Il profumo della neve dell’Hokkaido

Di uno dei tanti perché io adoro la città di Hakodate.

Il profumo della neve vaga per le strade in Hokkaidō, ti si presenta compatta appena apri la finestra. I vetri sono doppi, perché ne apri uno e, dopo lo spazio di un palmo, eccone un altro. Così anche le porte. Il caldo ha due protezioni ed è buffo ma gli abitanti dell’Hokkaidō a Tōkyō hanno freddo. Il riscaldamento qui è esagerato.

Questo profumo di bianco ha un sinonimo nella mia memoria: freschezza, che è il benessere dell’aria.

Prima di partire Francesca mi ha scritto che “ogni viaggio un poco ci cambia”. Non ho replicato ma ho conservato le sue parole. Ho la fortuna di amici che amano come me le parole e sanno il lungo viaggio che esse sono capaci di fare.

Tutto questo bianco. Ripeto i gesti della sveglia, la colazione sempre un po’ sbagliata in albergo, le parole imperfette che si dicono la mattina.
Scendiamo in treno verso ovest e la neve arretra. Il cielo smorza il verde e resta la terra e la pelle degli alberi, la corteccia nuda.

Da sempre l’Hokkaidō mi affascina per la solitudine che ispira, questo tanto che è lo spazio e questo poco che è l’uomo e le cose che ha costruito. Come una casa collegata da infiniti corridoi, come le regge visitate in Europa: quel percorso artificiale che ti portava dalle stanze della regina all’anticamera di uno degli innumerevoli salotti, alle stanze di un aristocratico e soffitti che sognavano cieli e pavimenti che chissà che passi avevano accompagnato.

Francesca aveva ragione, viaggiare cambia. È il come che non so ancora, perché il viaggio è fatto del suo ritorno tanto quanto del sogno che lo precede, e del partire.

E io non ho alcuna fretta di tornare.

Hatsu-snowbord

🛷 POST di sfacciata condivisione gioiosa🏂

La prima volta in snowboard!!!
Io che credevo avrei mollato dopo dieci minuti mi sono fatta due discese e, come la giostra dell’altro giorno, avrei detto ancora ancora ancora.

Che bello schiaffone ho dato a uno stereotipo su me stessa! Non mi metto spesso in gioco (mentalmente in continuazione, fisicamente mai) quindi è stato bellissimo ❤️

Scrivere, leggere, è visitare l’altrove

«Scrivere, leggere, è visitare l’altrove.

Il posto in cui nasciamo, del resto, non è detto coincida con il posto in cui finiamo per vivere né, cosa ancor più importante, con quello in cui diventeremo felici.
Talvolta fin da bambini, talvolta crescendo – non è raro che ci si trovi a proprio agio in una diversa cultura – magari per la consapevolezza di non essere perfettamente allineati alla propria.

Scavarsi una nicchia di altro nel qui è una risorsa preziosa.

E allora l’altrove nelle storie non serve solo a viaggiare con la fantasia, né a imparare a leggere il diverso come interessante, ma è anche una risorsa importante per rimanere esattamente dove si è – nel centro di Roma, nella periferia di Seattle o nella campagna della Cambogia. E starci, se non completamente bene, perlomeno meglio.

Si tratta, soprattutto, di accettare l’ALTROVE dentro di sè.»

❄️🏔️🌨️⛄🚡☃️🏂🛷🎿⛄❄️🌨️

Lo scrivevo su un pezzo uscito tempo fa su Il Libraio e … DOMANI PARTIAMO per la neve, le montagne, l’Hokkaidō e il bianco che brucia lo sguardo tanto è assoluto.
Penso all’effetto che farà sui bambini con cui non viaggiamo per bene da due anni e mezzo. Anche allora fu l’Hokkaidō, questa terra che per me significa la pausa più di ogni altra. Un altrove che è innanzitutto spazio.

Photo: 📷 di Kazuki → @kz_pht ←

Un boccone alla volta

Non ho mai avuto l’idea che si debba affrontare tutto. Né subito né, soprattutto, tutto insieme. Credo nell’importanza di prendere la vita poco per volta, di lasciarla pure fuori dalla porta quando si sente che, entrando, alzerebbe una tempesta. Per questo, anche il lutto per me è una cosa che si affronta non in giorni né mesi, ma in anni. L’oriente me lo ha insegnato. Io non ho fretta.

Ieri, scrivendo il romanzo, nella playlist è entrata per sbaglio una canzone italiana, una di quelle che mi riportano a Roma, al Giulio Cesare, a mio padre che la metteva su in macchina. Mi sono “accorta” – come mi accorgo un numero imprecisati di momenti in un anno – che lui non c’è più. Sono questi i momenti in cui affronto, a minuscoli bocconi, il lutto. Ho pianto piano, non ho chiamato nessuno. Non volevo che dilagasse perché in questi anni non ho il tempo e la forza mi serve per camminare dritta. L’ho riposto quindi in una delle infinite tasche che ha una giornata.


Ad alcuni paio forse anche assurda, una che tiene il dolore lontano, una che rimuove. Ma io non rimuovo, affronto le cose piano piano. Nei giorni in cui ho quella larghezza nel petto che i giapponesi spiegano con l’espressione 余裕がある “yoyū ga aru”, infilo le dita in quella precisa tasca, esploro l’emozione della sua assenza, e allora ne avverto non solo il pericolo ma anche la dolcezza.

«Il lutto è come qualcosa che si mangia ogni giorno, un panino fatto a piccoli pezzi e ingurgitato con calma. Oggi l’orecchio del pane, il granello rimasto di riso, domani il giallo spaccato del limone. La digestione era lenta.»

Me lo spiegò con la sua pacatezza Yui in «Quel che affidiamo al vento», e io le sono ancora grata.
Perché anch’io sono così. Affronto le cose più grandi e difficili un boccone alla volta.