“Strano”

Propongo un post come un altro, per mostrare uno degli aspetti di diversità che caratterizzano agli occhi esterni il Giappone, come faccio da anni. Scorro i commenti , in un ritaglio piccino di tempo prima di coricarmi, per rispetto a chi frequenta questo spazio e che forse nel lasciare una traccia scritta desidera esprimere un’opinione che venga a sua volta letta.

dsc08485Ed ecco comparirmi sotto gli occhi la frase per eccellenza, quella che incontro talvolta tra le righe sottili di volti che non conosco, tra nomi che dimentico con rapidità, quella che più mi impensierisce  ma in cui, per un qualche miracolo dovuto forse al buon clima che si respira in questo ritaglio di rete, ultimamente non mi imbattevo e che, più o meno, recita così: “è risaputo che i nipponici sono strani / tutti lo sanno che i giapponesi sono strani / i giapponesi sono famosi per essere strani”.

dsc08490Al di là dell’opinione, che rimane a discrezione personale e cui non replico non per mancanza di argomenti ma per eccesso degli stessi (vorrei sempre evitare d’essere prolissa), faccio fatica a tollerare questo abuso di ignoranza.

Immagino un giorno mio figlio un po’ più grande in Italia essere guardato con sospetto da altri bambini istruiti al più triste eurocentrismo (nei casi peggiori persino “italocentrismo”) che fa loro percepire quel che è diverso come “strano”, colorando sùbito di ridicolo o negativo ciò che non conoscono e che pertanto non comprendono immediatamente.

“Ecco il giapponese, quello che viene dal paese strano” “Ecco il cinese (sono uguali, no?)”  o magari allungando gli occhi con la punta delle dita ai lati per mimarne la fisicità.

“Strano” è un aggettivo che denigra e che decenni di studi in campo antropologico e sociale, avanzamenti nel campo del sapere, che correnti di critica letteraria come quella post-colonialista hanno evidenziato come risultato di un pensiero tutto concentrato sul proprio ombelico culturale, su un razzismo di fondo che ha accecato di superbia l’Occidente.

Usare la parola “strano” nell’elaborare ed esprimere un’opinione su una cultura altra, non solo blocca in origine il pensiero (ciò che è strano è strano e basta e non richiede ulteriore approfondimento, sarà comunque indecifrabile) ma svela di quella persona ignoranza e superficialità, due caratteristiche fin troppo diffuse tra la gente e che, se si vuole fare un passo avanti nel campo dell’integrazione e del profilo culturale e umano di un paese, serve assolutamente debellare.

dsc08319Integrare è arricchimento. Cercare di capire incrementa intelligenza.

Dire “strano” non fa male, non schiaffeggia: “senza offesa eh!” si giustifica chi lo usa quando l’altro si ribella.

Eppure c’è l’offesa e c’è il pericolo che si diffonda come un virus. Bisogna badare alle parole, ci rappresentano una ad una.

Dite “brutto”, dite “bello”, argomentate il vostro punto di vista e in questa ricerca magari documentatevi a fondo, restituendo al contatto con la rete il suo scopo ideale, quello di conoscere e sapere. Prendetevi la responsabilità di raccontare un’esperienza positiva o negativa, di esser ripresi nel generalizzare, di svelare un pregiudizio, di prender coscienza di quanta ragione o torto abbiate.

E quando non siete sicuri, come saggezza da sempre esorta, tacete.

E la stranezza lasciatela alle fiabe. Alle sensazioni che non hanno nome, alla percezione imprecisa di quanto si sta vivendo.

E allora sì che “strano” torna ad aggiungere qualcosa.


Allenare la paura

È un mondo piccino.

Un aereo, ali che non sbattono ma restano spiegate tutto il tempo ed ecco che il mondo ti appartiene. Si scivola nelle sue pieghe, in quelle fessure del cielo che si tramutano in strade, strisce bianche sulla calotta del nostro minuscolo, impercettibile universo.

dsc01751Ti svegli la mattina, distribuisci baci parimenti e basta qualche treno, un aeroporto, e dopo una dozzina d’ore eccoti nel bel mezzo di Londra dove ti aspetta la tua migliore amica, che era un anno che non la vedevi e ti mancava, ed è cosa buona e giusta rinnovare di tanto in tanto anche nel corpo la presenza. Ed anche se quando vi saluterete non ci saranno nè lacrime nè abbracci perchè tanto vi amate e vi sentite che non la avvertite affatto la distanza, è comunque una gioia condividere lo stesso ordine di cose, poggiare lo sguardo sulle medesime follie che il paesaggio urbano elargisce in abbondanza.

Ed ecco Londra, che ti immaginavi immensa, ricordavi solo a pezzi e invece è piccola così, traboccante di italiani. E sembra quasi non ci sia un inglese ufficiale per quante diverse intonazioni incontri per la strada, negli ufffici, nei ristoranti, all’università.

dsc01714Tutte le razze del mondo sfilano fuori dalla finestra e ti viene gioia, gioia pura per essere tuo malgrado parte di questa mescolanza. Le città sono fatte dalla gente, sono le persone che ne determinano l’umore. Così è Roma, così Tokyo, così Londra.

Passeggi una decina di chilometri al giorno, anche per smaltire porzioni cui non sei più abituata. Il Giappone rimpicciolisce e alleggerisce le pietanze ed è qualcosa che, se una volta ti lasciava un po’ scontenta, adesso fa proprio al caso tuo, che ami lasciar spazio a più cose da assaggiare piuttosto che a lasciarti soddisfare solo da una.

Magnifica conferenza collettiva alla SOAS che racconta di Corea, Giappone e Cina e tu sei lì per parlar di Ogawa Yōko e di Anne Frank, presentando un altro pezzo della tesi di dottorato che consegnerai questo novembre.

dsc01901Saltar di palo in frasca da un’auletta a un’altra per andare ad ascoltare chi ne sa sempre più di te, ed in ognuna immergersi in musica, in storia, in cinematografia o sociologia. Cerchi fino all’ultimo di perfezionare anche la pronuncia perchè ci tieni, semplicemente perchè ci tieni tanto. I suoni sono belli proprio perchè sono diversi, così come lo è la gente, splendida nella sua imprevedibile singolarità.

Non hai alcuna paura di parlare nel tempo che ti è assegnato. Clicchi sulle slides, leggi, rispondi alle domande e ci provi piuttosto un gran gusto. Ti hanno allenata gli anni di insegnamento all’università, quando ti trovavi e ti trovi tuttora di fronte anche a decine, centinaia di ragazzi, ad allungare un passo sul palco e a trovarti sempre al centro, tuo malgrado.

Che bello sarebbe se anche nel resto della vita lasciassi andare l’apprensione, lo sgomento.

Chissà come si vivrebbe, mi dico, ad avere meno paura.

Del tempo soprattutto. Se ci si convincesse che non è la quantità ma la sua percezione a determinarne l’utilizzo e ad incrementarne la qualità. Se non si nutrisse timore di sorta, se non gli si desse da bere o da mangiare cosa accadrebbe?

Ma per quanto scriverlo risulti lineare credo sia un muscolo da utilizzare mille volte prima di riuscire a padroneggiarlo, se non proprio pienamente, almeno in modo sufficiente.

Guardo Sousuke, i due passi, a volte tre, talvolta quattro che fa prima di cadere. L’esperienza insegna a questo bimbo di poco più di un anno ad esser cauto, ma non tanto da lasciarlo immobile a guardare. Il mondo lui vuole afferrarlo e si rimette in piedi, e fa un altro passo.

Tutto il mondo gli appare degno di attenzione.

dsc01722La paura non lo blocca. Proprio la mancanza di paura, semmai, lo mette in pericolo perchè è superata immensamente dalla gioia d’essere lì in quel momento a viversi la vita che neppure sa d’avere.

Mi domando allora se esista un anno, forse un grappolo di mesi nella crescita di un uomo o di una donna che trovi l’equilibrio tra l’avventatezza dell’infanzia e la prudenza della maturità. Mi rispondo che no, probabilmente non esiste. Che impariamo ad assorbire le cose nella precisa visione che assume agli occhi di chi per primo ce le porge e ce le insegna. È piuttosto un compito per casa, da portarsi dietro tutto l’anno, specialmente durante le vacanze, quando si ha un po’ più di tempo per pensare a cosa ci piacerebbe fare del nostro animo spesso sofferente, a cosa aiuterebbe il nostro umore traballante a decollare.

  dsc01693E allora provare a dire quando si vorrebbe dire no; per chi teme le bestiole, provare ad allungare una mano verso ogni cane che si incontri per la strada; per chi teme di volare, prenotare una trafila di viaggi che includano una o più ore da trascorrere in aereo; per chi teme il giudizio altrui, porvisi di fronte, fieri di starsi sperimentando, collaudando nel sentire.

  Le prime volte si cadrà, si sbatterà anche la testa. Ma poi che gioia camminare! Che sensazione stupefacente correre persino!

 A farselo amico il Tempo è sempre dalla nostra.

♪ Opus Orange “Almost there”


「音風景」 o del patrimonio sonoro del Giappone (上)

Che rumore fa un mare di ghiaccio che si spezza in migliaia di frammenti? Basta recarsi nell’est dell’Hokkaido tra la fine di gennaio e la metà di marzo per udire la melodia di cristalli che cozzano tra loro, lo stridere e sbriciolarsi delle banchise che dalla Siberia calano nel Mare di Okhotsk. È vita brulicante di plancton che danno infinito nutrimento alle creature di quell’ammasso rigoglioso d’acqua.

DSC01223Quale la voce dei gabbiani dalla coda nera che abitano l’isola di Kabushima nella Prefettura di Aomori, che ogni anno in maggio si fa brillante del giallo intenso dei fiori di colza? In giapponese vengono chiamati ウミネコ/umineko/ (ovvero, letteralmente, “gatti di mare”) perchè producono un suono simile ad un miagolio che, curiosamente, in giapponese somiglia tanto all’onomatopea che attribuiamo invece in italiano a questo animale: 「ミャーオ、ミャーオ」 /miaao miaao/. E a giugno, quando si schiudono le uova covate tra aprile e maggio, l’isola tutta, nella scalinata preceduta da torii scarlatti che conducono al Santuario di Kabushima, si riempie di piccoletti dal passo esitante.

/Riiin riiin riiin/ 「リイーン」canta l’insetto suzumushi che nel suono s’avvicina al vibrare lieve d’una campanella. La gente di Miyagino nella Prefettura di Miyagi protegge da sempre questo insetto, caro nell’immaginario dei giapponesi fin dall’Epoca Heian e citato finanche nel Genji monogatari con il nome di「鈴虫」 ovvero letteralmente “insetto-campanella”. Basta tendere l’orecchio nelle notti d’autunno per avvertire la melodia delicata della sua voce.

DSC01657Chissà poi che meraviglia sentire il vento attraversare la banchina del treno in arrivo alla stazione di Mizusawa nella Prefettura di Iwate dove, dal primo di giugno al trentuno di agosto, al soffitto vengono appese 1500 campanelle 「風鈴」/fūrin/. Ad udirle, nello scintillio picchiettante di quel「リーン、リーン、チリリーン」 /riin, riin, chiririin/ che dura da cinquantatrè anni, si avverte il trascorrere stesso dell’estate, della rara tregua che offre.

Nel 1996 è stato annunciato dal Ministero dell’Ambiente giapponese un bando nazionale per la raccolta di paesaggi sonori. Accadde all’indomani del Terremoto di Kobe che fece migliaia di vittime, dell’attacco terroristico a Tokyo con il gas sarin che sconvolse milioni di persone colpevoli d’essere intente semplicemente nella propria routine, in un periodo di profonda insicurezza per il paese che si trovava ad affrontare una crisi e insieme la volontà di conservare e preservare la memoria di certi luoghi e delle sensazioni tessute fitte fitte nella trama di quei posti.

DSC01650Ne vennero selezionati 100 ed ora il Giappone possiede 100 「音風景」 /otofūkē/, ovvero “paesaggi sonori”

Quando tutto si svela nella sua labilità, nella contingenza assoluta delle vite, nella friabilità dei paesaggi urbani e naturali, delle case che nascono per proteggerci e finiscono per ucciderci, chi resta esiste nel desiderio di resuscitare lo spirito dei luoghi, di riconoscersi negli spazi che si amavano e che, sparendo, li hanno traditi. Tutto quanto viene “dopo” è impregnato del passato più di quanto non dovrebbe, più di quanto non è fatto un normale presente. E il rimando a ciò che era e non è più, è un continuo patimento.

È dolce allora riscoprirsi solidi nelle radici, resistenti nell’amore e non nell’odio, per i paesaggi che abitiamo ma che, nonostante l’illusione politica dell’uomo, nessuno di noi possiede veramente. È un continuo prestito la terra, così le città e i paesi che abbiamo costruito.

Si vive come sassolini sul fondo di un fiume, trascinati dalle correnti, dai mulinelli che sconvolgono la disposizione delle cose, in balia d’un qualche cambiamento che interviene e cambia tutto. Basta un forte temporale perchè l’acqua straripi dal suo letto e mieta non vita bensì morte.

Dopo ogni disastro si raccimola il recuperabile, consapevoli in fondo che la natura non ha colpa. Esiste, vive anch’essa e si muove senza sosta, e talvolta ha bisogno anzi di scrollarsi di dosso il peso di millenni, di riaggiustare le fondamenta di questo mondo infestato d’esseri umani.

Ma ecco che, nonostante tutta questa insicurezza del vivere, nel suono ci si riesce a ritrovare. In questa lista di cento passaggi sonori del Giappone, catalogati e separati in tre unità –〈生き物の音〉 /ikimono no oto/ “suoni di esseri viventi”, 〈自然の音〉 /shizen no oto/”suoni della natura”, 〈生活文化の音〉 /seikatsubunka no oto/ “suoni della vita culturale” – c’è ad esempio anche il rintocco di certe campane, il macinare metro su metro di un piccolo treno delizioso che ferisce una vallata o le onde che si frangono sulla battigia di Enshūnada nella Prefettura di Shizuoka

DSC01648「コツコツ」 /kotsu kotsu/ canta il legno intagliato dalle abili mani degli artigiani di Inami nella Prefettura di Fukuyama che nel sottrarre riccioli e nel levigare aumentano il volume di sculture la cui arte risale la corrente di più di seicento anni; ci sono i giochi d’acqua sul fiume Yoshidagawa a Gujō nella Prefettura di Gifu, in cui si gettano i bambini andando a formar pose che l’iconografia del salto riconosce e benedice, le ginocchia piegate all’indietro, le braccia alzate in abbandono. Il suono da preservare, per la gente che abita quei luoghi, non è tanto quello dell’acqua che si schianta, ma quello delle grida dei bambini un attimo prima di lanciarsi: 「えいっ」 /ei/.

Penso allora che sarebbe bello che ogni frazione stilasse la propria lista di paesaggi sonori, che anche nella nostra Italia che trabocca di bellezza le persone inviassero lettere a suggerire scorci di minuti borghi, di quel vicolo dei baci attraverso cui strilla il vento a Taormina, il ruminare delle mucche in campi battuti dal sole, lo sciabordio delle gondole a Venezia, una collinetta anonima a tutti dove saltano dei grilli, rovi pieni di more e mirtilli che uccellini cinguettanti vanno a beccare, le campane domenicali di certi paesini arroccati sul nulla, la pioggia quando scivola dai tetti in un angolo di Piemonte o di Liguria, l’eco da soprano o da tenore di certe vallate. Penso ai piccoli centri, soprattutto, dove la cura del pubblico e privato sembrano avvicinarsi più di quanto non accada nelle grandi città che sono di tutti e, per questo, troppo spesso di nessuno.

DSC01222Penso ancora, e tanto più in questi giorni, a voci silenziate per sempre, al rumore di passi su stradine ora ricolme di macerie, cinguettii di bimbi dal rettangolo d’una finestra spalancata, sussurri d’amanti e parole gridate in litigi pieni di passione. Ecco, mi sembra di vedere la signora del bar che sbatte le tazze traboccanti di latte e caffè sul ripiano di marmo, le vetrine di negozi lucidate adagio adagio con una pezzetta dai commessi, mentre il sole prende alle spalle e acceca loro ed i passanti nel riflesso.

Immagino tutto questo sbriciolarsi e nel palmo restare solo pezzetti di quanto è stato, granelli di pane con cui cercare spesso invano di trovare un viottolo scalcinato che conduca verso casa, come Hansel e come Gretel che, in fondo non erano che bambini spaventati, desiderosi solo di tornare tra le braccia del padre.

Un paesaggio sonoro forse può riuscirci. A preservare la memoria di certi scorci, a impegnarsi perchè resistano nel tempo, a riportare a casa un cuore spezzato e a ricucirlo, pezzo dopo pezzo.

*Testo di riferimento:

環境省/選、一生に一度は行きたい『日本の100音風景』、2014年、小学館


「様子を見ましょう」 o delle certezze

DSC01146L’estate arriva vociando, stretta nelle divise corte dei bambini, con i loro cappellini gialli e le ginocchia che sbocciano – graffiate spesso di nuove esperienze – dai pantaloni corti, dalle gonnelline a sbalzi. Giunge alzando le braccia e stendendo gli indici all’orizzonte, nelle scolaresche che in questo periodo dell’anno sono tutte impegnate nei 「修学旅行」/shūgakuryokō/ ovvero le gite di fine anno. Mentre il paesaggio si riempie dell’infiorescenza globosa delle ortensie, della pioggia che picchietta sui loro capi pesanti sostenuti nel rosa, blu e violetto da gambi affidabili e robusti, l’estate si sfrega le mani preparando i cori di cicale. Manca poco.

Arriva con i sandali ai piedi e involuzioni capricciose di freddo e di caldo che raccontano l’indecisione recente di ogni stagione. Fuochi d’artificio che si schiudono in cielo come fiori scarlatti dalle lunghe code di manjushage (Lycoris radiata o Gigno Ragno Rosso) e chiacchiericcio che s’attarda fuori dalla stazione, oltre l’uscio di casa. Ragazzini che nel lungo tramonto si tirano un pallone, un padre ed un figlio che si scoprono amici in una palla da baseball e in un guantone.

 Mi preparo alle conferenze estive che mi porteranno in Hokkaido, poi a Londra, infine a Kobe. Non penso ai vestiti, ma alle parole. Alla negoziazione costante del significato che salta da una lingua a un’altra e tenta di dire quasi la stessa cosa, lasciandomi addosso in egual misura piacere e frustrazione. Non avrò più la Gigia tra le mani ma sarà costante lì, a pascolarmi gioiosa nel cuore; Sousuke sarà nel mio abbraccio anche quando ci troveremo in due paesi separati da un mare e migliaia di chilometri di terra, così accadrà anche con Ryosuke che ultimamente mi manca anche quando siamo l’uno accanto all’altra.

DSC01124Solo un mese scarso alla fine del semestre, s’affrettano i preparativi degli esami.

È l’estate, il battito di ciglia tra primavera e autunno.

「様子を見る」 /yōsu wo miru/;「様子を見ましょう」 /yōsu wo mimashō / è il nostro “stare a vedere”, “vediamo come si evolve la situazione”, “vediamo un po’ come vanno le cose”, “vediamo…”.

Si usa con una frequenza tale, ed in contesti tanto ampi, da sembrarmi espressione capace di decifrare quel senso di fatalità partecipe di cui è fatta in buona parte l’attesa giapponese.

Lo si pronuncia spesso sul ciglio di una strada che nel mezzo si interrompe. Dal dottore, per esempio, di fronte ad una diagnosi che non può che essere imprecisa (perchè mancano dati, perchè ogni corpo si rivela differente), o quando si espone un problema che ci assilla e l’altro (dal caro amico al cameriere che ci mette in lista d’attesa per l’ingresso a un ristorante) cerca di fornirci una soluzione momentanea. Quando non si può prevedere quello che accadrà, ci si ferma e si resta a guardare.

DSC01162I giapponesi del resto non danno mai certezze. Preferiscono rimanere in bilico su un filo, tenendoti per mano se serve, ma senza sbilanciarsi. Difficilmente di fronte ad una domanda complicata (soprattutto se richiede un investimento di tempo o di denaro, l’aspettativa di qualcuno, un seppur minimo rischio di deludere, di non riuscire, di non poter far fronte ad eventuali complicazioni di salute) un giapponese risponderà subito di sì, che esaudirti è in suo potere. Questa consapevolezza a volte estrema dei problemi, mi rilassa incredibilmente.

Non riceverò promesse false, nessuno verrà a sbandierarmi i suoi poteri, facili “sì” che dovrà poi puntualmente ritrattare o, peggio, impormi sotto forma di conseguenze successive.

Più frequentemente mi sarà detto di no e allora andrò a cercare altrove o resteremo invece tutti, pazientemente, a guardare che succede. Perchè spesso dopo un no, sboccia un prodigioso sì.

「様子を見て決めましょう」/yōsu wo mite, kimemashō/

Personalmente, per carattere e principio tendo a dire sempre sì ma poi, faticosamente e pungolata dai sensi di colpa, devo spesso ritrattare l’entusiasmo, riformulare i confini delle mie possibilità.

DSC01117Se questo mio sopravvalutarmi mi aiuta a fissar scadenze di scrittura, a prendere impegni per conferenze e tendenzialmente a rispettare i tempi di consegna, sul piano privato non è ugualmente vantaggioso. È doloroso scoprirsi insufficienti, e dispiace non essere all’altezza.

Eppure l’errore non sta nel negarsi – che è anzi diritto sacrosanto ed esercitato fin troppo poco se si vuol arrivare a qualcosa di grande nella vita – ma nell’iniziale, leggero, dire sì. Valutarsi esattamente per quello che si è, senza cadere nell’eccesso o nel difetto, senza sopravvalutarsi o sottovalutarsi, è sapienza che forse l’età e la saggezza porteranno.

Per ora, cercando come sempre di ricavare il meglio dall’esperienza di vivere nel mezzo di questa cultura d’oriente, tra questa gente mite e rispettosa, mi dico di fare tutto senza fretta, di non saltare a conclusioni (spesso errate), di non precipitarmi a fare qualcosa di avventato, nè di promettere quanto non son certa di poter dare, che sia tempo, parola, incontro od altro ancora.

DSC01080Lentamente, tutto giungerà.


Ogni gesto

DSC01070Iniziano le danze delle febbri, tutti a ballare intorno al fuoco dei trentotto e trentanove. Mi si chiede l’ora in cui qualcosa accade, “A che ora gli ha misurato la temperatura? A che ora ha mangiato il bambino?”. Ed io resto sbalordita dalla mia inconsapevolezza. È stata la sera o la mattina? Era ieri o è stato oggi? La linea che demarca il giorno e lo distingue dalla notte sfuma in una sequenza singhiozzante di numeri: le 21, le 23, l’1, le 3 e 30, le 4 e 40. Delle mezzore o delle rare ore in cui si cala infine nel silenzio e poi nel sonno.

È difficile fare la madre, non lo sapevo. È difficilissimo conciliare le notti, tutte ristrette come panni in lavatrici settate malamente, con le sveglie all’alba, talvolta anche prima delle cinque, solo per scrivere un po’, per studiare, per prendere dei treni e andare ad insegnare. Hanno maniche corte le mie notti, sono lenzuola che coprono solo le ginocchia.

Prima guardavo le donne con i piccini attaccati al collo, magari sedute ad un caffè, rincorrendoli attraverso strettoie di tavoli e labirinti di sedie, cercando talvolta di tirarli in piedi quando quelli – indifferente ed allegri – si spalmavano a terra, sul pavimento del locale. Ne invidiavo la leggerezza, il tempo in abbondanza.

DSC01092Adesso invece ne immagino il profilo notturno, la fatica, alle prese con sveglie improvvise, con termometri che segnano anche 40 e che in un momento azzerano la percezione del tempo, il domandarsi perenne “ma come si fa in questi casi? esattamente cosa devo fare adesso?”.

Non ho mai amato “le madri di tutti”, quel tipo di donne che ostentano la maternità come brandissero un trofeo, che suggeriscono che tra le infinite ve ne sia una giusta e che, guardacaso, quella sia proprio la loro. I bambini sono tutti diversi, ripete la gente. Ebbene, se è per questo, lo sono anche le madri. E se l’obiettivo è uno – crescere bene i propri figli – i modi di attuare questo piano sono tanti.

DSC01094Forse è merito dell’intrenseco garbo dell’arte giapponese della conversazione – che fa sì da valorizzare il bello e lasciar da parte il brutto, che perennemente cerca un motivo di lode da mettere avanti, che ponga l’altro, i suoi discorsi, nel bel mezzo – forse invece è perchè scelgo con cura persone ed ambienti, o perchè più banalmente sono fortunata negli incontri, ma non mi è ancora capitato di imbattermi in locali esemplari di “madri di tutti”.

Mi guardo intorno, cerco piuttosto di capire come qui vengono cresciuti i bambini, come combinare il meglio del mio essere italiana a quello dell’esser diventata adulta tra giapponesi.

DSC01178Piangono i bimbi, fanno anche i capricci, ma qui avverto una sorta di calma diffusa nelle madri, qualcosa che mi lascia stupita, intimamente ammirata. Non si fanno tirare dentro l’isteria, aspettano che si calmino da soli, non sembrano aver fretta di metterli a tacere.

Si vergognano senz’altro, vorrebbero che facessero silenzio, ma restano vicini ai piccolini senza alzar le mani o senza gridare loro contro. Quando poi scatta l’arrendevolezza e il pianto di stanchezza, li abbracciano o li accarezzano, e lì finisce tutto.

DSC01132Eppure è proprio in quella silenziosa, spesso dolce resistenza, che li si sta educando. Sopportando anche che, intorno a loro, si pensi l’esatto contrario. Si cede spesso all’imbarazzo e allora si alza la voce, si grida. Ma non è mai per parlare al bimbo, bensì per dimostrare a tutti gli altri che li si sta educando, che si sta facendo il proprio lavoro. Una trappola in cui dovrò fare molta attenzione a non cadere.

Ricordo d’averlo pensato anni fa, notando la cura dello spazio pubblico. Che si imita naturalmente tutto quanto ci circonda, inconsapevolmente ci si adegua. È tanto più difficile buttare una cartaccia dove è tutto pulito piuttosto che farlo dove è sporco. Tutto sta allora nel circondarsi di quanto sappia migliorarci, che ci spinga a dare il meglio di noi.

Frequenta chi è meglio di te. Me lo ripeto da anni come un mantra. E “meglio” non significa necessariamente più colto o raffinato. Migliore in quanto a gentilezza, per esempio, o per il modo che ha qualcuno di reagire alla delusione. Ogni persona ha un dono.

Bisognerebbe ricordarlo, quanto ogni nostro gesto sia d’esempio a qualcun altro e quanto serva a mantenere o rompere equilibri. Imitare e creare con le proprie azioni un ambiente in cui sarà naturale agire per il meglio. È questo che vorrei riuscire a fare come madre.