「見えなくなること」 o delle cose che non vediamo più

“Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano fra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all’improvviso, […] ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti” 

José Saramago, Cecità

 

Non ricordo quanti anni avevo, abbastanza comunque da non far correre via la memoria. Dovevo essere però alle elementari, perché nella mia mano c’erano strette le dita nervose di mamma.

Eravamo a Piazza Bologna, dirette o forse di ritorno da quella che un tempo era la SMA, c’era anche mia sorella. Amavo infilare la moneta da 500 lire nel tondo del carrello, liberare la catenella, osservare alla cassa il nastro che scorreva sempre troppo veloce e cercare di accordarmi a quel movimento; e poi i ripiani rimpinzati di tinte squillanti, desideri mai esauditi di cioccolate, pacchi sgargianti di gelati confezionati, merendine che mia madre, tuttavia, non ci comprava.

Preparava invece ciambelloni al limone, al cioccolato, alla vaniglia, che sono tutto il ricordo delle mie colazioni di bambina, torte che non avevano un buco in mezzo e che quindi, mi chiedo in ritardo di un ventennio, perché mai si chiamavano così? Ma la vita, quando la si vive, la si accetta così. Proprio com’è.

Ebbene, c’era un barbone steso su un lembo di strada, obliquo come su un triclinio oppure seduto, su una rientranza del muro che cingeva una banca. Mi pare, soltanto, perché lì l’immagine si fa nebulosa.

  Ricordo tuttavia con una nettezza incredibilmente precisa – proprio io che non archivio nulla per paura di rimestare certe zone d’ombra dell’infanzia – la pena che provai per quell’uomo e la vergogna, sì la vergogna, nel chiedere a mia mamma di porgergli una moneta.

I due sentimenti, nella frizione, produssero una menzogna.

Feci un commento goffo, sulla pavimentazione, pronunciai qualcosa di sciocco per dissimulare la commozione e insieme per guidare l’attenzione di mia mamma sull’uomo, in quel modo intuitivo che da una soglia conduce a un ingresso e poi al ventre di una casa.

Mia madre però, che sciocca non era, forse si stizzì della bugia e, in quel modo troppo diretto che ho ereditato da lei, quel voler dimostrare all’altro di avere capito, quasi che tutti si attendessero da me solo stupidità, mi disse: “Basta che lo dici che vuoi fare l’elemosina. Ti do una moneta? Dai, vagliela a dare”

Sopraffatta dalla vergogna, scoperta, sbucciata della mia scorza che proprio in quegli anni si andava inspessendo, negai. La moneta non la raccolsi, né la ricollocai nel piattino esibito dall’uomo. E so che non fu per ingenerosità che mia madre non fece il gesto per prima: ha speso una vita nel volontariato, nella carità “seria”, che sistema le gambe di chi è caduto anziché metterlo su un solo momento, godersi la gratitudine, ma vederlo ricadere giù, subito dopo.

Il punto è un altro però. È che abituiamo i bambini alla cecità, scrive Mariapia Veladiano, a questa condizione che è indotta, e ci porta a deviare lo sguardo «tanto non puoi fare niente, sii prudente, potrebbe essere un imbroglio, magari un falso povero…» (Rigotti F. e Mariapia Veladiano, Venire al mondo, Trento, il Margine, 2015, p. 49).

Eppure in ognuno permane una traccia di quanto eravamo, un calco di gesti primordiali dovuti, io credo, alla tenerezza che ricevemmo e che assorbimmo come acqua le piante. Quanto non ci è stato donato, non saremo purtroppo in grado di suggerirlo, così come è necessario sperimentare la tenerezza per non percepirla come un rischio, ricordarne la serica sensazione sulla pelle, il corpo che ci sostiene e abbraccia nonostante ogni fastidio.

Se amiamo, se ne siamo in grado, è perché qualcuno ci ha amato e ce lo ha fatto sapere. Ci ha convinto ne fossimo degni, che quell’amore, spaesato, magari improduttivo, persino nocivo, ci appartenesse di diritto.

 Così con la compassione, che sono convinta germogli nell’animo di chi ha patito e ricevuto in cambio non una strigliata, bensì una carezza.

La cecità, dicevamo. È vero che con i bambini creiamo deviazioni, io stessa già le metto in atto con Sousuke. Quando gli dico ad esempio degli animali – privati, come scriveva Berger, della loro vera natura, per essere trasfigurati da noi e diventare interlocutori antropomorfizzati cui tuttavia sappiamo soltanto parlar sopra – ecco che svio, sorvolo sul fatto che al gallo chicchirichì mozziamo la testa, che il maiale sgrunf sgrunf lo appendiamo a un gancio, che il vitello o l’agnello li sgozziamo quando altro non sono che bebè. E non è solo una questione di animali, ma di fette di popolazione cui dedichiamo una sterilizzata pietà e niente di più, sono alberi che vengono tagliati per far spazio a un parcheggio, di cose fabbricate e vendute solo perché durino poco e le si possa presto sostituire.

È lui che proteggo dalla verità? È lui veramente? Oppure è il mondo iniquo che ci circonda e di cui anch’io sorreggo complice una colonna?

Risetto, riformulo. No, non è colpa mia. Mi giustifico. In fondo faccio del mio meglio, cerco perlomeno d’essere sincera. Ma la sincerità è qualcosa che basta?

Di tutto questo grumo emotivo che nasce dalla cecità imposta ai bambini, del ricordo del barbone cui volevo donare una moneta, riflessioni nate sul treno, mentre la mattina mi dirigo all’università per vedere con i ragazzi un film, e al ritorno, ritardato da un suicidio sulla linea, mi restano essenzialmente due cose.

Una è il pensiero che da almeno venticinque anni non tengo per mano mia mamma, che lei non tiene la mia. Che l’unica volta che accadde in età adulta, sulla via sterrata che conduceva al recinto del tempio di Kamakura Hachimangu, chiusa in un faticoso e lindo kimono, lì dove mi sarei unita in matrimonio a Ryosuke, e lì dove il passo si faceva esitante crocchiando sui ciottoli bianchi con i geta ai piedi, la ricordo con commozione. Uno dei ricordi più dolci che di mia madre conserverò.

E la seconda, per cui se è vero come scriveva Hannah Arendt (e nelle sue parole Sant’Agostino) che «con la nascita di ogni uomo si riafferma l’inizio originario, in quanto ogni nascita introduce qualcosa di nuovo in un mondo preesistente (e) proprio in quanto è un inizio, l’uomo può dare inizio a cose nuove» (ibid. p. 28), se davvero insomma ogni uomo o donna che nasce rimette in discussione tutto il percorso, azzera in parte quanto è stato costruito fino ad allora, e che quindi le occasioni che ci sono date dalla vita sono almeno due – quando si è guidati da un genitore, e quando genitore lo si diventa, e a propria volta si sceglie come guidare – allora la domanda da porsi è ora all’inverso:

«Mi salveranno i miei figli dalla cecità?»

♪  Sigrid, Strangers


Imparare a chiedere scusa

Quand’è che si impara a dire scusa?

Mi pare che ogni volta che accade, che lo si dice in quel modo definitivo che alza le mani senza opporre difesa, in quelle rare occasioni in cui non è automatismo ma profonda intenzione, ecco, mi sembra proprio che allora ne resti il segno.

È stato martedì sera. Un dito sulle lancette, fermo il tempo, e per fermarlo serve moltiplicarlo. Scrivere è questo: da un unico punto descritto in dettaglio, aprire a tutto quanto resta fuori fuoco, s’allarga inglobando pure la cornice, la butta nel mezzo della scena, ne fa parte di tutto quello che conta.

Sousuke, per la prima volta, mi chiede perdono. Non lo fa nel senso che d’ora in poi sarà, come un quasi meccanico replicare alla realtà di un errore commesso, un’apologia del compiuto. Un velo di carta assorbente per raccoglie l’ira di chi ha subito un piccolo affronto.

No, lo fa fuori contesto.

D’un tratto mi si avvicina, mentre ero accovacciata accanto a lui in cucina a leggere un libro, in attesa che si cuocesse la pasta. Il sugo al pomodoro che borbottava di acquosi scoppiettii in padella, l’acqua che bolliva nella pentola tutta rigata.

Lui sul limite del minuscolo corridoio della cucina, davanti al frigorifero per rimanere fuori dalla portata del fuoco, sedeva, con i libri ai suoi piedi. La Pimpa che fa il picnic con la Gatta Rosita, Giulio Coniglio e le api, Le calzette.

Ed ecco che mentre leggiamo, la manina si allunga. Mi fa una piccola carezza sulla testa, sui capelli che si fanno radi per via dell’autunno e per il defluvium post-partum. E dolce dolce mi dice:

「ごめんね、ママ」/gomen ne, mama/

 “Scusami, mamma”

E lo ripeterà più volte nella sera, allargando le scene di altri libri, che raccontano di un coccodrillo che fa GNAC! E morde l’amica zebra, l’ippopotamo, una scimmia; di due farfalle che fanno scherzi sgraditi alla povera Lumaca Laura, che tutto pare nella sua pronuncia tranne dire il mio nome.

Drammatizzando gli scambi, fingendoci di volta in volta colpevoli e vittime, Sousuke ed io ci siamo chiesti scusa più volte lungo la sera.

“Scusami, Sousuke. Mi dispiace”

「ごめんね、ママ」

Nel dialogo imperfetto delle lingue, in una corrispondenza mancata per cui io uso l’italiano e lui il giapponese, ci siamo domandati ripetutamente perdono. Ci siamo, mi pare, voluti bene di più.

Era un gioco, eppure era anche una compensazione, una cura agli sgarbi quotidiani, minuscoli per lo più, che però ci si fa comunque, visibili o no, e che non si fa in tempo a mendare.

Credevo sarei stata più brava come madre, un po’ più paziente. Ma tanto quanto cresce la forza nel piccolo, tanto più viene naturale opporre una forza più grande, e si finisce per mettersi contro. E allora la voce si alza, ci si ritrova più irosi, si dimentica che due anni sono troppo pochi per capire questo mondo complesso di cose che valgono un po’ più di altre, di sughi che non vanno toccati, di libri che non vanno calpestati, di orari da mantenere.

“Dai scendi”, gli dico quando usciamo insieme, e siamo in ritardo e vorrei prenderlo in braccio per le scale, perchè rischiamo di far far tardi al padre, e di seguito ad altri, ed è tutto un ingorgo.

È un peccato, tuttavia, spingerlo a saltare il rituale del conta-scalini, dell’uno, due, tre, che supera il dieci, il suo modo stupito di concentrarsi sulle carcasse di insetti che rinviene talvolta, sulla piega di luce su un muro, sul piccolo spiazzo che si crea tra le rampe, e in cui lui, libero dal pericolo di una caduta, gioisce del “Salto!”.

Giorni fa guardavo un programma televisivo della NHK 「すくすく子育て」/suku suku kosodate/ in cui si parlava di come conciliare faccende domestiche e cura dei figli. Lo si diceva chiaramente, che da qualche parte serve lasciare andare, accettare di non riuscire né perfettamente e neppure bene. Giocare con i bambini è più importante che avere una casa pulita, o preparare un pasto equilibrato nell’apporto di carboidrati, proteine, vitamine.

Bisognerebbe insegnarlo a scuola, non solo a riuscire, a mettercela tutta, ma anche a non essere in grado, a mollare la presa là dove realisticamente non si può, o dove il costo di quella riuscita svilisce quanto si ottiene. E recupero allora il volto nervoso di mia madre, i suoi scatti, il pianto talvolta. Ed ora capisco la fatica, ricollego ogni cosa. Non è più banale d’un tratto la frase “se non lo vivi non lo capisci”, ma è vera.

Basta accorgersi di quando si sbaglia, chiedere scusa. Non risolve forse ogni cosa, ma qualcosa. Che è di gran lunga meglio di niente.

“Scusami, Souchan. Perdona la mamma. Domani ci provo di più”


A cosa serve la gioia

“Spinoza ci rivela una cosa molto semplice: la tristezza non rende mai intelligenti. «Essere tristi» significa «essere fottuti». Per questo i potenti hanno bisogno della tristezza degli assoggettati. Cultura e intelligenza non hanno mai tratto giovamento dall’angoscia. Finché avrete affetti tristi, state subendo l’azione di corpi o anime che non convengono con voi.”

Lo scriveva Gilles Deleuze, non uno qualsiasi, e aveva “fottutamente” ragione.

È per questo che provo sconcerto aprendo un giornale e constatando il gusto dei media per il macabro, per la notizia tragica sviscerata in tutti i suoi minimi dettagli. Come se la morte di un uomo non fosse abbastanza un orrore.

E ogni volta mi domando: esattamente da dove la si estrae l’energia di iniziare e concludere un giorno, ed io da lettrice che cosa posso fare leggendo, a parte pensare che il mondo fa schifo?
E a pensare che il mondo fa schifo non rischio piuttosto di entrare nell’apatia, nel concentrarmi su notizie lontane ignorando piuttosto quelle vicine? A mandare all’aria tutto quanto personalmente non mi riguarda perchè tanto… ?

Tutto questo dolore commercializzato a chi serve?

Penso a quanta voglia di vivere mi ha tolto oggi aprire un giornale sul web e scorrere, solo scorrere, le notizie. Serve la consapevolezza, non serve la pornografia della notizia che a nulla serve se non ad allargare di un poco di più la pupilla, come una droga.

È ad innamorarsi del mondo che vien voglia di proteggerlo infine. E non solo quello più prossimo, ma anche quello lontano, che la mano non tocca.

Un inno alla gioia. Ecco cosa servirebbe.

Ed è per la stessa ragione che il mio spazio si chiama “Giappone Mon Amour”.
Per l’informazione approfondita rimando sempre ai libri – che accusando spiegano però in profondità e non si limitano allo sfiato disilluso di chi in Giappone conduce magari una vita sotto le proprie aspettative, o di chi voleva appiccicare a questo paese l’idealismo d’una perfezione cui, per forza di ragioni e di buon senso, nessun paese potrà mai essere all’altezza-, mentre allo sfogo più becero di chi vuole insozzare del proprio malumore il mondo tutto, metto subito uno stop. E non si discute. Che questa è casa mia. E ci si puliscono i piedi prima di entrare. Lo penso forte, mentre vivo un tempo senza pause, mentre stringo questo amorosissimo neonato, cui del mondo voglio noti la bellezza e con essa si formi una solida corazza.

“La gioia, solo la gioia, ti difende. Corroborata da letture. Intelligente. Sì, serve inseguire una gioia intelligente

“Non farti convincere mai a vedere tutto nero, a buttare fango su chi è diverso da te. E resisti, resisti soprattutto alla tentazione di odiare chi è migliore di te o semplicemente riesce meglio”

Un “hater”, in fondo, nasce così.

Questi ultimi tre mesi sono stati un costante anticipare nelle fessure di tempo. Il bentō per domani, il mio pranzo, il latte per il più piccino nella pausa tra le lezioni all’università, le pulizie frettolose. La mia vita personale tutta ammassata ai margini.

E in quel che resta del tempo si architetta altro anticipare irrisolto, perchè il prima s’è mangiato il dopo. E per l’ora non c’è niente da fare. È sempre già passato.

Sabati fa, dopo due anni andare dal parrucchiere, uno nuovo. Per pura distanza da casa. E trovare nella donna che ti spunta quintuple punte, una madre mancata, che troppo tardi si è rivolta a chi l’avrebbe potuta aiutare. Ed ora soffre, fuori tempo.

Quante vittime miete, in giro per il mondo, il “basta che ti rilassi ed arriva”?

Per questo ne parlo quando si presenta l’occasione. Anche a costo di risultare inopportuna, sconveniente. Dico sempre i miei bimbi da dove sono venuti, le procedure che sono alla radice della felicità.

Non c’è gioia senza radici, ed è giusto parlarne, anche della fatica. Perchè l’invidia cattiva spesso nasce dall’ignoranza del lavoro che c’è dietro il risultato, soprattutto il migliore. Gli haters del resto li si incontra soprattutto lì, quando la vita ha successo.

E allora dico a questa donna dal volto concentrato ed irrequieto che i miei capelli sono un disastro, che sono due anni che non li taglio, perchè è nato Sousuke e poi dopo un anno ho ripreso il percorso per giungere a dargli un fratello. E ancora le iniezioni, e ancora l’anestesia, e ancora piccoli buchi neri nello schermo, e. E.

Mi convinco che a parlare di me, apro la strada ad altre che non riescono a parlare di sè. E anche chi non è toccato dal problema, si sente dire però una volta di più che il “tanto basta che ti rilassi” è una frase velenosa e non va detta. Ed eviterà magari di porgerla ad altri, con quella leggerezza che dovrebbe esser permessa solo a chi sa soppesarne la segreta misura, la forza di attrazione che esercita su un cuore provato dalla fatica.

Quel che si è appreso va comunicato, spiegato. È l’eredità del mondo, tutto quello che siamo in potere di fare.

Ed infatti la parrucchiera mi dice che sono stata fortunata, che lei ha provato tanto ma ormai non c’è niente da fare, che è il tempo che le è mancato, l’età che ha superato il desiderio e l’ha lasciata indietro, che il marito non era molto disponibile, nonostante…

“Nonostante il grosso pende tutto su di noi” dico con troppa energia, combattiva come divento ogni volta che scopro un’unione che si scorda proprio là.

“Esatto” fa lei secca, lanciando un’occhiata obliqua al marito che traffica su un’altra testa, di là.

Le racconto allora delle procedure per l’adozione che avviammo nel settembre del 2014, un mese prima del transfer di Sousuke, dei fittissimi seminari seguiti vicino a Nakano, della visita al centro connesso all’ospedale pediatrico d’un grosso quartiere di Tokyo.

Annuisce, piacerebbe anche lei. Dovrà convincere il marito, dice, lui non è molto d’accordo.

A ricordare, parlando, mi torna allo scoperto quel pezzetto di vita condivisa con Ryosuke, dei bimbi incontrati, delle patologie di quelli abbandonati, di quelle causate a creature che nacquero sane ma subirono abusi. La memoria concretissima di quella piccina, soprattutto, appena entrata una stanza, che agitava convulsamente e costantemente la testa, fissata su una seggiolina perchè non si facesse del male: fu scossa con violenza da neonata ed ora si è guastata, come un orologio dalle lancette impazzite, come una cosa.

E l’intenzione di tornare un giorno su quel discorso, che ci tengo da morire. Qui, per raccontarlo, ma soprattutto nella pratica della mia esistenza.
E allora, quel giorno, avremo tre figli. Due miei e di Ryosuke, ed uno “nostro”, di tutti quanti noi, bimbi inclusi. Figli di scelte diverse. Una stessa famiglia.

Ci vorranno più soldi, una casa spaziosa. Un cuore solido. E fermo.

Mi preparo, inconsapevolmente, ogni giorno a quel giorno. Leggendo delle notizie solo quello che serve, salvaguardando l’energia che mi spinge alla vita. Proteggendo la gioia.

Proprio come dice Spinoza.


Della tenerezza

Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. E nemmeno guance da sfiorare leggere. Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti.

Mariangela Gualtieri

 

Musica dolce che mi libera dal pianto di Emilio. Ho bisogno di mettere =Pausa= nel basso continuo della vita.
Due cuffie premute a forza nelle orecchie ed io che scivolo nel mondo di parole, lo schermo del computer la cornice di tutto quel mondo.
Fuori da questa bolla di luce, nell’altra stanza con la porta scorrevole che sta spalancata per non filtrare la corrente, la figura di Ryosuke, in maglietta e boxer, dondola lento, al ritmo d’una musica altra che però pare sincronizzata con la mia.

Sul suo petto questo piccolo uomo che s’allunga, le gambe a ranocchia e le braccine piegate, il capo sostenuto dalla mano del padre, schiacciato sul petto come a udire quella melodia ancora altra che è il cuore che pulsa.

E nel cullarlo, il mio giovane meraviglioso marito pare ballare, esprime la cedevolezza del corpo e insieme la presa ferma sul neonato che è abbandonato, nel peso aumentato della fiducia.

Sousuke è ancora all’asilo, giocando a chi tira fuori dal terriccio una rapa, attaccandosi a un altro e ad un altro ancora. 「かぶを引っ張る~」

“È un bambino molto dolce” mi dicono talvolta le maestre. “Se un altro bambino piange lo va a consolare, gli offre i suoi giochi, gli poggia la manina sul corpo, come a rassicurarlo d’una vicinanza

E poi mi narrano tra le tante altre cose di timidezze, di un pianto improvviso, della voglia di partecipare ma ancora di una certa reticenza nel prendersi quanto vorrebbe. E’ l’età, è tutto normale.

E nelle parole di mia suocera scopro che “quando è al parco e vorrebbe salire sullo scivolo e qualcun altro lo sta usando, invece di avvicinarsi e inserirsi, sta zitto, guarda da lontano tutto chiuso nel guscio, attende infine che l’altro si allontani per salirci”.

A casa è pieno di iniziative, si impone – pena il pianto – in grandi e piccole cose. Fissazioni di bambini. Ma fuori pare cedevole, non è prepotente.

 E penso, in un doppio salto carpiato, al mio bimbo in futuro, e nel futuro prossimo in Italia. Me lo figuro ad affrontare altri bambini, più energici, decisi nel desiderio che realizzano senza troppe smancerie.

Il primo impulso è la paura.

Ma perchè? Perchè devo avere paura?

Perchè preferisco per mio figlio la prepotenza alla tenerezza?

Trovo nel sentire contemporaneo, nell’Occidente che resta la mia prima radice, una smaccata sopravvalutazione del cinismo, inteso erroneamente come sinonimo di perspicacia. L’intelligenza più quotata quella che sveste, denuda, si impone con violenza.

 È l’ironia affilata, l’arguzia che umilia quella che si fa dimostrazione d’una intelligenza superiore, come se nel disprezzo per un terzo si esprimesse la forma più acuta del pensare. La dolcezza, d’altronde, è confinata al domestico, al familiare, a quella trama di rapporti intensi ma socialmente inermi che non richiedono nè merito nè acume.
Ed ecco che si finisce per temere la cedevolezza in un bambino, il non sapersi imporre nella conquista dei giochi. Lo si vorrebbe prepotente piuttosto che remissivo. Si teme per lui, per la sua riuscita.

Eppure se è una società potenziata nel bene quella cui si anela, è forse più saggio contribuirvi con la dolcezza piuttosto che con la tracotanza, con l’imperio.

“E oltretutto, chi ci assicura che crescendo quel carattere forte non si sgretolerà, che verrà anche più apprezzato di uno garbato e riflessivo?” diceva giorni fa in tv una psicologa giapponese.

 Leggo La tenerezza, rifletto. Annuisco. Mi do flebili risposte.

Chissà allora che la delicatezza invece non risulti la scelta migliore, perchè più flessibile, capace d’adattarsi alle repentine variazioni dell’esistenza.
È un mondo che cambia, che cambia di posto, di faccia, che si mescola a fronte di resistenze, che oppone un forte senso di esclusione all’inclusione che comunque è alla base del genere umano, per quanto la si neghi.

È un progetto comune questo, non riguarda solo mio figlio. 

La società civile, al di là dello spirito di solidarietà che pure sarebbe doveroso, deve oggi rendersi consapevole che per salvare i propri figli bisogna salvare i figli degli altri, non fosse altro che per evitare il “rischio contagio”. (Melita Cavallo, Si fa presto a dire madre)

  Ho impiegato moltissimo tempo a scrollarmi di dosso il pregiudizio, la visione negativa che avevo della debolezza, l’idea che esercitando la tenerezza si stesse mostrando il fianco al nemico. D’impulso quasi mi dava la nausea. La disprezzavo negli altri perchè la avvertivo dentro di me, in un gioco di specchi che ci vuole intolleranti al simile tanto quanto al diverso.

È la mancanza di fiducia nell’altro che ci fa fingere d’essere sempre capaci, risoluti, determinati.
L’indecisione ci fa sentire sguarniti, a rischio. 

“Il criterio che consente di riconoscere che in un determinato luogo i bisogni degli esseri umani sono soddisfatti è il fiorire della fraternità, della gioia, della bellezza, della felicità. Là dove vi è ripiegamento su se stessi, tristezza, bruttura, ci sono delle privazioni da guarire.” (Simone Weil, Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano)

Quanto aveva ragione questa donna illuminata. La gentilezza e l’altruismo dovrebbero essere sintomi d’un vivere superiore, non occasione di sopruso, motivo di scherno.

E non importa che l’altro sia bello d’aspetto o spiacevole invece, non conta l’età che ha scritta sul corpo, nè il gomitolo di relazioni che ci legano gli uni con gli altri: si deve rispettare senza eccezioni il seme da cui nasce e cresce ogni essere umano. Perchè “Colui agli occhi del quale importa soltanto lo sviluppo della persona ha perduto totalmente il senso stesso del sacro”.

 È lì, nel rispetto a prescindere, senza scuse nè appigli, il senso del rispetto. Perchè l’intelligenza resta “quella parte del cuore che grida contro il male”.

 Ho letto voracemente Simone Weil ad agosto, in ogni sonno di Emilio, in ogni suo sogno, ed il mondo, nella prospettiva di questa splendida donna, mi è parso un giocattolo stupefacente, ma ampiamente, e da sempre – e d’ora in poi – da migliorare.


「へその緒」o il filo rosso

Una bambina di circa otto anni, lungo caschetto nero, abito bianco con fitte decorazioni floreali sui toni del rosso, ed abbronzata, come fosse avvolta nel cioccolato. Ecco, quella bambina tiene in braccio un cucciolo di cane, circa otto mesi, bianco e con un’orecchia che pare spezzata a sua volta in due tinte, il bianco ed il rosa.

Nella proporzione la bestiola deve essere pesante perché la bambina si sforza, si vede, a tenerlo in braccio. Ma lo tiene, per difenderlo da un tratto di strada che si fa strettoia e pare pericoloso.
Piegando indietro il busto, mostrando pur elegante fatica, osservo un corpo che ne trasporta un altro, per cura. La bambina e la creatura.
Poi uno slargo e il cane atterra ai piedi di quella che si trasforma d’un tratto in una ragazzina, perché mentre corre sembra più grande, le gambe spiegate nello slancio, il presagio d’una bellissima donna. E corrono entrambi mentre il sole se lo intascano i monti alle spalle, le nostre e le loro.

Il cane fa i suoi bisogni, la bimba si ferma, si piega con la bustina per raccoglierli tutti. Con una bottiglietta passa l’acqua lì dove fa pipì.
Tutto è rispetto ed armonia.

Si passa e non si lascia segno abbrutito del proprio passaggio.
L’uccellino che non intorbidisce l’acqua che pilucca, accanto a cui si riposa. La bellezza della fine.

Nel fitto di una viuzza più avanti, lì dove un tempio ne tiene un altro per mano, un vecchio più ossa che carne, con la schiena ricurva in un equilibrio elastico quasi, cammina spedito, si ferma all’ingresso del tempio, davanti alla cornice di legno che recita il precetto del mese. Si toglie il cappellino d’un blu scolorito, mostra la nuca senza più capelli, inclina tutto il corpo. Tra le mani il cappellino, in mezzo ai palmi stringe una preghiera.
Si chiudono gli occhi e lui è già altrove, calato in fondo al desiderio che ha. E che ripete uguale nelle movenze al tempio vicino.

Per ogni dio un saluto, un omaggio. Perché nel Giappone del quotidiano la spiritualità è humus, terra su cui germogliano fiori e persone. E bestiole, e bimbe di otto anni, ed anziani con cappellini da baseball.

E donne straniere, che riprendono le fila del discorso, con addosso una parola in meno, ma nel letto, avvoltolata in asciugamani, una frase che è destinata a moltiplicarsi, allungarsi, crescere di misura e di intensità. Una nuova vita che è nata e si scava lo spazio in questa piccola casa, nei colori sgargianti che sono le copertine dei libri, i giocattoli di Sousuke.

Ed è proprio un filo la vita, un lungo spago rosso, un gomitolo forse. Talvolta ingarbugliato, infeltrito persino, così sdrucito che pare in pericolo costante. Eppure ha un’anima testarda, sembra convinto di qualcosa di cui chiunque invece dubiterebbe, osserva scenari che il nostro occhio non vede. Un filo rosso che pare ad alcuni il destino, come recita la leggenda, che ricongiunge prima o poi quanto deve incontrarsi in questa vita.

E’ il FILO ROSSO 赤い糸 /akai ito/ del DESTINO della tradizione giapponese che unisce due persone indissolubilmente e che, prima o poi, le farà incontrare. Nasciamo così, con un filo rosso annodato al mignolo che ci lega alla persona che diventerà per noi quella “amata”, quella giusta. Per quante traversie si possano incontrare nella vita prima o poi quella persona verrà a noi. E noi a quella persona. E’ il filo rosso del destino~ 

Sul mignolo resta legata un’estremità, su quello dell’amato l’altra. E tutto si stringe nel tempo, il lungo vagare si chiude nell’incontro.

E aprendo la scatolina dell’ospedale dove è nato il nostro secondo bambino, mi sorprendo quasi di ritrovarmelo lì, come ci fosse sempre stato, il filo rosso del nostro destino.

Il Giappone conserva dall’antichità l’usanza di consegnare alla madre, subito dopo il parto, 「へその緒」 /heso no o/  ovvero il raccordo del cordone ombelicale che nei mesi ha trasportato nutrimento dalla donna alla creatura. Si tramuterà in una sorta di talismano che proteggerà il nascituro nell’arco tutto della sua esistenza.

Le madri li consegnavano un tempo ai figli maschi che partivano per la guerra, alle figlie femmine che andavano in spose. Si credeva che, in caso di malattia mortale, polverizzarlo e ingurgitarlo rendesse salva la vita, tirando per il lembo l’estremo l’esistenza che si stava perdendo.

Matsuo Bashō, di ritorno alla casa natale dove la madre era morta, pulendo la casa, smuovendo oggetti di un tempo, lo trova e vi dedica un haiku.

Del primo figlio ricordo l’avorio brillante di quel raccordo, la rapidissima trasformazione che subì al contatto con l’aria, la nocciolina rinsecchita che divenne in due notti.
Del secondo figlio ricevo invece il cordone ombelicale, privato del suo sangue prezioso, seccato e piegato in un fiocco. Un giro Emilio lo aveva intorno al collo e ricordo, in quella notte così recente eppure remota nella memoria del corpo, che l’ostetrica me lo mostrò raccontandomi come ognuno fosse diverso dall’altro, ogni cordone di una diversa lunghezza.

Ed eccolo qui, sotto i miei occhi, il filo rosso, il destino che ha percorso terreno sconnesso e un lungo sentiero per portarmi alle due creature che dormono adesso, una accanto all’altra nel mio letto.

E a mani giunte, ferma anch’io davanti al tempio, in coda al vecchietto con il cappellino blu da baseball, mi chino, batto le mani.
E ringrazio.