cultura

Del tempo e del servizio giapponese (2)

   Il tempo nei caffè di Tokyo scorre piano. Per restare ore seduti ai tavolini basta una tazza di caffè, una delle sue infinite varianti dolciose, al maccha, alle mandorle o nocciole, al gusto di toffee o all’amarena, oppure alle alternative gelate quando fuori il caldo si mette d’accordo con l’umidità per rendere insopportabile il solo respirare o bollenti quando il tempo tira dritto verso i rigidi inverni giapponesi. Frappuccini alla starbucks, honey milk latte alla tully’s o hotto/aisu tii alla excelsior.

  Rimani ore con i tuoi libri a studiare, leggere o chiacchierare con le amiche. Che il tempo che è ora non ritornerà e a Tokyo bisogna giocarselo bene, perchè qui la vita va veloce.  
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Veloce come i treni che arrivano in stazione ogni pochi minuti e si spalancano automatici perchè tu possa entrare e subito ripartire. Convogli in cui la mattina i pendolari si tramutano in cose. Come abiti a fiori, spazzole, paia di scarpe, trucchi e altri oggetti che, prima di un viaggio, hai deciso porterai con te e che quindi devono – devono assolutamente – entrare in valigia. E così i pendolari, per salire sul treno già affollato, pigiano palmi sopra alle porte, rivolti verso la banchina, e si spingono dentro. Un passo indietro, uno alla volta. Lo spazio c’è e sembra infinito.
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Mentre gli addetti, in alcune stazioni con particolare affluenza, aiutano chi è fuori ad entrare nei treni. E nel guardarli ogni volta pensi proprio a quelle ragazze piene di progetti che talvolta si vedono nei film e che, per chiudere la benedetta valigia, ci si siedono sopra, si appoggiano con tutto il peso che hanno in corpo e, facendo acrobazie, riescono a guadagnare l’ultimo centimetro di spazio. 
  Il servizio giapponese va veloce. Si cronometrano le performance perchè i clienti non debbano attendere. Ogni vita qui ha i pattini ai piedi e il proprio lavoro non deve diventare un ostacolo per gli altri.
  Ma accadono anche incidenti.
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  “Ci scusi per il ritardo” ripete l’inserviente che ha sbagliato l’ordinazione e sta riformulando un caffè.
  “Senta, lasci stare, non ho tempo”risponde una ragazza sui trent’anni. E s’avvicina al banco.
  “La preghiamo davvero di scusarci” ripetono le inservienti, tutte, compresa quella alla cassa che si trova a un paio di metri di distanza.
  “Mi rimborsi la bevanda. Devo andare” riprende sbrigativa la ragazza.
  Va bene. La preghiamo davvero di scusarci”
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  E nel ripetere altre tre volte la preghiera le inservienti restituiscono i soldi alla cliente mentre questa volta le spalle buia in volto e se ne va.
  Ieri, a Shinjuku, in attesa di incontrare mio marito, ho assistito a questa scena.
  Ai ritmi vertiginosi non ci si abitua subito. Ci vuole un tempo che non c’è e capita che ragazzi appena assunti sbaglino, sprechino quel tempo prezioso e siano destinati a scusarsi chinando impotenti il capo.
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  E mi ha fatto sorridere la coincidenza. Perchè sempre ieri sera, all’ultimo piano della libreria Kinokuniya, ho acquistato dei libri, due dei quali un dono per Kai ed ho chiesto al ragazzo di incartarli. Sulla giacca aveva il cartellino che segnalava che si trattava di un “dipendente in periodo di addestramento”. Il pacchetto ha impiegato una ventina di minuti a giungere alle nostre mani e, sbirciando con la coda dell’occhio, ho notato che è stato riformulato – come il caffè – un paio di volte.
 “Sta imparando, non andiamo di fretta, diamogli il suo tempo” dice Ryosuke che intanto mi ha raggiunto a Shinjuku.
 “Un giorno anche nostro figlio si troverà in quella situazione” fantastico e, in quella lontana fantasia, divento ancora più paziente.
Arriva dopo venti minuti tutto sudato. Questo ragazzo non avrà più di diciannove anni, penso. Non ha imparato ancora le formule fisse con cui un giorno si difenderà dal malcontento dei clienti e finisce per balbettare, ingoiando più saliva che parole.
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   Ma qui è più facile perdonare errori e ritardi di apprendisti. Lo sai, lo vedi ogni giorno, che quei giovani esitanti e balbettanti sbocceranno e saranno presto rappresentanti di quell’eccellente servizio giapponese che ti rende sempre tanto fiera.

Sakanakushon Myujikku 


Del servizio giapponese (1)

Entri in un negozio in un giorno di pioggia. Metti il cappuccio di plastica al tuo ombrello prima di entrare: c’e’ la macchinetta apposta all’ingresso.
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E cosi’, anche a tacchi alti, puntellando d’alterigia il pavimento lustro del negozio, cammini sicura. Non scivolerai.
Scegli un abito dopo un lungo girotondo nelle sale, sfogliando stoffe appese ai lati. Eccolo, lo scegli e ti dirigi in camerino per provarlo.
Prima pero’ la commessa ti consegna la “face cover” con cui fasciarti la testa. In questo modo non rovinerai con il trucco l’abito che indosserai, che altre hanno provato, che forse acquisterai tu o che, dopo di te, comprera’ invece un’altra donna.
Ma si’, questo abito ti piace allo specchio e mentre restituisci la “face cover” alla commessa, ti immagini gia’ per strada agitando la gonna scarlatta e il corpetto nero.
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Vai alla cassa, con l’abito che ti accompagna morbido sul braccio. Paghi e nelle unghie decorate della ragazza passa il resto che, prima di consegnarti, conta davanti a te, come computando una parola. Non lo fa perche’ sei straniera, lo fa con tutti quanti. E’ gentilezza. Ti sorride garbata e tutto nella sua figura e’ cura e bellezza.
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Poi, quando ricevi il sacchetto di carta con lo shopping dentro, noti che, dopo averlo chiuso con l’adesivo del negozio (in un modo tale che tu possa aprirlo con facilita’), la ragazza della cassa fa scivolare sopra una copertura di plastica. E’ perche’ non si sciupi con la pioggia che batte il suo ritmo incalzante fuori, in strada.
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 Lo shopping ti ha messo fame, un appetito leggero che un nikuman e una bevanda fresca possono placare. Il kombini e’ il regno dei desideri passeggeri e, dopo pochi metri, all’angolo di una strada lo riconosci.
  Ordini, paghi e ricevi non uno ma due minuscoli sacchetti. Uno per la bottiglietta d’acqua gelata, uno per il nikuman caldo. Perche’ qui cibi freddi e caldi, per evitare che si rovinino a vicenda, vengono consegnati separatamente.
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Tutto familiare?
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  ***Pare che il servizio giapponese, quello nei negozi e piu’ in generale in tutti gli esercizi commerciali, sia il migliore al mondo. Ed io concordo.


Dei tanti "doni" concessi ai giapponesi, uno: il sonno.

  Dei tanti doni concessi ai giapponesi – capelli solidi e spessi, una predisposizione culturale al rispetto reciproco, una invidiabile (!) conformazione fisica che rende i loro corpi sempre tendenzialmente snelli, – uno: la proverbiale capacita’ di chinare il capo, serrare le palpebre e, contemporaneamente, cadere in un sonnellino ristoratore di variabile durata.
 
  I treni, nell’immaginario comune degli stranieri, sono colmi di giapponesi dormienti che oscillano dolcemente insieme al movimento dei convogli. Pregiudizio? Falsita’? Tutt’altro. 
  I giapponesi dormono davvero ed e’, come amo definirlo, “il sonno dei giusti”. E’ la stanchezza dei pendolari, delle donne che lavorano fuori e dentro casa, degli universitari la cui vita e’ piu’ occupata dalle attivita’ extra-scolastiche che dalle lezioni. 
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  Ma e’ anche un’abitudine culturale che si pratica ovunque (caffe’, parchi, universita’, autobus, sale d’attesa etc) tanto quanto il yoroshiku onegaishimasu「よろしくお願いします」alla fine d’ogni incontro, l’inchino al suo inizio e gli “aizuchi” 「相槌」a ritmare le frasi di una conversazione.
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 Cio’ che mi ha sempre colpito e’ la fiducia che sottintende a questo atto. Le persone dormono lasciando la borsa sul portapacchi, a terra tra le gambe, accanto al proprio corpo. C’e’ chi dorme (letteralmente) in piedi e il portafogli spunta prepotente da una tasca. Cio’ che si poggia, resta la’.
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E penso all’onesta’. E a quanto il sonno sia una forma di abbandono e, pertanto, in luoghi pubblici e affollati, anche una forma di fiducia.
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Dormire per ricaricare le batterie fisiche e nervose e’ davvero un dono. Un dono che i giapponesi fanno ai giapponesi (e a chi vive in questa terra)
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“Dormi, dormi pure. Riposati. Nessuno ti rubera’ niente”


"Sarà occupato" o della clemenza giapponese

Esistono luoghi da cui non potrei più staccarmi. Le stradine di Kichijoji, il tratto in bicicletta che mi separa dall’università, la panetteria aperta dalle 6.30 della mattina, alcuni caffè di Shinjuku, dei tratti della Yamanote e della Tozai-sen, la libreria di Kinokuniya e quella – piccina – dentro alla stazione.

Poi ci sono gli oggetti, le cose. La Suica che mi fa scorrere veloce oltre i tornelli della metro, alle casse dei negozi, la tavoletta riscaldata del bagno, il kotatsu, la sensazione del tatami sotto alle piante dei piedi.

Poi ci sono delle parole. Le formule di saluto, di ringraziamento che riempiono spazi vuoti che non mi fanno sentire mai a disagio. Ma ancor prima delle parole ci sono i modi di pensare. Di reagire.
Uno di questi e’ quello che recita il titolo.

Quando non si sente qualcuno per un po’, non si ricevono notizie, email, contatti, i giapponesi tendono ad ipotizzare: “Sarà occupato” 「忙しいんだろうね」. E non si accusa, non ci si offende. Non ci si arrabbia.
Mancanza di interesse? Affatto. La chiamerei piuttosto presa di coscienza dei ritmi, dello scorrere del tempo che è diverso per ognuno di noi. Come differente è il modo di rapportarsi all’altro. Da queste parti non si salta tanto facilmente alle conclusioni. Le si sospende. E si aspetta che il reale ci fornisca le risposte.

Se un amico non si fa sentire probabilmente “sarà occupato”. Non e’ che “machebastardomancoun’emailvediselochiamoiolaprossimavolta” o “stinfamonechiamasoloquandoècomodoalui” etc. ^^;

Una volta una simile reazione – all’inverso – mi avrebbe fatto sentire sola, poco considerata, poco amata. Perchè nella passione italiana del “dopo” che sa persino precedere il “prima”, avrei decifrato il silenzio, la mancata insistenza come assenza di reale interesse e avrei letto un eventuale messaggio successivo ad un lungo periodo di assenza come una forma di mal celata ipocrisia.

E invece, a distanza ormai di tanti anni di vita giapponese, scopro che qui è abitudine non insistere se l’altro non si fa sentire. Lo si immagina occupato, magari solo preso da altro, impossibilitato praticamente o mentalmente ad occuparsi della corrispondenza, degli incontri. Perchè capita che la testa sia piena. E scrivere anche solo un’email costi fatica.

In questi mesi in cui il mio unico passatempo è stata la cura di questo blog e della pagina fb – dedicando tutto il resto allo studio, al lavoro e a cose importantissime da raggiungere con la punta delle dita – ho riflettuto su quanta impazienza governi i rapporti.
Alcuni sopravvalutati per leggerezza, altri per troppa speranza, altri ancora per una mia incapacità di gestire virtualmente ciò di cui non ho mai avuto pratica esperienza, si sono persi. E la cosa non mi stupisce. Forse, persino, mi restituisce una sorta di serenità.
Perchè accadrà ancora. Che sarò occupata. Che non mi farò sentire per mesi. E so che le persone importanti, italiane e giapponesi che siano, resteranno. E che chi andrà via, probabilmente, non c’è mai davvero stato.


* In fotografia uno scorcio del fiumiciattolo che scorre accanto all’universita’ e che in questi giorni si è ghiacciato (1), il passaggio tra Kagurazaka e Iidabashi, il fiume Kanda (2) e il monte Fuji, in uno scorcio serale in cui il cielo va dal blu all’arancio (3).


Dell’essere italiani in Giappone. Un pomeriggio ed una sera a Tokyo.

L’odore intensissimo di miele, zucchero che cuoce e caramello. Giù dal basso, al primo piano del caffè francese dove studiare sembra quasi un privilegio, proviene la fragranza di dolci in divenire e la concentrazione – ben distinta dalla fame – sgocciola via. Fuori piove. No, ha piovuto. Ha minacciato duramente la mattina ma poi nel pomeriggio, per farsi perdonare i suoi eccessi, ha allungato solo nuvole nel palmo.

I momiji si sono fatti rossi, arancio. Nelle gradazioni intermedie che scivoleranno presto verso il rosso. Quello intenso e squillante. Quello che ferma le pupille e non le lascia andare oltre.
Tornando in bicicletta sono passata accanto a frotte chiassose di studenti, l’università chiude le porte e loro si riversano in strada, verso la stazione di Kichijoji.

Il Giappone che parla solo giapponese. Il Giappone che ha chiara, fissa a mente la regola del vivere civile. Il Giappone che è tanti – distinti – giapponesi.

Se ne parlava sere fa ad una cena dell’università. Un ricercatore spiegava quanto irritante fosse per lui quando un collega più giovane gli si rivolgeva in modo informale (タメ語) mentre invece, parlando con suoi coetanei di nazionalità però giapponese, quello stesso ragazzo lo faceva utilizzando nei loro confronti il linguaggio formale (丁寧語).

“Perchè loro sì ed io no? Perchè sono straniero? Voglio essere trattato allo stesso modo. Se mi trovo all’interno di un gruppo, in un ambiente governato da regole precise come quello accademico, voglio essere trattato allo stesso modo”, ribadiva con forza. E al giovane giapponese aveva fatto notare stizzito la differenza di comportamento rivelata dall’uso del linguaggio.

Un ragionamento che non fa una piega.

Se non fosse che se di tanti – distinti – giapponesi è fatto il Giappone anche di tanti – differenti – italiani è fatta l’Italia. E per me è una gioia quando le persone mi si rivolgono in modo informale. Abbiamo convenuto che quella differenza non connota “disprezzo” nei confronti dello straniero ma semplice, genuina “differenziazione”. Ed io SONO diversa. E lo sarò sempre anche se finirò per invecchiarci e morirci in questo paese.

Il fatto che alcuni (non tutti) i giapponesi si rapportino a me senza dover necessariamente inquadrarmi nel loro sistema sociale – che fa sì che debbano rivolgersi a me con più gentilezza perchè più anziana anche di un solo anno – mi rilassa e mi dà la sensazione che questo renda più distesi anche loro.
Ricordo ancora quando pregai Ryosuke di dismettere gli abiti “formali” del ~desu ~masu perche’ li avvertivo come una sorta di distanza.

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Ed io amo essere italiana in Giappone. E l’informalità (che nulla ha della mancanza di rispetto o del prendersi eccessive confidenze) la percepisco come un premio.

Qualunque sia il proprio sentire, comunque, è bene comunicarlo all’altro.
Delle differenze – non necessariamente incasellabili nel bello e nel brutto, nel giusto e nello sbagliato – si nutre questo mondo.

* In foto un tempio (pensando al Capodanno che si avvicina) e due scatti autunnali del quartiere.