ちょっと o della chiarezza del non detto

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  Ci sono parole misteriose. Che sembrano una cosa e poi sono tante altre.

Studiare una lingua straniera e soprattutto poi provarla sul campo è un notare continuo non solo del suo “centro” – delle sue vie alberate, delle strade eleganti piene di negozi, delle piazze con nomi famosi e altisonanti – ma anche delle sue apparenti “periferie” – viuzze, slarghi e rotonde poco frequentate da chi non conosce la città ma di cui, chi la abita, non può fare a meno.
Periferie che di una parola, di un’espressione, fanno spesso qualcosa di diverso.

Lo insegno sempre ai miei ragazzi, che più una parola la si usa più è soggetta a mutamento. Passa di bocca in bocca, attraversa regioni, fasce d’età, stati d’animo e ama cambiare, come le scale a Hogwarts, come le ragazzine di Shibuya.

Delle tante espressioni di cui ho imparato a scoprire giardinetti nei sobborghi, viuzze ignorate dalle cartine più importanti, ce n’è una: ちょっと che si pronuncia “chotto”, “ciotto”, e che, per il mio orecchio italiano, ha fascino nel suono. Ciotto, ciottolo, ciò, ciotola. Ha dentro un rumore che rotola via.
Ha il suono dell’acciottolio delle stoviglie nell’acquaio, di qualcosa di tenero e cicciottello, diminuisce ciò che rappresenta e insieme lo ingrassa.

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ちょっと  adesso lo si scrive in hiragana ma, insegna il giapponese di una volta, poteva essere anche un kanji, anzi due 「一寸」 dove 「寸」 era un’antica unità di misura e 「一」 è l’uno in giapponese oppure 「鳥渡」 che è un uccello, un volatile che attraversa. E chi lo sa che cosa era… 

Chotto matte ne. (Aspetta un attimo)Vuoi la torta?
Chotto dake. (Solo un po’)

Chotto, una parola che significa “un po’” ma che in realtà ha molto più tempo e materia al suo interno. Chotto non è solo un avverbio per chiedere di attendere un po’, per indicare una quantità limitata; è anche una risposta già di per sè. E spiega un altro pezzetto del popolo che lo pronuncia.

Scusi potrebbe dirmi quando arriva questo libro?
Chotto… (wakarimasen)

Quando crede si libererà un tavolo?
Chotto… (wakarimasen)

Il chotto sospende, omette, ferma l’interlocutore senza dire. E proprio qui sta il punto. Che non c’è bisogno di dire no, di dire , di dare una qualsiasi risposta. Il chotto mette Pause su tutto ed interrompe.
Diventa allora traducibile come un “non saprei”, un “ehm”. Sottintende una negazione.

Ma tra di voi che rapporto c’è?
Chotto…

Perchè non vuoi parlare con lei?
Chotto…

  Chotto è la distanza dalle cose, da un giudizio, tra una persona e tutto il resto del mondo. Una bolla che circonda e che ferma mani curiose, domande impertinenti, intrusioni nel privato. Perchè non c’è bisogno di dire – in giapponese non c’è n’è mai veramente – e la sospensione basta. L’altro capirà che non si può chiedere oltre.

Quel che ho capito in questi anni di un Giappone, che per me non è e mai sarà part-time, è che a dire le cose all’italiana spesso si arriva prima all’obiettivo ma che ad attendere e non dire alla giapponese spesso si arriva lo stesso, ci si mette tanto tempo e non si procurano ferite.

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  Non c’è un modo giusto, non c’è l’illusoria “via di mezzo”, c’è una situazione e varie possibili soluzioni e sta a chi cavalca due o tre o quattro culture scegliere quale strategia comunicativa usare. Mai privarsi dell’essere italiani ma mai far assurgere la propria cultura a quella “giusta”. Limita, rovina.

Il non so, il chotto che sospende è qualcosa che all’inizio confonde e indispettisce lo straniero “eccheppalle, un po’ di elasticità”, “suvvia, rispondi, un’approssimazione perlomeno” ma che poi, a lungo andare, lo rassicura “se lo ha detto è sicuro che sarà così, ci si può fidare”. Perchè nel tempo del non so, non posso dire non c’è menzogna.

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  Chotto poi serve anche a chiamare e insieme a protestare. Che suona come un “Ehi, scusi…”. Magari qualcuno che ti sta coprendo una visuale che ti spetta di diritto, qualcuno che intralcia il passo e allora diventa “scusi, permesso”.

Ma la lista è lunga ed io mi fermo qui.

Perchè Laura, adesso cosa devi fare?
Chotto…  ^^;

28 commenti su “ちょっと o della chiarezza del non detto

  1. Sara Fortino ha detto:

    ちょっと è sicuramente una delle mie espressioni preferite… e spesso vorrei che esistesse un corrispettivo anche nelle altre lingue… ma ちょっと è di più… e non lo si può applicare a culture diverse. Bellissimo post! come tutto il tuo Blog del resto! Leggo sempre ma difficilmente mi fermo a commentare… questa volta non potevo farne a meno. Grazie!

    1. Giappone Mon Amour ha detto:

      Grazie di questo commento. So che, silenziosi, siete in tanti, ma spero sempre che ogni tanto vi esprimiate. Il tuo commento, pertanto, e’ doppiamente apprezzato. :*

      Ce ne sono tante in effetti di parole cosi’. E noi ingrassiamo sempre piu’ il nostro vocabolario. Una cosa bella 🙂

  2. Silvia ha detto:

    Ciao Laura. Seguo spesso la tua pagina facebook, ma è sparita. L’hai chiusa per caso o sono io ad avere problemi di connessione? Grazie

    1. Giappone Mon Amour ha detto:

      E’ sempre li’ Silvia!
      Non e’ accessibile dal Giappone ma in tutti gli altri paesi non vi dovrebbero essere problemi di visulizzazione. prova a cercare da Google. A presto~

    2. Silvia ha detto:

      Non so proprio cosa sia successo ma riesco a visualizzare la pagina facebook solo come “estranea”. Accedendo con il mio account mi rimanda alla sezione notizie…sembra di essere bloccata 🙁

    3. Giappone Mon Amour ha detto:

      Assolutamente non sei stata bloccata! Ho controllato su fb. A volte il mezzo fa brutti scherzi. 🙁

  3. Danilo Benci ha detto:

    come sai a me il Giappone è arrivato tanti anni fa, in un certo senso a casa ed in un modo o nell’altro non è andato più via…quanta abilità ci vuole nel capire una donna quando dice e non dice, se poi è una donna giapponese … ma alla fine ho imparato che nel suo non decidere è già tutto deciso, il guaio è quando sono un po’distratto che prendo quel forse per un sì ed invece è un no…e quando a parlare a dare consigli o semplicemente opinioni sono tanti Italiani sapienti può capitare che la mia Yumichan si senta stringere…e sta a me difenderla… come adesso che forse vuole prendere, anche, un gatto russo blu …;-) e tutti hanno avuto da dire un’opinione non richiesta, me compreso, perchè anche io ogni tanto mi scordo di come è indiretta nel chiedere le cose…ma di questa storia ti parleremo in seguito … un saluto da tutti noi, compresa Mina che gioca con un nastro colorato in questo momento.

  4. giulia de santi ha detto:

    Cara Laura, questo tuo post mi è molto d’aiuto sai, nel caso specifico, per capire un pò più profondamente due ragazzi giapponesi conosciuti qualche tempo fa… Per una serie di coincidenze sono stata ospitata nella casa di uno di loro (con mio immenso piacere) ed in quella occasione abbiamo parlato davvero tanto, di tutto, dalle onsen, alla cucina giapponese, dai ryokan alla vita scolastica dei giovani giapponesi… E io chiedevo, chiedevo e chiedevo ancora, la mia curiosità e la mia voglia di conoscere tante cose riguardo questo Giappone, questa cultura mi ha fatto esplodere in una serie di domande che non finivano più. Ora mi chiedo, il mio amico tra se e se, quante volte si sarà ripetuto la parola “chotto” durante la nostra conversazione?! E questo mi fa un pò sorridere ^_^
    Grazie ancora Laura!!

  5. DAIJIRO 85 ha detto:

    Meravigliosa la seconda fotografia dal cavalcavia pedonale venendo da Nishi Shinjuku, Laura!!
    Altra parola per me “magica”, ricca di sensi, della lingua giapponese, è “Wakaru”… 🙂

  6. dm ha detto:

    Che dire? Questa tua riflessione mi fa tornare alla mente ciò che ho studiato per un esame di marketing lo scorso anno.. Venivano analizzate le differenze culturali e il modo di gestire le conversazioni tra i diversi popoli..
    I Giapponesi venivano descritti come osservatori e di poche parole. Il tuo blog è davvero interessante!!!:-) lo leggo sempre con piacere:)

    1. Giappone Mon Amour ha detto:

      Wow, interessantissimo anche il tuo commento. Io seguii un corso all’universita’, in Giappone, proprio sulla differenza comportamentale sia negli affari sia nei “dorama/soap opera” giapponesi e americane. Mi si apri’ un mondo. 🙂

  7. Sabry ha detto:

    posto bellissimo complimenti, hai una nuova lettrice 🙂

  8. Sabry ha detto:

    Post bellissimo, complimenti hai una nuova lettrice 🙂

    1. Giappone Mon Amour ha detto:

      Uh che bello. Sono contenta di darti il benvenuto in questa comunita’ piccina piccio’. 🙂

  9. Manu Hikaru ha detto:

    Io ricordo che, prima di mettermi freneticamente a cercare le parole che non capivo sul mio dizionarietto piccolo e malridotto della “Vallardi” (con sistema kunrei a complicarmi la vita!), al mio interlocutore dicevo spesso “Chotto matte kudasai”! 🙂 Vedevo i loro volti farsi soddisfatti, attendevano educatamente senza farmi mai pressioni…quanto mi ero affezionata al modo di fare ed essere dei giapponesi…quanto mi manca il Giappone…:’(

  10. Erika Mancuso ha detto:

    Questi post hanno la capacità di farmi commuovere… ありがとうございます!

  11. Cristina Lopresti ha detto:

    Mi ha colpita molto questo post. Quante discussioni inutili e domande sgradite eviteremmo se anche in Italia fosse diffuso questo concetto. Il senso del rispetto dei giapponesi è da lodare, noi invece non riusciamo a porre un freno all’invadenza.

  12. Amelia Amico ha detto:

    chotto si usa anche per chiedere tempo? (tipo: aspetta)

  13. Que Fabb Jinn ha detto:

    Uno dei post piu sensibili sulla vita dei giapponesi. Complimenti Laura….

  14. Giulia De Santi ha detto:

    Questo post mi aveva colpito particolarmente, letto e riletto tante volte!! ^__^

  15. Monica Buniato ha detto:

    Se ne dicessimo qualcuno in più. ….chissà. …

  16. Valentina Tano ha detto:

    Bellissima la spiegazione del chotto 🙂 La prima volta che ho sentito questa parola é stato in un anime. La protagonista stava per essere baciata e lei ha detto “chotto” che veniva tradotto con “aspetta” 🙂

  17. Adriano Desideri ha detto:

    Al bakushu popeye a ryogoku il titolare conosce alcune (tante a essere onesti) parole in italiano, dopo aver ordinato mi dice “uno momento prego” e mi chiede esattamente cosa significasse, se era come one moment please (ovviamente sì); io: chotto matte!

  18. Wanda D'Onofrio ha detto:

    …e poi mi pongo domande e perché. ..la cui unica risposta è “chotto”
    grazie Laura, leggere i tuoi post è come tornare in Giappone, sedersi on un tempio zen e tornare a meditare.
    Mi piacerebbe tanto studiare queste cose…e intanto parto da te.
    Un caro saluto…

    1. Laura Imai Messina ha detto:

      E’ che la tua mente e’ predisposta! Assaggiando poi vien fame. Vedrai che lo studio prima o poi iniziera’! 🙂
      Bacio, L.

  19. Andrea ha detto:

    E’ certamente la mia frase preferita!
    In alcune, le mie preferite a dir il vero, delle sue accezioni, racchiude la discrezione del non detto, il rispetto per la propria vita e per l’altrui intelligenza, avivicina allontanando, unisce dividendo, ti costringe a quello sforzo interiore che è fondamentale per vivere il momento presente e che senza il quale tutto passa e scorre via, è complicità, è solidarietà umana, è pura poesia, è ciò che più ci rende umani in un mondo che sentiamo a volte lontano, è il cuore comune che unisce persone diverse e mai viste. Grazie

  20. Graziana ha detto:

    Ciao!! Come si pronuncia questa parola?

    1. Laura Imai Messina ha detto:

      “ciotto”

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