La pasta in Giappone.

Oggi in Giappone (ma anche in tutto il mondo) e’ il giorno della PASTA
「世界パスタデー」

Fin troppo facile festeggiare questa giornata per chi e’ in Italia.
Anche in Giappone, pero’, il consumo di pasta e’ molto elevato e i ristoranti italiani sono, tra quelli specializzati in cucina internazionale, i piu’ popolari in assoluto (insieme a quelli cinesi).

Tuttavia e’ bene prepararsi anche a rivisitazioni orientali della nostra pasta, senza impressionarsi troppo di fronte ad abbinamenti che per noi sarebbero impensabili.

L’importante, come sempre, e’ essere aperti alla scoperta, lasciar da parte i pregiudizi e tentare la pasta made in Japan.

Alcuni sughi vi piaceranno, altri meno, altri affatto ma e’ bene ricordarsi che dietro ad ogni piatto c’e’ il lavoro di qualcuno. A volte ristoratori appassionati che tentano di scovare nuovi sapri.
E questo spirito in cucina (come in letteratura e come in ogni altro campo) e’, a mio parere, fondamentale.

*In fotografia un piatto di pasta made in Japan ^^. Buonissimo!


Uno scatto. Harajuku.

Uno scatto d’estate. La luce che intralcia lo sguardo.

Ombre lunghissime.

Un utsuwa per difendersi dal sole.
Nonostante gli occhiali da sole.

Lei che fruga nelle sue buste dello shopping. Capelli lunghi. Tinti. Gialli.

Lui con una maglietta di wrestling americano.

Una bellezza forse dozzinale. Nella sovrapposizione di forme e colori.

Ma Harajuku è anche, forse soprattutto, questo.


Delle fermate intermedie e delle piccole scoperte

Dei tanti programmi, uno. Il sabato mattina sulla Nihon Television.
「ぶらり途中下車の旅」 (Burari tochu gesha no tabi)

Ogni settimana viene scelta una linea tranviaria del Kanto e un tratto da percorrere. Un personaggio dello spettacolo, di volta in volta differente, fa da cicerone al piccolo viaggio di scoperta che lo attende.

Il programma si basa sull’idea di scendere alle stazioni intermedie. Ad esempio, si decide di prendere la Linea Inokashira che da Kichijoji porta a Shibuya e viceversa? Ebbene, si scendera’ ad una stazione che non si è mai visitata, saltando invece quelle più famose e frequentate. Perdendosi per le stradine di un quartiere di cui si è fino ad allora sentito annunciare solo il nome.

E così si uscirà a quella stazione sconosciuta. E, spinti da curiosità, ci si soffermerà su un’insegna, sul volto concentrato di qualcuno, si leggerà tra le righe di un menù e da lì inizierà lo stupore. Perchè basta fare una domanda. “Cosa significa…?”, “Che lavoro fate?” “Esattamente qui cosa vendete?” “Come mai…?”
Ed è incredibile quante meraviglie celino le strade di “anonimi” quartieri.

A guardarlo questo splendido programma, così semplice ma sorretto da un’idea geniale, viene voglia di fermarsi. In movimento verso la propria meta. Viene voglia persino di cambiarla quella meta. Spezzettarla e rendere IL viaggio TANTI viaggi. Parcellizzando. Duplicando. Triplicando.

Tokyo è immensa. Impossibile percorrerla tutta. Ma vale la pena di fermarsi. Di non giungere sempre a Shibuya o a Kichijoji. Vale la pena di saltare Shimokitazawa. E andare alla scoperta di quartieri sconosciuti.

E si può applicarlo ovunque questo gioco dello scendere “alle stazioni intermedie”. Non serve che sia Tokyo. Neppure che sia Kyoto. Può essere Roma, Milano. Può essere New York o Barcellona. Lisbona, San Francisco, Berlino. Ma anche Syracuse, Torino, Latina o Reggio Calabria. Ma anche…

°In foto la mia amata Kichijoji e l’illustrazione del programma


Oggi che giorno è in Giappone? 10/20

Oggi in Giappone è il giorno dei CAPELLI
「頭髪の日」

Questa data è stata stabilita dalla Japan Hair Science Association perchè esistesse un giorno in occasione del quale poter dedicare maggiore attenzione ai propri capelli.

Un gioco di parole vuole che il venti ottobre, infatti, si legga in giapponese TOU (10) HATSU (20). Ovvero: 頭髪 (とうはつ)che significa appunto “capelli“.

In questa stagione in cui i capelli cadono in grande abbondanza, reduci dalla violenza del sole d’estate, questo giorno è un toccasana per non dimenticarsi di prendersi cura della propria chioma.

*In fotografia un poster pubblicitario della nota marca giapponese di prodotti per capelli TSUBAKI della Shiseido. Immagine scovata qua


Del cielo d’ottobre e della diversità

Cielo d’ottobre. A Tokyo fa freddo. Poi torna il caldo. E, a distanza di poco, ecco tornare il freddo.

Al telegiornale parlano di quarantaquattro punti in cui i ciliegi, i famosi sakura che impreziosiscono ogni anno la primavera giapponese, sono fioriti fuori tempo, confusi dalle temperature che dovrebbero dire freddo e invece sussurrano caldo.
Si ammirano i boccioli e ci si chiede come possa accadere.

Passa qualche giorno e in televisione, sul giornale e su vari siti internet si iniziano ad indicare gli spot migliori in cui recarsi per ammirare le foglie d’acero che muteranno gradualmente colore. L’autunno che è rosso. L’autunno che è giallo. Ma anche marrone. Cremisi, verde, amaranto.
Si fanno previsioni. Si mandano in onda programmi a tema. E, intanto, ci si interroga sui cambi di stagione.

Per chi ignora la cultura di questo paese forse è curioso, persino ridicolo dare tanta importanza a un cambiamento climatico. Al progressivo mutare del colore delle foglie, monitorato con attenzione da quotidiani, siti web e telegiornali (all’interno dei quali esiste sempre uno spazio ad essi dedicato). Non sarebbe forse meglio dedicare quel tempo ad argomenti “più seri”? Con tutti i problemi che ci sono nel mondo è così importante parlare di foglie che cambiano colore? I giapponesi sono proprio dei bambini…etc. etc.

Personalmente io lo trovo meraviglioso. Non solo per la praticità che permette di pianificare un viaggio o una gita esattamente nel momento di massima bellezza di quel luogo, ma perchè nella quotidianità si continua a dare grande importanza alle piccolezze (che poi sono davvero piccolezze?) della vita.

Il mutamento delle stagioni non comporta, infatti, il solo dover indossare vestiti piu’ pesanti, ma condiziona i colori degli abiti stessi, i cibi, i dolci, alcune espressioni, muta in parte il palinsesto televisivo, stravolge il paesaggio e la sua percezione.

A chi pensa che per dimostrare di conoscere questo paese sia necessario parlarne male nella stessa misura in cui se ne parla bene, auguro un’integrazione lunga – inizialmente sofferta ma alla fine perfettamente riuscita – come è stata la mia. Pazienza e umiltà nel non credere che tutto ciò che è diverso sia necessariamente strano (nel migliore dei casi) o (nel peggiore) sbagliato.
E’ questo, a mio parere, il primo passo per stare bene con se stessi. In ogni parte del mondo.

*Fotografie scattate lunedì. Un cielo pieno di nuvole. E pieno di luce.
Per qualche altro scatto d’autunno date invece un’occhiata qui