kichijoji

Di un furin che è un’anguria, delle kompeito e di Okinawa

   L’estate in questo paese arriva tardi. La precede e vi si mischia la stagione delle piogge che rovescia senza esatta previsione il suo scontento sull’arcipelago del Sol Levante. Il nostro primo furin, mio e di Ryosuke, suggerisce nella sua artigiale fantasia la frutta più allegra dell’anno. E’ il colore della buccia spessa dell’anguria, il verde e nero della campanella di vetro, e il rosso a macchioline nere della polpa del frutto e dei suoi semini.
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L’avevamo visto nella vetrina di un negozietto di Kichijoji la scorsa estate ma, nel rimandare di volta in volta l’acquisto, quando entrammo e chiedemmo di quel particolare furin, la commessa ci spiegò che era esaurito. Così, quando quest’anno l’ho ritrovato nuovamente in vetrina ad agitarsi insieme ad altri tre furin ho atteso solo il weekend e intrecciate le dita di Ryosuke siamo entrati insieme nel negozio.
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Ed ora sventola ad ogni colpo di vento dell’estate che promette.
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  Assomiglia al rumore croccante e delizioso di minuscole kompeito, le antiche caramelle colorate giapponesi che sanno di niente, che sbattono tra lingua e denti. Ne abbiamo ricevute in regalo come piccola bomboniera al matrimonio di N-kun qualche settimana fa.  
  Ryosuke se ne mette una manciata in bocca, avvicino l’orecchio alla sua guancia e il suono si spezza in frammenti di risa. Assomiglia al tintinnare del furin. Sì, le kompeito e la campanella di vetro.
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  Inizia stasera un lungo weekend. Un 「三連休」sanrenkyu, ovvero un ponte di tre giorni che il lunedì regalerà. Sara’ il “giorno del mare” 「海の日」e immaginarie onde ci porteranno un giorno di vacanza. 
  E a dire mare ripenso alle vacanze da bambina e poi da ragazza in luoghi italici che ora, per la prima volta nella sua vita, la mia nipotina Livia frequenta. 
  Ma mi tornano addosso anche i profumi e i colori di quella terra meravigliosa agganciata al sud-ovest del Giappone, Okinawa di cui il cibo e la musica più d’ogni altra cosa mi affascinano. 
  Durante il nostro viaggio tre anni fa assistemmo dal vivo ad un concerto di queste due splendide ragazze (Tink Tink) di cui inserisco sotto uno dei pochi filmati disponibili in rete. Il suono particolarissimo degli strumenti, la loro unica vocalità riescono a mettermi sempre addosso il buonumore.
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  Gli yukata, l’anguria, i furin, i temporali improvvisi, l’anguilla, i pomodori, i matsuri, i fuochi d’artificio, l’umidità, i fazzoletti che asciugano la fronte, alcuni piatti deliziosi, le tante libellule che si librano nell’aria. 
  E’ questa l’estate giapponese e nonostante l’aria così piena d’umidità che a volte sembra di star respirando acqua, io la trovo incantevole. 
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Della spiritualità e dei "koinobori"

Oggi, tornando a casa a piedi, ho allungato il giro, per il puro piacere di sentire il tempo. Di ogni passo che significa qualcosa e diviene collezione di un’immagine, di un prufumo.

Ed è proprio attirata dal profumo intenso di peonie che mi sono avventurata in un piccolo tempio. Per poi scoprire che era la residenza dei monaci e che il tempio vero e proprio era a uno o due edifici di distanza. Annuso a lungo il bianco, il rosa e il fuxia dei fiori le cui corolle sono sparse qui e là a terra e a prenderle in mano occupano un palmo intero.

Accanto vi è una stazione dei pompieri. E’ il rosso dei camion e il suono squillante delle voci maschili che si rincorrono tra il primo e il secondo piano della struttura. Oggetti dall’utilizzo misterioso, guardo e non capisco.

Vado ancora avanti e sulla sinistra noto un minibus parcheggiato che, sul retro, è in fase di manovra. E’ per far scendere un anziano in sedia a rotelle che ha il viso completamente perso nell’eta’ e nella malattia. Un grumo nero sotto il naso e gli occhi fissi davanti a sè. Distolgo lo sguardo perchè mi sembra di rubare. E lo strazio del corpo e del cuore sono di chi li possiede e di chi si vuole li condivida con sè. Di nessun altro.

Oggi, tornando a casa piedi, mi sono fermata a pregare. 

Ho atteso che la vecchina che lentamente mi precedeva salisse i gradini di legno, lasciasse il suo carrellino a meta’ strada e raggiungesse il luogo di preghiera sui suoi piedi.
E intanto preparavo monetine color bronzo da gettare tra le fessure che accolgono le preghiere della gente.
Inchini e battiti di mani e palmi giunti e occhi chiusi.
Perchè il mio desiderio si avveri e mi faciliti discese.

C’è bisogno di spiritualità a questo mondo.

Sono giorni di vacanza, intervallati da altri di lavoro. Facendo a zig zag tra il piacere ed il dovere la Golden Week e’ iniziata e continuera’ per altri sei giorni.

Ed ecco che questo maggio pieno di colori si rivela attraverso le sue feste. Sono due settimane circa che colgo fuori dai balconi delle case e nei cortili delle scuole i koinobori, le carpe di stoffa colorate che s’agitano al vento.

Una antichissima leggenda cinese racconta che una carpa, risalendo le fortissime correnti di una cascata, si tramutò in un dragone. Gli crebbero due corna sulla testa e divenne una creatura florida e potente.

La leggenda giunse in Giappone dove le famiglie dei samurai e dei mercanti iniziarono ad allestire i koinobori per pregare per la buona crescita dei figli maschi della loro stirpe.

Che i bambini crescano forti e in salute come carpe. 
Che risalgano la corrente e si facciano strada nella vita.


La Prima Lettera

Stasera sono emozionata.

L’ho saputo proprio stasera. Ero in un caffè leggendo un libro e l’ho saputo. Che domani mia nipote nascerà.

E tornando verso casa sono andata nella cartoleria dentro la stazione. Ho comprato la carta da lettere, le bustine, gli adesivi e nel ricevere il pacchetto dalle mani della giovane inserviente che sorrideva forte mi sono nuovamente emozionata.
Ho dimenticato persino d’essere uscita stamattina in autobus e non in bicicletta, perchè oggi pioveva, e mi sono diretta sicura verso il parcheggio delle bici. Solo allora ho ricordato, ma a questo punto – ho pensato – tanto vale fare di questo sbaglio un ricordo.

Allora ho sceso le scale, sono tornata in strada, mi sono fermata al negozio di articoli per animali. Ho comprato un regalino per la Gigia. Perchè tutti, tutti devono essere felici di questa nuova vita che verrà.
Ho camminato tra le stradine umide di Kichijoji, ho osservato con più attenzione le persone, le cose, i colori di questo splendido quartiere già ricoperto dalla notte.
Operai al lavoro, universitari in bicicletta, un ragazzo e una ragazza, lei che lo stringe forte da dietro, lui che sorride mentre parla ad alta voce. Sembra quasi gridare.
Incontro cagnolini, finestre illuminate, caffè dalle cui vetrate si assapora una sera che va lenta.

E mi chiedo se potro’ mai mostrare a questa creatura, che pesa ancora solo poco piu’ di due chilogrammi, una sera come questa. Una giornata bella come questa. In cui ho scoperto un nuovo quartiere di Tokyo, ho trovato in una collega una splendida persona, mi sono scoperta come ogni giorno più innamorata dell’uomo che ho accanto, ho ricevuto lettere da amici cari e ho sentito ancora una volta di amare profondamente questa vita.

E intanto che cammino e ripenso alla giornata che è appena passata recito a mente tutto quello che le scriverò. Perchè stasera le scriverò la Prima Lettera.

Prima lettera di una lunga serie. Perchè lo farò sempre, ogni mese, finchè non diventerà abbastanza grande per capire. Che le lettere sono email ma non sono solo quelle. Che esse si scrivono anche con la carta e con la penna. Che dentro a una busta ci sono parole che hanno viaggiato da un continente all’altro. Che il mio amore, da lontano, trova questa forma come la più genuina per esprimersi a lei.

Sì, le scriverò una lettera ogni mese. A mano. E la carta sarà scelta. Ogni parola sarà pensata. E lei la toccherà, osserverà i disegni. E la sensorialità sarà difesa.

E sulla superficie della bustina che contiene la Prima Lettera, che partirà domani da Tokyo e raggiungerà Roma, è scritto il suo nome. Che fa di mia sorella una madre. Di mia madre una nonna. E di me una zia.

a Livia…

In foto (1) Todoroki, un quartiere a breve distanza in treno da Shibuya, di cui mi sono innamorata. Qui, ancora bagnata dalla pioggia mattutina, una scalinata che porta al fiume, un viottolo che lo percorre per tutta la sua lunghezza e che porta a sua volta ad un tempio immerso nella natura. Alberi, lunghe canne di bambù. Un micio miagoloso all'”ingresso” del cammino. e (2) la carta da lettere, le buste e gli adesivi acquistati da Maruzen che accompagneranno le mie prime lettere per la mia nipotina. (3) I tetti innevati e, in fondo, quello che luccica è il mare della baia di Tokyo. E prima ancora dei palazzi c’è il grande parco di Shinjuku.


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Ultimamente le parole costano fatica. Il romanzo le assorbe tutte, una ad una. Il lavoro, invece, me le trasforma in frasi da insegnare, in cultura da spiegare e le pareti dell’università mi restituiscono progressi e risate. L’articolo che sto scrivendo, a sua volta, me le rende più severe con se stesse perchè per parlare agli altri bisogna spogliarsi un po’ di sè.

Ultimamente, quindi, scatto foto. E facebook più del blog perchè, con questo mucchio di cose da fare, sa rubarmi tempo con più facilità e con piu’ leggerezza.

L’estate tokyota si è immersa nel frattempo nel suo usuale bagno di umidita’ e il sole bacia mani, spalle e volto in bicicletta. Senza volerlo cambio di colore e sogno un parasole tutto mio da comprare un giorno o l’altro.

Ultimamente
c’è sempre una pila alta di libri che mi aspetta a letto e la giornata sembra durare meno. Quindi offro foto. Foto per tutti. Foto di Tokyo. Foto e didascalie che ho postato in questi giorni sulla pagina facebook Giappone Mon Amour.
In attesa di più tempo…

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A volte le fotografie migliori sono quelle sbagliate. Quelle in cui capita qualcosa che non ti aspettavi. Come una macchina che entra all’improvviso nell’obiettivo mentre stavi osservando tutt’altro. Un gruppetto di liceali, magari. Cosi’ vien fuori il blu della macchina e quello delle divise delle ragazzine. E me ne sono innamorata. Di quel blu ☆

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Venerdì, davanti alla stazione e a un passo dall’ingresso del campus.
Sole e tanta luce.
Una studentessa che aspetta l’autobus.
Alle sue spalle i tabelloni della “metro” JR di Tokyo e un ragazzo in bicicletta.

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Un vecchissimo albero “ginko”, giochi di luce e una casa enorme che decade ma non cade. Kichijoji, qualche giorno fa.

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Un attraversamento pedonale. Solo dopo, riguardando la foto, mi sono accorta di una ragazzetta vestita in modo particolare, sul rosa, e con una cuffietta in testa. Tanti colori, accostamenti di volti+insegne+metallo come solo a Tokyo ce ne possono essere. Qualche secondo e scatterà il verde.


Tokyo ha gli occhi belli

Quei pomeriggi di grazia in cui la citta’ sembra fatta su misura su di te. Neanche un bottone di troppo a stringere il colletto, i denti della cintura che mordono solo il necessario, la lunghezza della gonna che non intralcia i passi ma li rende piu’ leggeri.

Tokyo oggi aveva gli occhi belli e un’espressione piena di luce. Come quando sembra che piova e poi non lo fa e si gioisce della minaccia non concretizzata. Perchè il cielo plumbeo e l’odore della pioggia che non cade hanno per me un fascino non indifferente.

Forse è l’essere semplicemente grati al tempo che si ha a disposizione, forse è l’aria che già profuma d’estate ma oggi pomeriggio ero felice.

Assorta nel lavoro e nei miei ragazzi è passata la mattina. Prima e seconda ora. Una lunga chiacchierata con l’insegnante di spagnolo nel piazzale dell’università e il ricordo delle urla assorte nel kendō stamattina. Perchè la prima ora è faticosa ma ripaga.

Proprio accanto all’entrata del campus c’è la palestra dove i ragazzi la mattina presto, prima dell’inizio delle lezioni, si esercitano nel kendō.

Li senti urlare, le ragazze soprattutto, ed è emozionante immaginarli dentro alla loro armatura (bogu) mentre impugnano il lungo bastone (bokken) con cui colpire l’avversario.

Così a piccoli passi, sbocconcellando i dolcini comprati nella panetteria dentro la stazione, entro nel viale di ciliegi dell’università e, per l’ennesima volta da anni a questa parte, mi sento sfacciatamente fortunata.

Pranzo al mio solito caffe’ perchè lì mi rilasso e poi di ritorno a Kichijoji per cercare una concentrazione che oggi sembrava proprio non baciarmi. Ma poi è arrivata ed ho reso il tempo produttivo.
Studio e un po’ di scrittura perchè se non vado avanti col racconto non mi sento bene.

E poi le strade di Kichijoji per una passeggiata di quelle che mi capitano raramente da quando c’è la Gigia. Perchè voglio correre da lei e lasciarla meno tempo sola ad aspettare. Ma la Gigia ora è dai nonni e torna dopodomani e il tempo è tutto per me.

Il pomeriggio a Kichijoji, sì. La passeggiata durante la quale ho incontrato il nuovo libro della mia scrittrice preferita negli scaffali di una libreria, ho affittato “Mangia, prega, ama” da Tsutaya e poi ho comprato linguine e spaghetti tornando verso il parcheggio delle bici.

Un nuovo negozio ha aperto su Nakamichi ed è colmo di colori. Vende articoli per la casa e noi, che abitiamo in un piccolo appartamentino, manchiamo di spazio per poter godere dello “shopping delle cose”.

Mi basta cercare e trovare la macchinetta fotografica tra le branchie della borsa, spingere due tasti e scattare. E quelle cose sono mie, senza spazio da occupare.

*In foto ancora Kamakura, poi Kichijoji (un pachinko che si chiama “Palazzo”), una fotografata di kendo trovata su questo sito e il nuovo negozio di Nakamichi.
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