Le donne di Higuchi Ichiyō, Yoshiwara e due racconti. E la storia del ragazzo che li ha tradotti.

Un libro uscito in sordina, la prima traduzione di una donna fondamentale per il Giappone quanto poco conosciuta in Italia. La vita di una precoce e talentuosissima scrittrice, delle donne “diverse” che ella sceglie di raccontare. E la storia del ragazzo italiano che ha scoperto per caso il Giappone e che ha deciso di tradurre due dei suoi più significativi racconti.
Lei è Higuchi Ichiyō, lui Andrea Fioretti e il bellissimo libro si intitola Due racconti.

 

  1. Raccontaci di te e come sei arrivato in Giappone. Qual è stato il tuo percorso di studi?

Premetto che all’origine della mia scelta non c’è una vocazione. O meglio, se prendiamo questa parola alla lettera, cioè come una “chiamata”, allora sì, riconosco che qualcosa del genere l’ho avuta. Il fatto è che all’inizio non sapevo da dove arrivasse quella chiamata.

DSC02979 - コピー (2)Da bambino amavo molto la geografia, gli atlanti. A casa avevamo anche un grande mappamondo (a me, almeno, sembrava enorme!) che si illuminava dall’interno: da spento mostrava la geografia fisica, mentre una volta acceso apparivano tutti i confini politici dei paesi, con diverse gradazioni di colore.

Il desiderio di provare a vivere in un luogo diverso da quello in cui ero nato l’ho sempre avuto. Troppo poco per chiamarla vocazione? Non lo so, ma credo che ci sia questo alla base della mia decisione di vivere in Giappone. Di certo non una necessità di emigrare, né tantomeno una fuga da un luogo “detestato”. Amo moltissimo l’Italia; ma la amo come un luogo in cui tornare periodicamente.

Il Giappone è arrivato per caso. All’università avevo scelto i cosiddetti studi orientali perché mi sembrava un’opportunità per conoscere cose che nelle nostre scuole vengono quasi sempre trascurate, se non del tutto omesse. Il primo impatto in realtà l’ho avuto con la lingua cinese: ricordo il lettore madrelingua impegnato ad orchestrare un coro di un centinaio di studenti nel saliscendi delle sillabe tonali. Non so, almeno all’inizio il giapponese mi sembrò più accessibile e lo scelsi come prima lingua. Sul cinese ci sarei tornato qualche anno più tardi, con grande entusiasmo, scoprendolo anche più semplice del giapponese (se non nella pronuncia, almeno per la grammatica e la conversazione di livello elementare).

Durante il corso di laurea non sono mai stato in Giappone, nemmeno per una semplice vacanza. Per quanto possa sembrare contraddittorio non amo molto viaggiare. Del viaggio mi affascina la componente dinamica, lo spostamento in sé; ma affacciarmi in un certo luogo per qualche ora e poi lasciarmelo alle spalle non mi interessa, e spesso mi lascia solo il rammarico di aver curiosato in un “possibile” con cui non avevo nulla a che fare.

Dopo la laurea ho ottenuto una borsa di studio che mi ha permesso di partire in tempi relativamente brevi. Mio padre Alessandro era scomparso da un anno; una serie di avvenimenti mi ha fatto capire che la vita stava cambiando e che io dovevo assecondare quel cambiamento. Alla partenza non sapevo quanto sarei rimasto in Giappone (in un primo tempo dovevano essere un paio di anni). Una volta arrivato invece, già nel silenzio “iniziale” dei corridoi dell’aeroporto di Narita che mi guidavano all’uscita, mi sono accorto che le mie sensazioni non erano nuove, ma solo dimenticate; lo stato d’animo era quello di un ritorno, piuttosto che di un arrivo.

  1. Perchè hai scelto di tradurre Higuchi Ichiyō? Perchè hai scelto una donna?

eacc95baIn verità anche questa scelta è dovuta ad una contingenza piuttosto casuale… Evidentemente ho un rapporto piuttosto amichevole con il caso. All’Università, fra i testi d’esame per il corso di letteratura giapponese moderna, c’era ovviamente il completissimo Dawn to the west di Donald Keene, un manuale di oltre mille pagine. Nel prepararlo, in un primo momento, privilegiai alcuni capitoli che mi sembravano più importanti e tra gli “esclusi” c’era proprio quello su Ichiyō. Allora non sapevo nemmeno che si trattasse di una scrittrice, ma quando lo appresi rimasi molto colpito dal fatto che in un panorama dominato da scrittori uomini, una ragazza morta di tubercolosi all’età di 24 anni, con una ventina di racconti, alcuni dei quali giudicati perfetti già dai contemporanei, e prodotti tutti nell’arco di poco più di un anno, si fosse guadagnata in Giappone una fama pari a quella di autori come Natsume Sōseki o Mori Ōgai. Il suo racconto, o romanzo breve, più famoso, Takekurabe, non era stato ancora tradotto in italiano, così è nato in me il desiderio di occuparmene.

Sono sempre infinitamente grato alla Prof.ssa Maria Teresa Orsi per avermi dato fiducia quando le proposi di presentare come tesi di laurea un lavoro su questo racconto che presentava una lingua ed uno stile non certo paragonabili a quelli che fino ad allora avevo avuto modo di conoscere. Era il 2002 e solo due anni più tardi in Giappone sarebbe entrata in corso la banconota da 5.000 yen che raffigura il viso della scrittrice, un’iniziativa che ha contribuito a rinnovare la celebrità di una figura tanto nota quanto poco letta dalla maggior parte dei giapponesi. Se infatti Ichiyō rimane materia di studio sui testi scolastici, la lingua dalla forte impronta classica e lo stile narrativo quasi da prosa poetica, rendono sempre meno accessibili i suoi racconti al grande pubblico. Le stesse caratteristiche hanno per altro favorito la produzione di traduzioni in giapponese contemporaneo e versioni modernizzate dei testi, a riprova di quanto la sua figura sia ancora radicata nell’immaginario collettivo.

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  Bisogna dire poi Ichiyō ha spesso risvegliato grande interesse fra studiosi e traduttori uomini. Non mancano ovviamente autorevoli casi che mostrano invece il contrario (in Italia abbiamo l’esempio del racconto Jūsan’ya (La tredicesima notte), tradotto da Suga Atsuko, o il bellissimo Come la luna dietro alle nuvole della scrittrice Carla Vasio). Tuttavia ad oggi le traduzioni che permettono a Ichiyō di essere apprezzata a livello globale (quelle in lingua inglese, francese e tedesca ad esempio), sono state prodotte da traduttori uomini. Credo che questo interesse da parte maschile sia dovuto alle tematiche trattate nei suoi racconti, specialmente i due che anch’io ho scelto di presentare nel mio libro.

  Personaggi femminili ritratti da un punto di vista femminile all’interno di un ambiente tradizionalmente  deputato al divertimento maschile, come quello dei quartieri di piacere. In epoca Edo erano le ambientazioni della narrativa popolare di Ihara Saikaku; più tardi sarebbero state quelle dei capolavori di Nagai Kafū. Ma il punto di vista di una giovane narratrice, che per altro con quegli ambienti venne a contatto solo da osservatrice, vivendo piuttosto la quotidianità di zone ad essi limitrofe, rappresenta qualcosa di assolutamente originale ed unico.

  1. Chi era Higuchi Ichiyō? E perchè la tua scelta è caduta proprio su questi due racconti?

  In Giappone Ichiyō è stata la prima vera scrittrice di professione. Vive nella prima parte dell’epoca Meiji, e dunque, grosso modo, nell’ultimo quarto dell’Ottocento. La sua famiglia non è particolarmente benestante, ma almeno all’inizio le condizioni economiche sono tali da permetterle di iscriversi, una volta terminate le scuole, ad un prestigioso istituto poetico (lo Haginoya) e seguire dunque, grazie soprattutto al sostegno del padre, la sua passione per la poesia.

  La scelta di scrivere racconti da pubblicare serialmente, secondo l’uso dell’epoca, su riviste letterarie è stata dettata dalle necessità. Rimasta orfana del padre e perduto prematuramente anche il fratello maggiore, condivide con la madre e la sorella minore Kuniko (un altro fratello e un’altra sorella si erano già allontanati dalla famiglia), un periodo di grave indigenza, assumendo praticamente il ruolo di capofamiglia. La decisione di aprire una piccola, e poco fortunata, attività commerciale nei pressi del quartiere di Yoshiwara costituisce uno dei tentativi che le tre donne fanno proprio per ovviare alle conseguenze dei tragici eventi da cui erano state colpite. L’attività fallisce appunto nel giro di pochi mesi, ma quella esperienza rappresenta un fattore di ispirazione fondamentale per la giovane Ichiyō, che successivamente produce tutti i suoi racconti più significativi.

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  Schiena contro schiena (“Takekurabe”) e Acque torbide (“Nigorie”) sono profondamente legati fra loro, non solo per le caratteristiche dei personaggi o per l’ambientazione, come accennavo, in quartieri e locali di piacere, ma anche perché vennero scritti sostanzialmente in contemporanea: il secondo viene composto e pubblicato quando il primo era ancora a metà. Una scelta dettata, anche in questo caso, da esigenze economiche; nella fattispecie il denaro occorrente per celebrare il settimo anniversario dalla morte del padre Noriyoshi. Anche in Giappone questi due racconti vengono spesso ripubblicati in coppia, per cui mi è sembrato che la soluzione di raccoglierli in un singolo volume potesse servire a riservare loro l’attenzione che meritano. Acque torbide, inoltre, è considerabile idealmente come un seguito di Schiena contro schiena.

  133872784928613219650La protagonista di quest’ultimo, l’esuberante e intraprendente Midori, ci viene presentata nelle ultime fasi della sua adolescenza. Il suo destino è quello di seguire le orme di sua sorella maggiore, una oiran di eccezionale popolarità nel quartiere di Yoshiwara. La Oriki di Acque torbide lavora per un locale di carattere più popolare rispetto a quelli di Yoshiwara (e situato nella zona in cui Ichiyō trascorse gli ultimi anni della sua vita), ma anche lei è dotata di uno straordinario fascino che le consente di essere costantemente sopra le righe, di non dover sottostare alle regole di comportamento cui sono costrette le sue colleghe; e nonostante questo, anzi forse proprio in virtù di questo, superarle di gran lunga in successo e popolarità.

  Ovviamente non si limitano a questo le caratteristiche di Oriki, c’è soprattutto un misterioso “male” che la affligge, la cui natura riusciamo solo ad intuire dai monologhi in cui dà voce ai suoi dilemmi interiori. Midori, da parte sua, va incontro ad una non meglio specificata “trasformazione” in seguito alla quale non sarà più la stessa. Credo quindi che da questi due racconti emerga in modo molto chiaro il forte interesse di Ichiyō per personaggi femminili dal carattere complesso, come sono appunto Midori o Oriki; anche da certe pagine dei suoi diari (un’altra componente essenziale della sua produzione letteraria) apprendiamo come fosse alla costante ricerca di figure femminili di questo genere.

  Mi sembra che in esse si possa riscontrare un forte elemento di identificazione da parte della scrittrice, che grazie a qualità del tutto innate, trovò il modo di eccedere le difficoltà e le miserie del quotidiano a cui le contingenze della vita l’avevano costretta. Nel suo caso, il mezzo con cui raggiungere questo risultato, è stato quello dell‘arte letteraria, qualcosa di ben diverso dal “mestiere” a cui sono fatalmente legate le sue donne, ma il fascino per la diversità, per ciò che è fuori dal comune, il “fare le cose che gli altri non fanno”, per riprendere una frase fatta pronunciare a Midori, rappresenta a mio avviso un importante fattore di coincidenza fra l’indole della scrittrice Ichiyō e la materia di molti suoi racconti.

  1. Come è nato questo libro?

Il mio lavoro non è che uno dei fattori ad aver reso possibile la realizzazione di questo lavoro. Sia dal punto di vista della traduzione, sia per quanto riguarda la fase di redazione ho potuto contare sull’aiuto di persone a cui sono legato da grande amicizia.

I miei ringraziamenti vanno in primo luogo all’editore Varo Vecchiarelli, non solo per aver dato fiducia, senza alcuna esitazione, a questo progetto, ma soprattutto per aver messo a disposizione dello stesso la sua consolidata esperienza, garantendo per il libro una qualità ed eleganza che non avrei potuto desiderare migliori.

I racconti sono usciti all’interno di una collana che ha recentemente iniziato le pubblicazioni per la Casa Editrice Vecchiarelli. La collana si chiama “Da lontano. Studi e testi” ed è diretta dal Prof. Simone Dubrovic, docente di Lingua e Letteratura Italiana presso il Kenyon College (Ohio, Stati Uniti). Con Simone ho la fortuna di condividere un’amicizia nata ai tempi del liceo, quando di certo non avremmo mai pensato di finire ai capi opposti del nostro mondo. Al di là di questa pubblicazione, che lui ha seguito con scrupolo e dedizione impagabili, non posso non ricordare come questa amicizia abbia giocato un ruolo essenziale nel farmi intraprendere ed amare la strada che ho poi scelto di seguire. Anche per questi motivi tenevo particolarmente a che il libro si aprisse con un suo scritto. “La solitudine del fiore di carta” è il titolo della breve e illuminante prefazione in cui credo abbia colto tutta l’essenza dei racconti.

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E vorrei cogliere l’occasione per un suggerimento di lettura. Simone Dubrovic ha infatti recentemente esordito come autore con i suoi “Frammenti americani” (Raffaelli Editore, 2012), un libro che amo molto e che mi sento di consigliare a tutti coloro che desiderino apprezzare una prosa di rara raffinatezza ed eleganza.

La prima traduzione di Schiena contro schiena risale a dieci anni fa, quando la presentai all’interno della tesi di laurea con il titolo provvisorio di “Gare d’altezza”. In quel periodo, a seguirmi con osservazioni precise e consigli di grande intelligenza è stata la mia insegnante di lingua giapponese, Prof.ssa Ayami Moriizumi: il suo sostegno è stato per me fondamentale, soprattutto nei momenti in cui le difficoltà incontrate nel corso della traduzione mi facevano dubitare di essermi messo in un’impresa troppo grande per la mia preparazione di allora. Dopo il mio arrivo in Giappone ho preso nuovamente in mano il testo per intero, ricontrollandolo insieme al Prof. Hideyuki Doi, che insegna attualmente all’Università Ritsumeikan di Kyoto. Con lui ho il piacere di collaborare già da qualche anno e gli sarò sempre estremamente grato per la grande pazienza con cui mi ha aiutato a perfezionare la prima stesura.

ichiyo_higuchi-2014Kazuhiro Takata e Kai Asahina sono due miei colleghi sia all’Università che sul lavoro. Sono ormai diversi anni che siamo amici e collaboriamo anche nel campo dell’insegnamento dell’italiano. La possibilità di stabilire un rapporto di collaborazione con persone come loro è stata senz’altro una delle circostanze che mi hanno convinto a vivere in Giappone. Devo al loro aiuto e alla loro amicizia la revisione di Acque torbide, che se, anche per motivi di lunghezza, non mi ha impegnato tanto come il primo racconto, presentava anch’esso notevoli difficoltà interpretative, per le quali i consigli di Kazuhiro e Kai sono stati indispensabili.

In definitiva, per la mia personale esperienza, è stato essenziale poter incontrare e lavorare con persone che nutrono passione ed amore per la letteratura, sicuramente, ma anche per la lingua e la cultura italiane. Senza aver scoperto con loro una affinità che va ben oltre il semplice lavoro in comune, non avrei portato a termine questo libro.


La donna in origine era il sole. La ‘festa delle bambine’ in Giappone’

Articolo pubblicato l’8 marzo 2014 su Libreriamo
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『元始、女性は実に太陽であった。真正の人であった。今、女性は月である。他に依って生き、他の光によって輝く、病人のような蒼白い顔の月である。』 平塚らいてう

 ”In origine la donna era veramente il sole. Una persona autentica. Adesso la donna è luna. Luna dal volto deperito, di malato, brilla di luce altrui, da altri dipende la sua vita […]” Hiratsuka Raichō

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Nasce da una donna l’impero del Giappone. È la dea Amaterasu, è la luce senza la quale ”le pianure del sommo cielo e le terre immerse nelle pianure di giunco” cadono in rovina. Nessuno può prescindere da lei.

Non più allora un dio ma una dea, che domina il mondo e tutte le creature. Ella ha delicatezza e saggezza femminile, ma non per questo manca di forza e determinazione, frecce in spalla, piede sclapitante. Così, quando il fratello Susanowo con il suo comportamento oltraggioso la spaventa ed ella si rifugia in una grotta, il mondo intero subisce una notte senza fine, malattie, un decadimento senza alternative. Tutte le creature della terra e gli altri dei si affollano fuori dalla grotta per convincerla ad uscire, escogitano un modo per tirarla fuori e riportare così l’universo all’equilibrio. Sarà il riso, l’oscenità di un gioco che fa del corpo femminile un’esplosione di vita, a muovere la sua curiosità e a farle fare capolino dalla cavità. La grotta sarà chiusa, il fratello Susanowo punito in modo esemplare e Amaterasu, “grande sovrana e sacra” tornerà a regnare. Così è narrato nel Kojiki, prima opera relativa alla storia giapponese che raccoglie racconti mitologici e di fondazione del paese.

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Così, quando secoli più tardi, Hiratsuka Haru, in arte Hiratsuka Raichō (1886 – 1971), una delle figure più influenti del movimento femminista giapponese, scrive il saggio d’apertura alla rivista Seitō e dichiara come la donna in principio fosse il sole ma come essa fosse nel tempo divenuta invece luna, comprendiamo infine il significato profondo di quelle poche righe piene di passione. Seitō fu la prima rivista letteraria femminile giapponese, guidata dalle donne per le donne, un esperimento durato invero pochi anni (1911 – 1916), ma simbolo di un ribollire di energie e di idee, di un gruppo di intellettuali, poetesse, scrittrici tra cui spicca la stessa Hiratsuka Raichō, la cui autobiografia (disponibile anche in lingua inglese) è intitolata proprio come le prime parole di questo incipit imperioso: La donna, in origine, era il sole. Una vita piena di contraddizioni, all’insegna del mutamento e dell’indipendenza.

Oggi 8 marzo il Giappone non festeggia il “giorno della donna”. Non perchè la celebrazione della femminilità, la dichiarazione dei diritti paritari, la lotta per l’abbattimento delle differenze di genere non siano argomenti d’importanza, ma perchè questa festa è parte di un’altra cultura che, per certi versi, ha radici ancora esili nella terra del Sol Levante. Cade invece il 3 di marzo una celebrazione antica che fa della donna in nuce, della bambina, la protagonista. È il periodo in cui in Giappone fioriscono gli alberi di pesco e 雛祭りhina matsuri “la festa delle bambine” ha la funzione di pregare per il benessere, la felicità e la buona crescita delle piccole.

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L’origine di questo festival è cinese. Anticamente, infatti, il 3 di marzo in Cina era tradizione lavare mani e piedi per far scivolare via con l’acqua il malocchio. Introdotta in Giappone questa celebrazione si trasformò. La sfortuna, adesso, non la si lavava più via dal corpo, ma la si passava alle bambole, oggetto di gioco delle bimbe, e nel gettare i giocattoli nelle correnti del fiume si allontanavano così dalle piccole padrone le disgrazie.

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Oggi questa festa tutta al femminile si celebra attraverso l’esposizione di bambole rituali in casa – la cui arte è regolamentata con estrema precisione – e nella consumazione di alcuni cibi particolari, ricchi di colore e di simbologie, come lo hishi-mochi fatto di tre strati di pasta di riso, uno rosa (che simboleggia il rispetto per gli antenati e allontana la sfortuna), l’altro bianco (la purezza) e l’ultimo verde (che richiama la vitalità dei germogli di primavera).

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Laura Imai Messina su LIBRERIAMO dell’8 marzo 2014

 


Yamauchi Mariko, “Sedici è l’età della prima volta”

OSK201310310021Quella di Yamauchi Mariko è una scrittura piuttosto secca, senza troppi giri di parole. E nel non girare su se stessa arriva subito al punto e lo spiega bene.

In questo racconto lungo, vincitore del Premio dei Lettori per la Narrativa Femminile per le donne vietata i minori di 18 anni (R-18文学賞) – un riconoscimento della grossa casa editrice Shinchosha che premia la narrativa erotica – due ragazzine parlano tra loro, con l’informalità sfacciata dei quindici anni. Si guardano intorno e notano cambiamenti nelle compagne di classe che, dopo che hanno perso la verginità, sono diverse, la pelle è più bella, son tutti vantaggi. Decidono che il sedici è il numero perfetto, che loro lo faranno entro i sedici anni, perchè dopo no, diventa tardi. Ma il sedici viene subito dopo il quindici: è un numero che mette fretta, manca così poco.

L’evoluzione del sè nella sfera sessuale passa attraverso racconti e poi sogni. Delle due protagoniste una è la voce narrante e l’altra l’amica del cuore e proprio quest’ultima scopre nel mondo onirico una realizzazione piena delle proprie fantasie. O così, perlomeno, riferisce alla compagna di scuola. Ma poi capita l’imprevedibile, e la quindicenne si addormenterà, per una strana sindrome che non le scombina il corpo ma semplicemente la fa dormire, e passerranno mesi, passeranno persino i sedici anni, prima che si svegli. Così le strade delle due ragazzine si dividono per un lungo lasso di tempo: una sognerà tutta la sessualità che non praticherà, l’altra si affretterà a trovare un ragazzo, a farci l’amore e a provare infine repulsione per il tutto. Ma il sesso è questo poi?

È limpido questo racconto, trasparente il passaggio nella scrittura dal racconto della protagonista all’azione, lo stile non intralcia ma accompagna. C’è la masturbazione come scoperta, lo sport a scuola come epifania del corpo, quel senso latente di colpa verso deità, familiari, chissà cosa o chi che rendono segreta la sessualità. E poi c’è il desiderio così violento di mettersi alla prova da non distinguere più ciò che è pericoloso oltre ogni buon senso e cosa invece non lo è, cosa è squallido e cosa cova la dolcezza di un ricordo destinato a durare nel tempo.

È la sessualità che inizia dai discorsi, sulle fissazioni che sono un misto di ignoranza e desiderio di sapere, della mente che galoppa e del corpo che gli resta dietro a far da coda. Farsi il fidanzato nei discorsi delle ragazzine è finalizzato solo a quello, al traguardo, al perdere la verginità.

Solo dopo, sul finale di racconto quando ormai è passato tanto tempo e il futuro illustra (come sempre) meglio il passato, ci si ripensa a quei giorni frettolosi, alla voglia di aver già fatto tutto, e divenuti grandi ci si chiede che bisogno ci fosse di avere tanta fretta. E si capisce che si poteva benissimo aspettare che arrivasse tutto in modo naturale senza spingere l’acceleratore sugli incontri, sul sesso, sulla vita.

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Incipit

高校に入学してから一人また一人と、クラスの女子が処女でなくなっていく。あたしは耳年増でそういうことに勘が働くほうだから、脱処女が教室にいれば、当日ないしその週のうちに気づくことが多い。

処女を失った子は心ここにあらずといった風情で、頬杖をつき、甘酸っぱい色気を振りまきながら物思いに浸っている、というのは幻想で、実際は未開の経験を積んだ優越感が、隠しようもなくぷんぷんと匂うのだ。

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Autrice: 山内マリコ Yamauchi Mariko (1980, Prefettura di Toyama)

Titolo originale:「十六歳はセックスの齢」 Jūrokusai wa sekkusu no toshi (“Sedici è l’età della prima volta”) in  『ここは退屈迎えに来て』 Koko wa taikutsu mukae ni kite

Editore: 幻冬舎 Gentosha

Anno di pubblicazione:  2012

ISBN: 978-4344022324

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NAGASAKI di Éric Faye

Si dice che i bambù dello stesso ceppo fioriscano nello stesso giorno e muoiano nello stesso giorno, per quanto siano lontani i posti in cui sono piantati nel mondo.

Pascal Quignard

Quando uno straniero si accosta alla materia giapponese si presentano spesso due possibilità: una è un pericolo, l’altra è un miracolo.

Il pericolo è quello che egli/ella banalizzi quel che non conosce o conosce poco, che la superficialità dell’approccio lo porti a spiegare poco e male, o troppo e in modo didascalico; che dal racconto emerga una sensazione di artificiosità, di lifting culturale, in bene o soprattutto in male. Semplificazione, sfruttamento di temi “caldi” al solo scopo di attirare l’attenzione. È allora l’orticaria quella che vien su.

eric-faye-j-etais-fascine-par-un-fait-divers,M41293Il miracolo, invece, avviene quando chi scrive conosce a fondo quello di cui parla, o – cosciente dei limiti del proprio capire – si avvicina con umiltà ad una cultura altra. Il suo punto di vista, in questo caso, sarà persino illuminante, poggerà l’occidente nell’oriente e farà domande, e darà risposte.

È quest’ultimo il caso, doppiamente miracoloso perchè chi scrive è un giornalista, di un libro delizioso, sottile, francese. Chi scrive è Éric Faye, giornalista della Reuters, ricercatore e scrittore da lungo tempo, che con questo libricino ha vinto nel 2010 il premio dell’Académie Française.

Tratto, come è scritto in apertura del racconto, da “un fatto di cronaca riportato da numerosi giornali giapponesi, tra i quali Asahi, nel maggio 2008”, Nagasaki è un piccolo capolavoro letterario.

Un cinquantenne solo, che conduce un’esistenza abitudinaria, tranquilla e banale, nel tran tran quotidiano che lo porta da casa al lavoro e dal lavoro a casa, si accorge un giorno della mancanza nel proprio frigorifero e nella dispensa di certo cibo che era convinto di avere invece acquistato. Inizia a farsi sospettoso, a controllare con precisione il pesce, i vasetti di yogurt. La cosa lo inquieta sempre più finchè non decide di installare una telecamera nel proprio appartamento, in modo da poter controllare che nessuno vi si insinui mentre lui è fuori casa. Nessuno entra in casa, nessuno possiede le sue chiavi eppure, nella finestra che rimane sempre aperta sullo schermo del computer che usa al lavoro e da cui controlla l’interno della cucina, l’uomo un giorno scorge un’ombra e poi scorge qualcos’altro …

Nagasaki è una storia bella e malinconica narrata in prima persona, scritta in uno stile ricco di vitalità e di poesia. Racconta un episodi o inverosimile eppure realmente accaduto, che spiega la solitudine delle creature umane e il loro disperato desiderio di un contatto.

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Incipit

Si deve immaginare un cinquantenne deluso di esserlo così presto e così tanto, domiciliato al confine di Nagasaki nel suo villino di un sobborgo con le strade in salita. E vedere quei serpenti d’asfalto molle che salgono verso l’alto dei monti, finchè tutta quella schiuma urbana di lamiere, teloni, tegole e non so cosa ancora si ferma ai piedi di una muraglia di bambù disordinati, di traverso. È lì che abito. (p. 11)

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Estratto

Aprendo la scatola che contiene il mio pranzo, ho creduto per un attimo, di fronte a quei piccoli scompartimenti ben chiusi pieni di alimenti policromi, di osservare l’interno di una casa di bambole. E allora mi sono detto, potresti installare una webcam in ognuna delle tue sei stanze, dividere lo schermo in altrettante finestre e non fare altro dalla mattina alla sera che scrutare a distanza il bento nel quale vivi. (p. 24)

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www.inmondadori.itAutore: Éric Faye

Titolo originale: Nagasaki, Éditions Stock, Paris, 2010

Titolo italiano: Nagasaki (traduzione a cura di Tommaso Gurrieri)

Editore: Barbès Editore, Firenze

Anno di pubblicazione: 2011

Lunghezza: 107 pagine

Prezzo di copertina: 12,00 euro

ISBN: 978-88-6294-226-3