tsunami

Il pallone che viaggiò per mare dal Giappone all’Alaska

A più di un anno di distanza dal disastro del Tohoku 3/11 il pallone da calcio di un bambino, originario di una delle cittadine maggiormente colpite dallo tsunami – Rikuzentakata, raggiunge la sponda opposta dell’oceano e finisce tra le mani di una famiglia dell’Alaska.

Lui americano, lei giapponese: la moglie ha riconosciuto le scritte sul pallone. Si trattava del nome del bambino, Murakami Misaki, che a quell’oggetto aveva legata la memoria di sette anni prima quando, in occasione di un trasloco, aveva ricevuto in dono proprio quel pallone.
Ora il bambino va al liceo e, nel ricevere notizia del ritrovamento di quella cosa che gli era un tempo appartenuta, si è detto felice.
Così, adesso, il pallone si prepara ad un nuovo viaggio, questa volta all’inverso, che lo riporterà – non più via mare – tra le mani del suo proprietario.

E rimangono le cose a ricordarci quei giorni e la tenerezza di memorie legate ad oggetti che si credevano perduti. Piu’ di 5000 km ha percorso nel suo viaggio oceanico il pallone da calcio di Misaki ed ora questa storia dolce, uscita oggi sui media giapponesi, compie un nuovo tratto di strada entrando nelle case della gente.

Una piccola storia che fa tanta tenerezza ~♥


Due ragazze da non dimenticare, Arisa e Miki 3/11/11

E’ la storia di due giovani donne di venticinque anni e ventiquattro anni. 遠藤未希 Endo Miki e 三浦亜梨沙 Miura Arisa che il giorno del terribile terremoto si trovavano sul posto di lavoro, ovvero nel “Centro per la prevenzione dei disastri” della città di Minamisanriku 南三陸町. Erano compagne di classe al liceo. Si conoscevano dalle scuole medie.

Lo scorso 5 marzo sono stati infine resi noti i messaggi che la giovane Arisa ha inviato alla madre e al fidanzato prima che lo tsunami spazzasse via tutto.
Scriveva alla madre che era previsto l’arrivo di un’onda di 6 metri di altezza.

「無事ですか?!6メーターの津波きます。役場流されたらごめん」
“Stai bene? Sta arrivando uno tsunami di 6 metri. Se l’edificio verrà spazzato via, perdonami”

Ed è solo dopo un anno da quella terribile data che la madre è riuscita a leggere nuovamente quel messaggio. Quel “gomen“, quello scusa finale che le ha stretto il cuore per mesi.
Il 17 gennaio scorso il cadavere di Arisa è stato scoperto da un passante a lato di una montagna di macerie. Il numero idenficativo dell’abito che era stato confezionato a mano ha suggerito che fosse lei, la prova del DNA ha fatto il resto.


「ぜってー死ぬなよ!」
“Non devi assolutamente morire!”

「うん、死なない!!
愛してる!!」
“Sì, non morirò!!
Ti amo!!”

Questo l’ultimo scambio di email tra Arisa e il fidanzato. Lui che le ordina di non morire. Lei che promette che non lo farà. Un’ultima dichiarazione d’amore e poi, dopo pochissimo, arriva quell’onda che non fu di 6 ma di più di 10 metri.
E che spazzò via tutto l’edificio, lasciandone semi-intatto solo lo scheletro.

E in quella cittadina sono tante le testimonianze di chi ha riferito di aver sentito fino all’ultimo istante la voce di Endo Miki all’altoparlante, una voce che, fin da subito dopo il tremendo terremoto, non ha mai smesso di fornire comunicazioni sulla situazione, sull’arrivo del micidiale tsunami.

Delle cinquanta persone che erano al momento dello tsunami nell’edificio se ne sono salvate solo undici. Alcuni che si sono aggrappati alle ringhiere sul tetto, altri all’antenna che lo sovrastava.

Leggo queste notizie, leggo questi messaggi rubati al privato perchè si possano celebrare quelle persone che fino all’ultimo hanno continuato a fare il proprio lavoro.

Perche’ la parola “eroe“, che troppo spesso viene abusata o usata impropriamente, ha un significato preciso.
Ed e’ qui, in situazioni come queste, che personalmente io la trovo, invece, assolutamente appropriata. Appropriata. Esatta. Dolorosamente giusta.

* In fotografia il messaggio inviato da Arisa al fidanzato e lo scheletro dell’edificio in cui, quel giorno, si è consumata la tragedia. Fonte Sankei Shimbun e Asahi Shimbun


Il treno, la gente e l’arcobaleno

In un giorno in cui gli arcobaleni sembrano essere importanti, ecco un video che fa dell’arcobaleno un simbolo di rinascita. Spiegazione: le linee ferroviarie giapponesi avevano chiesto alla gente di “sfogarsi” al primo passaggio del treno Shinkansen che congiunge (finalmente) la punta sud del Giappone con quella nord. Il video doveva essere mostrato in pubblico il 12 marzo 2011. L’11 c’è stata la catastrofe, e il video è diventato (attraverso la circolazione su YT) un messaggio di energia, ricostruzione e fiducia nel futuro” (Luca Signorelli)

A causa degli eventi dell’11 marzo l’inaugurazione dello Shinkansen Kyushu è passata in sordina ma quel che colpisce più di tutto è la partecipazione della gente, la gioia che manifestano i giapponesi negli eventi collettivi. E’ forse questo il messaggio più forte e più presente nei discorsi che si sentono ultimamente. 「一つになる」, ovvero “diventare una cosa sola”, “stare uniti”.

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.Quando si parla del Giappone e della sua cultura si sprecano i discorsi sul privilegiare il gruppo a discapito dell’individualità. Eppure la forza che esprime la collettivita’, lo spirito d’iniziativa che unisce i giapponesi mi commuove sempre tantissimo. C’è fantasia, c’è voglia di vivere e di far sentire la propria voce.

Qui sotto un altro video, parte di un programma televisivo, dedicato per l’occasione al “making of” della ripresa dallo Shinkasen e alle idee della gente per festeggiare il suo passaggio! ^o^~☆


I racconti del kotatsu  『炬燵物語』 *

La mia stanza preferita è quella del tatami. Il kotatsu sulla destra, la specchiera sulla sinistra, legno lungo le pareti e, in una cavità del muro l’altare degli antenati di famiglia. Davanti ad esso sono poggiati grandi zabuton su cui inginocchiarsi. E pregare. Gli shogi (le porte scorrevoli di carta) si aprono sull’ampia porta-finestra che dà sul giardino.

La Gigia osserva i gatti passare, non si arrende al loro sfidarla e Ryosuke non si arrende al cercare d’educarla: “Gigia non si abbaia! No! No!”. Poi l’abbraccia e io capisco quanto la severità spesso costi più a chi la esercita che a chi la riceve.

Le gambe a mollo sotto al tavolino riscaldato, le coperte tutte intorno e il profumo di yakisoba che incontro in corridoio. Ci siamo svegliati tardi. Qui a Fujisawa è sempre così. E’ casa di Ryosuke ma è anche casa mia. Come fosse la succursale di quella a Roma, dove mio padre mi prepara i carciofi alla romana e mia madre le fettuccine al pomodoro.
La televisione resta accesa nel salone, dove ci spostiamo per mangiare. Noi colazione e pranzo insieme, i suoi solo il pranzo. Giustamente.

Scopriamo così che due persone, a nove giorni dalla tragedia, si sono salvate. Un ragazzo di sedici anni e una anziana di ottanta. I dettagli fanno male ma è perchè so di star assistendo alle riprese dei veri protagonisti della tragedia giapponese, non quella che non è avvenuta (ovvero l’apocalisse nucleare) bensì quella che c’è stata. Lo tsunami, l’onda di 13 metri (così precisa la NHK) che ha spazzato via intere cittadine. I servizi si rincorrono.
Si parla di una voce di donna all’altoparlante proveniente dall’ufficio per la prevenzione dei disastri del comune che, prima dell’arrivo dell’onda,avvertiva ferma e costante: “Sta arrivando uno tsunami di enormi dimensioni. Scappate velocemente”.
Finchè l’onda non è giunta, la comunicazione si è interrotta e l’acqua si è inghiottita quella voce. Del palazzo da cui trasmetteva quella giovane ragazza di ventiquattro anni è rimasto solo lo scheletro arancione. Testimoni scampati al pericolo grazie al suo sacrificio, la ricordano commossi.

E ci si rende conto che ci sono cose che l’uomo non può nè prevenire, nè lontanamente prevedere.
Nove. Tredici. Numeri alla mano.

La televisione viene spenta. La Gigia zampetta per le stanze alla ricerca di coccole e di sonno. Mia suocera mi mostra una foto stupenda che le ha scattato giorni fa, da quando la nostra cagnolina ha preso la pessima abitudine di saltare sulla porta. Mi confessa che l’ha vista tanto spaventata il giorno del terremoto, quando era con due amiche a casa e tutte e tre, insieme a lei che abbaiava forte, si sono rifugiate sotto al tavolo. Mi racconta anche che a volte la Gigia abbaia prima che inizino le scosse di assestamento, come ad avvertire del pericolo imminente, e capisco che non se la sente di essere severa. Come il figlio, la madre.

Torniamo nella stanza del tatami e la tv viene accesa nuovamente. Sono immagini di Akihabara che avevo visto dal treno della Linea Yamanote proprio l’altro ieri. “The electric city” è spenta. Altro sacrificio energetico che tutti apprezzano, mentre leggono il messaggio di Yodobashi Camera (catena di grandi magazzini di elettronica) che spiega che il negozio è aperto benchè fuori non venga illuminato. Si parla di offerte ai rifugiati, alle vittime dello tsunami.

Scosse d’assestamento. Quasi non le avvertiamo. Continuano le chiacchiere intorno al kotatsu ed io so che non vorrei essere in nessun altro posto al mondo, benchè “ufficialmente più sicuro”.
Il posto più sicuro è sempre casa propria e qui, lo sento, io sono a casa mia.

*Questo post si riferisce alla giornata di ieri 20 marzo 2011