«In Giappone ho imparato a leggere l’aria»

Biri biri, wai wai, guzu guzu, dan dan.

In questo Paese ogni cosa possiede una sua voce. La carta che si strappa, la gioia di una folla, la lentezza molle di una attesa, tutto quanto cresce e si sviluppa. Eppure qui nulla la alza, la voce. Mi guardo intorno, nel bel mezzo di questa melagrana spaccata che è Tokyo, e non mi sento straniera.

La patria è l’Italia, la matria il Giappone.

In dodici anni casa è diventata una parola, radice qualcosa che tengo per la mano e conduco dove voglio. Eleggo l’amore in giapponese, leggo libri ai miei bimbi in italiano, scandisco coniugazioni di verbi irregolari in vaste aule dai soffitti alti, e narro di una Roma medievale tracciando kanji alla lavagna; conduco idealmente frotte di ventenni in strade dai nomi italiani, per poi, varcando il cancello dell’università, ritrovarmi irrimediabilmente in vie senza nome, battezzate dalla sola familiarità con quanto l’una o l’altra contiene.

Chi ero prima di partire? È bello poter rispondere che non lo so. 

Questo popolo mite mi ha insegnato la cautela, mi ha convinta alla calma, che la fretta nel giudizio è fraintendimento e che questo porta sofferenza. Ho imparato la pazienza, la danza allentata nei rapporti d’amicizia, di un amore che comincia, una panoplia di gesti in cui ci si approssima ad un altro, annunciandosi piano, aspettando il turno di parola. La conversazione in giapponese è un continuo calibrare, lo è anche il pensiero. Sono ingredienti pesati al grammo in cucina, la preparazione di un dolce complicato. Mai una gara, perché chi vince perde comunque.

Tokyo raramente alza i toni. E io che un tempo gridavo, ora sussurro. La risata è la mia, fragorosa, impudente, ma nel privato, che ho imparato a separare dal pubblico, come pula dal grano.

Ho appreso soprattutto a «leggere l’aria»:「空気を読む」/kūki wo yomu/ si dice letteralmente in giapponese. È intuire, anticipare l’emozione altrui, cogliere il non detto nell’aria condivisa, per non costringere alla parola che, pronunciata, rischia di rendere tutto definitivo e sciupare. Ho impiegato anni a capire che non serve venire alle mani con il mondo. Bisogna aspettare.

«Dove si vive meglio? Cosa ti manca?»
Ho imparato soprattutto a non fare paragoni. Uno dei termini resterà per forza di cose svilito, l’altro a priori sul piatto nell’alto o nel basso della bilancia. Vale per le persone, vale per le città, vale per tutto quanto si ama. A chi vuoi più bene, a tuo padre o a tua madre? Da un incendio salveresti Calvino o Tanizaki? Paragonare significa operare una scelta. E scegliere è meno necessario di quanto ce lo si imponga. C’è abbastanza spazio per accogliere ogni cosa.

La matria è l’Italia, la patria il Giappone.

In questa lingua zeppa di segni, in cui il soggetto rimane al margine di ogni discorso, in cui ci si distanzia dalla certezza nell’affermare, in cui si paventa l’aggressione nel domandare e il verbo, come il dessert, giunge a fine frase, ho capito la necessità di organizzare la mente prima di parlare, come imbandendo la tavola per un ospite importante.

Negli affollatissimi treni che prendo la mattina, in quel silenzio irreale che è qui una folla – gente che legge, studia, dorme pacificata nella ressa – capisco ancora una volta che il noi vale più dell’io, e che l’io, senza un noi, non vale nulla.

Senza spingere scendo dal convoglio, gli scarti del bento nella borsa, a fior di labbra un sumimasen se urto qualcuno, un inchino e formule fisse nel commiato, sentirsi chiedere scusa anche quando si ha torto.

Ho scoperto che un buon esempio è facile da seguire, che sporcare un luogo sporco è tanto più semplice che lordarne uno pulito.

E di tutto questo continuo allenamento che è il vivere in Giappone, quel che è stupefacente è che, pur rimestando nella memoria, non ricordo qualcuno me lo abbia mai fatto notare con astio, che stavo sbagliando. L’esempio è un origami di mille parole.

Lasciare l’Italia, che pure mi è sempre presente, mi ha insegnato che non serve affatto tradurmi, perché ogni me ha una sua spendibilità precisa, così come ogni parola. Non c’è una corrispondenza esatta tra una lingua e un’altra, così come non esiste tra la persona che sono oggi e quella che domani sarò. E rinunciare a trovarla, quella parola, significa concedersi la possibilità di crearne una nuova.

Ecco allora cos’è. Vivere qui è cercare quella parola. Avvertirla che titilla la lingua, che è in punta, eppure non varca la soglia, abbarbicata com’è al senso che possedeva, e nel cercarla smarrirla.

È come la gioia, spiazzante, improvvisa.

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Questo racconto autobiografico è stato pubblicato sul Corriere della Sera, Futura, il 16 febbraio 2018

Illustrazione di Luisa Tosetto (che ringrazio per il meraviglioso accompagnamento)


3 commenti su “«In Giappone ho imparato a leggere l’aria»

  1. Eleonora B. ha detto:

    Quanta verità nelle tue parole, che non mi sono affatto estranee. Imparo ogni giorno e ogni giorno sento di dover imparare. Lo devo a me stessa e lo devo alle persone con cui ho deciso di intrecciare qui la mia vita.
    Un abbraccio, cara Laura. <3

  2. Gabriele ha detto:

    Grazie per questo scritto,mi ha fatto riflettere molto .

  3. cinzia ha detto:

    ho letto tutto di un fiato il tuo articolo, in apnea e alla fine ho liberato i polmoni quasi a dirmi : ok Cinzia respira e leggi nell’aria quello che ne è venuto fuori da questa lettura. Le tue parole sono meravigliose, sono piene di speranza! Si sperare che noi “occidentali” possiamo imparare qualcosa dal mondo del sol levante.
    Imparare a leggere l’aria, una frase stupenda, un non voler calpestare la sensibilità del prossimo perchè il più delle volte le parole fanno male più di un dolce silenzio. Grazie per i tuoi scritti ❤

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