Imparare a chiedere scusa

Quand’è che si impara a dire scusa?

Mi pare che ogni volta che accade, che lo si dice in quel modo definitivo che alza le mani senza opporre difesa, in quelle rare occasioni in cui non è automatismo ma profonda intenzione, ecco, mi sembra proprio che allora ne resti il segno.

È stato martedì sera. Un dito sulle lancette, fermo il tempo, e per fermarlo serve moltiplicarlo. Scrivere è questo: da un unico punto descritto in dettaglio, aprire a tutto quanto resta fuori fuoco, s’allarga inglobando pure la cornice, la butta nel mezzo della scena, ne fa parte di tutto quello che conta.

Sousuke, per la prima volta, mi chiede perdono. Non lo fa nel senso che d’ora in poi sarà, come un quasi meccanico replicare alla realtà di un errore commesso, un’apologia del compiuto. Un velo di carta assorbente per raccoglie l’ira di chi ha subito un piccolo affronto.

No, lo fa fuori contesto.

D’un tratto mi si avvicina, mentre ero accovacciata accanto a lui in cucina a leggere un libro, in attesa che si cuocesse la pasta. Il sugo al pomodoro che borbottava di acquosi scoppiettii in padella, l’acqua che bolliva nella pentola tutta rigata.

Lui sul limite del minuscolo corridoio della cucina, davanti al frigorifero per rimanere fuori dalla portata del fuoco, sedeva, con i libri ai suoi piedi. La Pimpa che fa il picnic con la Gatta Rosita, Giulio Coniglio e le api, Le calzette.

Ed ecco che mentre leggiamo, la manina si allunga. Mi fa una piccola carezza sulla testa, sui capelli che si fanno radi per via dell’autunno e per il defluvium post-partum. E dolce dolce mi dice:

「ごめんね、ママ」/gomen ne, mama/

 “Scusami, mamma”

E lo ripeterà più volte nella sera, allargando le scene di altri libri, che raccontano di un coccodrillo che fa GNAC! E morde l’amica zebra, l’ippopotamo, una scimmia; di due farfalle che fanno scherzi sgraditi alla povera Lumaca Laura, che tutto pare nella sua pronuncia tranne dire il mio nome.

Drammatizzando gli scambi, fingendoci di volta in volta colpevoli e vittime, Sousuke ed io ci siamo chiesti scusa più volte lungo la sera.

“Scusami, Sousuke. Mi dispiace”

「ごめんね、ママ」

Nel dialogo imperfetto delle lingue, in una corrispondenza mancata per cui io uso l’italiano e lui il giapponese, ci siamo domandati ripetutamente perdono. Ci siamo, mi pare, voluti bene di più.

Era un gioco, eppure era anche una compensazione, una cura agli sgarbi quotidiani, minuscoli per lo più, che però ci si fa comunque, visibili o no, e che non si fa in tempo a mendare.

Credevo sarei stata più brava come madre, un po’ più paziente. Ma tanto quanto cresce la forza nel piccolo, tanto più viene naturale opporre una forza più grande, e si finisce per mettersi contro. E allora la voce si alza, ci si ritrova più irosi, si dimentica che due anni sono troppo pochi per capire questo mondo complesso di cose che valgono un po’ più di altre, di sughi che non vanno toccati, di libri che non vanno calpestati, di orari da mantenere.

“Dai scendi”, gli dico quando usciamo insieme, e siamo in ritardo e vorrei prenderlo in braccio per le scale, perchè rischiamo di far far tardi al padre, e di seguito ad altri, ed è tutto un ingorgo.

È un peccato, tuttavia, spingerlo a saltare il rituale del conta-scalini, dell’uno, due, tre, che supera il dieci, il suo modo stupito di concentrarsi sulle carcasse di insetti che rinviene talvolta, sulla piega di luce su un muro, sul piccolo spiazzo che si crea tra le rampe, e in cui lui, libero dal pericolo di una caduta, gioisce del “Salto!”.

Giorni fa guardavo un programma televisivo della NHK 「すくすく子育て」/suku suku kosodate/ in cui si parlava di come conciliare faccende domestiche e cura dei figli. Lo si diceva chiaramente, che da qualche parte serve lasciare andare, accettare di non riuscire né perfettamente e neppure bene. Giocare con i bambini è più importante che avere una casa pulita, o preparare un pasto equilibrato nell’apporto di carboidrati, proteine, vitamine.

Bisognerebbe insegnarlo a scuola, non solo a riuscire, a mettercela tutta, ma anche a non essere in grado, a mollare la presa là dove realisticamente non si può, o dove il costo di quella riuscita svilisce quanto si ottiene. E recupero allora il volto nervoso di mia madre, i suoi scatti, il pianto talvolta. Ed ora capisco la fatica, ricollego ogni cosa. Non è più banale d’un tratto la frase “se non lo vivi non lo capisci”, ma è vera.

Basta accorgersi di quando si sbaglia, chiedere scusa. Non risolve forse ogni cosa, ma qualcosa. Che è di gran lunga meglio di niente.

“Scusami, Souchan. Perdona la mamma. Domani ci provo di più”


4 commenti su “Imparare a chiedere scusa

  1. giulia says:

    Quanta tenerezza, palpabile sai!! E’ proprio quello che mi piace dei tuoi scritti, lasciano sempre un’ emozione tangibile. Piccolo tesoro che piano piano cresce, impara, e nel farlo stupisce.
    Belli siete <3
    un abbraccio

  2. Ilaria says:

    Quando rimasi in cinta del mio primo figlio chiesi a mio padre se sarei riuscita ad essere una buona madre come lui e mia madre lo sono per me. Mi rispose che solo il tempo me lo avrebbe detto, perché i figli non nascono col libretto d’istruzioni e i genitori sono umani che sbagliano. Mi abbracciò e mi chiese scusa per gli errori che aveva fatto e aggiunse un “sono orgoglioso della donna che sei diventata”. Non dimenticherò mai quel giorno!
    Adesso mi ritrovo io a chiedere scusa ai miei figli quando sono nervosa o stanca e scatto subito in una predica. E poi piango in silenzio dispiaciuta.

  3. Daniela says:

    Sto amando molto questo tuo spazio dedicato alla maternità, forse perché ora questo argomento “mi tocca più da vicino”, o semplicemente perché non posso che condividere i tuoi pensieri e considerazioni.
    Non ho mai sentito un fortissimo impulso alla maternità, e ogni giorno mi chiedo se quello che faccio lo faccio bene, se riuscirò a essere una brava madre, un esempio per mia figlia. Cerco di esserci più che posso ed essere forte per lei, so che col tempo i nervosismi saranno maggiori e il tempo più risicato, spero sempre di riuscire a trovare le giuste risorse, e che quello “scusa” sussurrato ogni sera possa davvero lenire i piccoli dolori quotidiani. Un abbraccio forte!

  4. Thomas says:

    Ricordo che da ragazzo, ormai più di 30 anni fa, da liceale lessi una rubrica di posta che era pubblicata nelle pagine finali di un famoso fumetto mensile. Gli argomenti trattati erano di solito molto profondi, in netta antitesi rispetto alla leggerezza (in realtà più apparente che sostanziale) dei temi trattati all’interno di quelle tavole disegnate, comunque sempre intelligentemente comiche, frizzanti e ironiche. Rammento le parole di un adolescente: si lagnava con disprezzo rancoroso della “pesantezza” dei genitori e della, a suo dire, soffocante-onnipresente severità di madre e padre in ogni istante della sua vita. Questi lamenti venivano lucidamente analizzati, e trattati con molto buonsenso, da chi rispondeva ai lettori scrivendo su quella rubrica.
    Ricordo che in un caso rimasi folgorato dall’intelligenza e dalla maturità delle risposte. Cito a memoria: “Quando contesti i tuoi genitori, quando riversi su di loro tutta la tua angoscia/rabbia adolescenziale”, rispondeva il giornalista, “ricordati di tutte le volte in cui, da bambino, piccolo e fragile, loro si sono presi cura di te, completamente gratis. Pensa a quando rimanevano svegli, standoti vicino mentre avevi la febbre, o ti consolavano quando piangevi dopo esserti sbucciato le ginocchia per una caduta dalla bicicletta. Rivai con la mente a tutti gli sforzi da loro fatti per dedicarti attenzioni, cure e protezione. A scuola, dal pediatra, mentre facevi i capricci, se i cattivi della classe ti davano fastidio, quando crescevi, o non volevi farlo. Sempre una carezza. Sempre presenti, sempre nascondendoti la loro fatica. E sempre sorrisi, sempre gratis. E se adesso tu pretendi di fargliela pagare, per scaricare loro addosso tutta la tua incombenza urgente di estinguere un personale debito di malessere adolescenziale, beh, sappi che tua madre e tuo padre, naturalmente, semplicemente, pazientemente, pagheranno. Sì, comunque pagheranno. Pagheranno sempre. Spenderanno volentieri quella moneta di vivere per te. Specialmente per te. Sempre. E sempre gratis. Pagheranno perché tu non hai prezzo. Sanno benissimo, molto prima e molto meglio di te, che stai soffrendo, che in questa fase complicatissima della tua vita di giovane non ancora adulto li detesti e odi il mondo. Ma pagheranno. Pagheranno lo stesso, caricandosi il tuo malessere sulle proprie spalle. Sempre col sorriso. Pagheranno perché per loro è prezioso anche il tuo detestarli. Sono genitori. Tu per loro vali tutto, anzi…due tutti. No: tre tutti. Quattro. No, meglio: più di ogni tutto.”
    3 albi dopo, in un numero successivo, veniva pubblicata la risposta del giovane. Anche qui cito a memoria, riportando un piccolo stralcio del brano pubblicato: “Ho chiesto scusa ai miei genitori per essere stato un perfetto idiota. Ero prigioniero di neanch’io so cosa. Forse dei miei furiosi 16 anni, condanna e benedizione. Dopo aver parlato con i miei, mi sono sentito immensamente meglio. Grazie per il tuo aiuto. Davvero.”
    Ancora oggi ho impresse a fuoco mentale le parole di questo dialogo a distanza. Che aiutarono anche me. E molto. Già, in fondo…chi non è stato problematico da adolescente. Come ha detto una volta un noto psichiatra, anche con un pizzico d’ironia: “Se non vivi la tua adolescenza con crisi e contraddizioni, se non mostri rabbia e cattiveria stupida, se a 16/17 anni non hai ribollenti tendenze di ribellione verso la vita, beh, allora non sei normale.”
    In ogni caso, al di là di tutte le teorie, spiritose e non, ancora adesso, quasi cinquantenne, ripenso spesso alle parole di quella rubrica. I concetti espressi da chi scriveva su quell’albo a fumetti, anche duri, ma onesti, sono scolpiti nella mia memoria, posti sempre in rilievo sulla superficie della pietra sinaptica dei miei ricordi.
    Personalmente penso adesso che chiedere scusa significhi soprattutto 2 cose, tra le tante altre ugualmente utili:
    1) Norme di comportamento che regolano i rapporti interpersonali, aiutando a prevenire la nascita di contrasti e tensioni che potrebbero degenerare, rovinando di conseguenza equilibri di vita, pubblica e privata. Tutto questo serve anche a difendere chi è debole, chi potrebbe ritrovarsi ostaggio/succube dell’arroganza dei forti. Quindi serve a tutti noi, perché tutti, prima o poi, incontriamo uno più forte. È statistica. E perciò è un’esigenza di pace per la comunità. Che è poi, appunto, ognuno di noi.
    2) Togliere un “tappo di ostruzione” emotivo incastrato nel foro di scarico delle proprie emozioni, belle o brutte che siano. Se le si lascia defluire, allora si regola il traffico del rancore, dell’arrabbiarsi, del provare sdegno, frustrazione, fastidio, delusione, stanchezza, euforia, superficialità, contentezza sfrenata e infettata d’egoismo, ecc. E si vive meglio, probabilmente un po’ più vicini ad una valida base di partenza per incamminarsi verso la serenità. E magari, un giorno, anche la felicità. Se invece si permette che tutto il “nero interiore” si accumuli, stratificandosi senza controllo, alla fine le nostre emozioni malate arriveranno ad un livello di saturazione. E il rischio che il contenitore di noi stessi esploda, con esiti anche piuttosto gravi, si fa molto probabile. Basti pensare a tanti casi di cronaca finiti in tragedia. “…Era una coppia educata, una famiglia modello. …Mai un litigio, nessun problema”, dicono sempre al telegiornale i “vicini di tragedia”, i conoscenti, i parenti lontani, tutti quelli inevitabilmente intervistati dopo il dolore e i postumi del dramma. Quindi, ricapitolando: erano persone modello, eppure la pressione sotto il coperchio, quella invisibile ma potente, saliva, fino all’esplosione.
    …Prevenire tutto ciò? Non ho la formula magica, purtroppo. Magari potessi.
    Però forse…un grazie in più?
    Un chiedere scusa in aggiunta?
    Chissà.
    Proviamo allora a ringraziare, tanto per iniziare.
    Pure a scusarci, continuando dopo.
    Che poi sono due facce di una stessa medaglia.
    Usiamole, forza!, queste 2 parole.
    “Grazie” e “scusa”.
    …Nella lingua giapponese, letteralmente farcita di espressioni di cortesia, in molti casi i due termini sono utilizzati addirittura in modalità abbastanza intercambiabile,
    (semplificando molto, e molto sinteticamente:
    ごめんね / すみません – “gomen ne” / “sumimasen” = chiedo scusa – grazie.
    どうもありがとうございます – “doumo arigatou gozaimasu” = grazie).
    E nel Sol Levante, pur con mille eccezioni e riserve, (la perfezione non esiste), il livello di educazione, di rispetto per le regole, è piuttosto alto.
    Tutto questo può forse essere ritenuto conseguenza di un lessico così specifico? Oppure ne è al contempo causa e origine? (È nato prima l’uovo o la gallina?)
    In ogni caso, è sicuramente una chiara testimonianza di un vivere estremamente civile e pacifico che mi fa amare profondamente il Giappone. (Ormai, dico sempre scherzando, credo che la mia nippofilia non sia più un segreto!)
    …Quindi proviamoci, anche solo come esperimento. E imitiamo chi vive meglio. Può essere utile, no?
    Allora pronunciamole spesso queste parole, senza avarizia morale. Tanto, nel farlo, non c’è il rischio di “consumare” il linguaggio. Non si “sfaldano” le frasi, né si “deprezzano” le parole. Neanche “sbiadiscono”. Non sono candele di cera che si squaglia. Anzi, in questo caso il discorso si “illumina”, diventando più bello ed elegante. In qualche frangente, forse, addirittura anche nobile.
    E poi, facendo un mero calcolo matematico, il tempo che contiene le parole è abbastanza elastico da farci entrare dentro altre formule aggiuntive, anche minime, di ringraziamento, piccoli rituali di scusa, tutte micro-liturgie morali che occupano uno spazio di decimi di secondo quasi impercettibili, senza essere invadenti. Non c’è il rischio, quindi, d’intasare il tempo a disposizione.
    …Ringraziare, chiedere scusa.
    E magari sorridere, nel mentre.
    È un qualcosa che stempera e ammorbidisce. Ci salva da piccole guerre che potrebbero divampare e crescere, espandersi fino a livelli di serio pericolo. Impariamo tutti, allora: a chiedere scusa, a dire grazie. Certo, potrebbe anche darsi, in tutta onestà, che in molti casi questo abbia una scarsa incidenza. Il nostro vivere non è tutto fatto di massimi sistemi, ovvio. Esistono linee di quotidianità talmente semplici da non aver bisogno neanche di parole, figuriamoci di numerose frasi idiomatiche di gratitudine/perdono.
    Però “grazie” e “scusa” sono facili da dire. Parole brevi e leggere.
    Zero fatica.
    E soprattutto: gratis.
    Perciò sono termini vantaggiosi.
    Concludo, allora, il mio elaborato agganciandomi, con un piccolo gioco-stratagemma d’ironia, ai concetti appena esposti.
    Indi per cui, se sono stato un po’ lungo con questo mio intervento, dirò: ごめんね / すみません – “gomen ne” / “sumimasen” = chiedo scusa – grazie.
    E ancora: per lo spazio di libertà di questo tuo blog, piccolo territorio di riflessione intelligente, preziosa possibilità espressiva che regali a tutti quelli che vogliono condividere con te e con gli altri le proprie emozioni, dirò anche e ancora:
    どうもありがとうございます – “doumo arigatou gozaimasu” = grazie.

    P.s. Buone Feste.

    Thomas.

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