerò in questi mesi con una carovana alle spalle. Che sia allora gioiosa, traboccante di melodie, e gonne coloratissime e collane di vetruzzi e palline, una corona di margherite che profumano d’erba.

E poi fidarsi di sé. Soprattutto fidarsi di sé.

Perché di solito è la gioia a mostrare la via.

 

 

***Tutte le citazioni sono tratte da Il dito e la luna: racconti zen, haiku, kōan di Alejandro Jodorowsky. Ne troverete una recensione mercoledì prossimo su BookBlister, su cui, da questo mese tengo una rubrica in cui consiglio pubblicazioni dal e sul Giappone: si intitola INTERRUZIONI. E su Libreriamo, sempre da novembre, scrivo di nuove uscite e faccio interviste ad autori e traduttori.