L’io che cresce in mezzo al noi o dell’individualismo giapponese

 I treni sono la seconda casa dei tokyoti.

 La fila ne precede l’ingresso, paiono tutti in una attesa apparentemente disinvolta eppure tesa, cosciente; sono ordinati nel segnalare la propria presenza, disciplinati nell’attendere che le portiere si spalanchino e diano inizio alla corsa. Perché nel salire, in quel momento soltanto, avviene la metamorfosi che dura giusto due, tre secondi, quelli necessari a prendere posto, districandosi nella giungla delle altre intenzioni, nella traiettoria dei passi altrui.

Tutti immobili e calmi un attimo prima, ritti in prossimità del convoglio in arrivo sulla banchina, poi aggressivi nello scatto e nell’occupazione del posto, e nel momento successivo ancora, quasi a chiudere il cerchio, ecco la tranquillità ritrovata, l’indifferenza dolente di chi chiude subito gli occhi nella posa del sonno se, nella corsa, ci si rende consapevoli di aver sottratto il posto a un altro che mirava allo stesso sedile, quello stesso che, sconfitto pur senza malevolenza, consapevole in fondo che è una questione di pura casualità, gli sta ora in piedi davanti. Altri, in cui è l’emozione di imbarazzo a prevalere, cedono invece il posto nell’istante in cui, entrambi in prossimità del posto vacante, si accorgono che l’altro sta per sedersi. Basterebbe un ennesimo scatto, ma il disagio ha la meglio, e si preferisce cercarne uno ulteriore che, probabilmente, non si troverà.

Quel che il mondo ignora, e che invece il Giappone sa bene di sé, è che l’individualismo è un concetto che si accorda benissimo a quello di comunità. Per pensare a sé, al proprio singolare benessere, bisogna essere previdenti, serve costruire e decorare tutta una casa, non solo un angolo brillante ma angusto di una stanza.

 È proprio a frequentare i treni della mattina, quelli che partono nella fascia oraria interessata dal transito dei pendolari, che si comprendono meccanismi profondi della società giapponese, l’equilibrio ad esempio che c’è tra individualismo e spirito comunitario, le strategie con cui si fa scattare l’indifferenza, elemento di difesa imprescindibile in una società che fa dell’omoiyari 「思いやり」ovvero del “pensiero per l’altro” un concetto fondante.

 Nata e cresciuta in Occidente, mi sento d’esser maturata tuttavia in Oriente, in quello specifico del Giappone che mi tiene per mano da tredici anni. Ho sempre pensato che la libertà sia il principio fondamentale dell’uomo, che è inseguendo la propria personale felicità che ci si realizza. Eppure qui ho scoperto che la gioia, quella duratura, la fa soprattutto l’ambiente in cui si vive, la comunità sconosciuta che ci accoglie.

 È la pulizia delle strade, il sorriso che si presenta ovunque, il garbo del contatto, la bellezza di una città curata, l’esattezza dei mezzi, il fatto che – esclusi casi eccezionali – non esiste nervosismo originato da terzi, da sconosciuti che collidono nelle nostre vite e ci impongono la loro individualità. Siamo troppi in questo mondo, e vivere tanto vicini deve necessariamente spingere a rivalutare il concetto di individualismo a tutti i costi.

Meglio scendere a patti con la soddisfazione del momento, con il cedere il passo, l’evitare di sbuffare se qualcuno inavvertitamente ci urta, arrivare in tempo al lavoro così da rassicurare personale e studenti, non chiedere sconti ma confidare nella giustizia di un prezzo, raccogliere una cartaccia anche se non siamo stati noi a farla cadere.

Solo così, nell’edificazione di una gioia generale, si può sperare di vivere bene.

Ci ho messo un mucchio di anni a capirlo, a smettere di considerare “bello ma poco condivisibile” il modo giapponese di considerare il tutti prima del , quasi a provare una tenerezza di distacco nel loro garbo che mi pareva francamente eccessivo, quasi naïve. L’io occidentale è enorme, e si considera “poverino” chi non pensa prima a sé. Ma è poverino davvero? Si è veramente felici a mettere sempre l’io prima del loro?

No.

Non sono la persona più importante a questo mondo. Non lo sono neppure le persone che amo. E per nessuno è giusto schiacciare il benessere altrui. Se lo farò, avrò magari la soddisfazione di un momento, condannandomi a vivere tuttavia in un mondo di prede.

 È il compromesso tra l’io e il loro, tra il noi e il voi, che invece funziona e crea un ambiente dove la gioia, davvero, può esser piantata. Su terreno cattivo – fatto di sporcizia, sgarbo, egoismo e maleducazione – si può poggiare pure una piccola serenità. Ma è quasi certo che non attecchirà, disturbata come sarà dall’infelicità altrui, dalle vendette che origina il malcontento.

Posso anche arrivare prima superando una fila, facendo la furba, ma poi cosa ne resta? La prossima volta sarà qualcun altro a farlo al posto mio, e la mia, di serenità svanirà.

Individualismo allora è cercare la propria felicità, ricordando come questa sia fragilissima se non condivisa da altri. Serve sia un progetto di tanti, solo così è destinata a germogliare e a farsi rigogliosa.


Vi racconto mia figlia

Ho immaginato da principio tre città, che fossero Roma, Tōkyō e Parigi. Le ho viste fondersi nei lineamenti, divenire una sorta di ‘Rotopa’ o ‘Makyogi’, un ibrido che desse vita a un pasticcio emozionale in cui personaggi di diverse culture e derivazioni si trovassero a rappresentarsi in quella caccia alle farfalle che è la felicità. Li ho immaginati venire a compromesso con la vita, nel loro modo singolare, collidere gli uni contro gli altri, e dare origine a sentimenti che non li lasciano illesi.

Parigi è rimasta, ma come un filone francese, che molto suggerisce dei nomi. Roma è confluita in Tōkyō, e Tōkyō in Roma.

E Clara, che è così calata dentro il proprio mondo interiore, dà alle strade i nomi dei propri pensieri mentre le percorre. Via del Burro da Comprare, Viale del Batticuore, Via della Fuga dal Padre.

Investigare la gioia mi ha quasi turbato: l’ho sempre pretesa ma senza saperne il significato.
Esiste in Giappone un particolare tipo di fuoco d’artificio, si chiama「線香花火」/senkō hanabi/, un sottilissimo filo cui è attaccata una sorta di capocchia che accesa, dopo aver brillato di nervature intense e irregolari, precipita a terra, mettendo fine al gioco. Tutto sta nel tenere quanto più salda e immobile la mano, per far sì da prolungare la fiamma.
Ecco, la gioia è un fascio di minuscoli lampi nell’oscurità, la brevità intensissima di un’esperienza; ma è anche impegno, volontà, concentrazione. È un costante esercizio di manutenzione delle proprie emozioni, un’educazione sentimentale che ci portiamo dietro tutta la vita.

Mi viene spesso chiesto quanto sia contata nella scrittura la mia esperienza personale, di madre cercata, non realizzata, poi successa, ottenuta, rielaborata.

È una prova immensa l’infertilità, così come la perdita di un figlio, in qualunque fase di sviluppo accada. Muore un’idea, un progetto di vita. E la gioia, che è soprattutto immaginazione, ne è per forza di cose compromessa.

La maternità stessa è una cosa immensa eppure fragilissima, così poco incline a piegarsi alla realtà dei fatti. Per dire, la gravidanza è una cosa, la maternità un’altra, e questa va oltretutto declinata all’età del bambino, alle circostanze, perché essere madri di un feto, di un bambino di due anni, di uno di cinque, o di dieci, in una città o un’altra, con un lavoro, un marito, una famiglia o meno, è di volta in volta una cosa diversa.

Si tratta di una condizione di instabilità e insieme di emotività intensissima che a mio parere riesce quindi a descrivere bene quella cosa complicatissima e articolata che è la gioia.

Quando penso a Clara mi torna in mente sempre una frase che lessi molti anni fa. 「置かれた場所で咲きなさい」“Dove sei stato posato fiorisci”, titolo di un delicatissimo libro di Watanabe Kazuko. Lo credo fermamente. Ed ecco un’altra radice del libro, “la felicità nonostante”.

E se a qualcosa serve la letteratura è a sviluppare empatia nei confronti del mondo, quello più prossimo e luccicante, e quello che pare aggredire tanto è in difficoltà.

L’altro è il Giappone, ma anche un altro distinto, che ogni individuo si porta addosso il proprio universo, attaccato alla schiena come una conchiglia. E talvolta vi si ritrae pure dentro, impaurito.

Forse è per questo che i miei romanzi sono sempre assai popolati, e le storie, d’inizio divise, si vanno mischiando fino a bruciarsi l’una nell’altra come falene sul fuoco.

Ed è sempre per questo che i finali sono importanti, che ho distribuito una porzione di gioia a tutti, che l’intreccio è colmo di colpi di scena, studiati negli anni come naturalmente destinati a svilupparsi così. Esattamente così.

C’è una frase di Stevenson in cui mi sono imbattuta di recente e che avrei probabilmente inserito in epigrafe, tra le tante che ho posto come una spilla sul petto di ogni capitolo, a battere il ritmo del libro: “Non esiste alcun dovere tanto sottovalutato quanto l’esser felici”.

Ecco, vivere al meglio è innanzitutto un esercizio di volontà, qualcosa per cui dobbiamo (dobbiamo!) affilare tutti i nostri strumenti.

Credo questo romanzo spieghi che la gioia è una intenzione innanzitutto, una scelta. Che tuttavia non c’è nulla da meritarsi e che spesso le cose migliori arrivano senza diretta conseguenza dei nostri atti. Il tempo passa comunque, per tutti, e spesso ripara, e la vita che ci è stata data, dipende nella maturità in gran parte da noi. Insomma, si può davvero essere felici, non è una chimera, da qualunque punto si parta.

Ed io? Ecco, io vorrei avere l’allegria disinvolta di Momoko, il suo esser fuori contesto e proprio per questo rendersi in grado di cambiare la vita degli altri in meglio, la generosa bontà di Marcel, la consapevolezza profonda di Jean.

Credo di riconoscermi in Clara, per via del suo controllo maniacale, della tenacia e del perfezionismo che esercita nella speranza di rendere il mondo intorno a lei più riconoscibile, per l’ossessione che ha di salvarsi da un’emotività che spesso la schiaccia, e insieme per il fascino immenso che malgrado tutto prova per la vita che la circonda e di cui vorrebbe tanto far parte.

Come ho già scritto più volte sono arrivata io stessa alla maternità dopo una dolente odissea, e Non oso dire la gioia l’ho scritto nei circa tre anni che corrispondono alle mie cure contro l’infertilità – esperienza che mi ha spiegato come in certi ambiti non esista corrispondenza alcuna tra l’impegno e il risultato (cosa sconvolgente per me, che ho sempre sentito di dovermi meritare tutto quanto di bello cui ambivo, come se una felicità immeritata fosse instabile, insicura), a quello che mi fu annunciato come un aborto, alla prima difficile gravidanza, alla nascita di mio figlio Sōsuke, a un nuovo ciclo di cure e alla seconda gravidanza che mi ha reso ancora madre a luglio 2017. Due maschietti.

Ecco, so per certo che se mi fosse nata una figlia l’avrei chiamata Gioia.


Alcuni luoghi esistono solo in certe ore

«Alcuni luoghi esistono solo in certe ore.

Sugli oggetti che quei luoghi contengono cade la stessa luce, su una sedia una certa curva d’ombra. Come la cucina che spesso vive unicamente nell’ora dei pasti, nelle azioni che sono corollario del cibo, della sua preparazione: per chi viene servito non esiste invece affatto. Nella notte essa si trasforma in un luogo misterioso, privato infine dei suoi scopi, senza cibo ad alimentarne l’utilizzo. Il fischio del frigorifero, di giorno inesistente, si fa sinistro, e si carica del tempo dell’insonnia, delle ore naturalmente inoperose che andrebbero dormite.

Alcune città le si ricorda solo in certe stagioni.

Località balneari visitate in estate, dove tutti indossano il costume da bagno, ampi parei a righe o a sgargianti fantasie, dove ciabatte e sandali di legno sbattono sonori sull’asfalto e si va ad acquistare al forno la focaccia o tranci di pizza da sbocconcellare sotto l’ombrellone; paesaggi di barche attraccate al porto e altre al largo, da ammirare affacciati dal chiassoso lungomare come macchie all’orizzonte, chioschi colorati che vendono sempre e solo granite, gelati e bibite ghiacciate. Lì non vi abita il freddo, nessuno indossa mai maglioni, cappotti o scarpe imbottite, le foglie non mutano colore né s’abbandonano alla via, il silenzio non abita il lido e da questo sale invece costante la musica rimbombante della gioia, dello svago, le grida dei bambini, il rumore secco dei racchettoni, le voci cantilenanti dei venditori ambulanti, gli unici che non esibiscono la pelle e non partecipano all’allegria della stagione.

Accade anche quando si transita in certi quartieri solo di giorno, magari per lavoro, e che poi una notte si scorgono di sfuggita in macchina e li si trova spaventosi, pieni di dettagli, come se si inforcassero un paio d’occhiali che rivelano d’una vita tutta la miseria.

Alcune persone vivono solamente in certi ruoli.

Hanno un unico volto, una determinata espressione e lì si cela tutto quello che ci serve per attribuire loro un posto nel mondo. Non ha senso cercarle altrove rispetto a dove le ricordiamo, si rischierebbe di donare loro uno spessore che non hanno. Così l’avventura di una notte resta limitata a certe ore, di sesso appassionato e di promesse, parole imprevidenti d’un amore che avrebbe bisogno di più tempo, d’altri incontri che però non seguiranno. Potremmo incontrare quel volto d’amante in treno nella folla mattutina, al bancone di un bar mentre consumiamo un cornetto e un cappuccino, e rimarremmo sconvolti da lineamenti che sapevano di notte ma che ora, nella luce impietosa del mattino, si sbriciolano come vampiri al primo sole.

In questa storia, che è forse già accaduta o sta per accadere, che si trascina dietro due paesi, la Roma di un uomo che si cerca e la Tōkyō di una donna che lo trova, vi è la passione degli incontri, il desiderio di sperimentare a fondo la parzialità dell’esistenza.

Si tenterà di raccontare.»

 

da “Prologo”, Non oso dire la gioia, Edizioni Piemme, 2018


La felicità declinata in giapponese

Al caffè, davanti al tavolino dove scrivo degli invisibili personaggi che mi affollano la mente, siede una donna con capelli lunghi, neri e stropicciati, occhi come rubini, truccati di un rosso sfumato che si intuisce soltanto.

Sorbisce lenta una tazza di maccha, un verde che pare strillare tanto è acceso; accanto alla mano un tondo dorayaki che svela la sua polpa, per via di un unico morso che lei gli deve aver imposto distrattamente, prima di dimenticarlo. Il sole varca le vetrate, ma poco, perché questo caffè, sempre un poco in penombra, si lascia appena influenzare dal tempo che passeggia al di là della porta.

È in compagnia di una famiglia, dai lineamenti suppongo sia la sua. La tira per la linea dell’occhio una sorella, un nipote mi suggerisce la medesima curva delle labbra. Tuttavia quel che mi porta a guardarla è un altrove.

È la posa instabile del volto, l’espressione che decide.

È che sorride in superficie, non cala mai sul fondo.

 

Come non fosse sicura di poter mantenere la sincerità di quel sorriso, pare interrogarlo. Ispeziona il cellulare, si isola con lo sguardo pur restando lì, innanzi al pomeriggio, a bambini che non smettono per un attimo di muoversi e parlare, al tempo della vita scambiata con i familiari. Il maccha è abbandonato, il dorayaki con quell’unica orma che resta lì.

Annuisce, eppure la bocca resta muta, gli occhi zitti che paiono invece irrequieti.

Cosa ferma quel sorriso?

Cosa vede questa donna che non vede nessun altro?

Ho scoperto negli anni che la felicità non è qualcosa che si trova, non ha niente di dovuto, è a tutti gli effetti qualcosa che si crea, come il tempo, come una famiglia. È un progetto, fatto di post-it, impegni presi con altri e con se stessi, pause forzate, brevi accelerazioni, chiudi gli occhi e affidati a quanto ti accade! talvolta, tienili bene aperti e guarda cosa è che sta accadendo intorno a te! in altri casi, decisioni su chi è giusto resti nella tua vita e a chi aprire invece la porta, perché possa lentamente andar via.

La felicità richiede capacità, come lame che vanno affilate tutta la vita. Un esercizio costante, ecco cos’è. «Sì», dico piano a Ryosuke, «la felicità richiede capacità».

“Capacità” non solo nel senso di attitudine a contenere – perché è indubbio che ci voglia una sorta di spazio all’interno di sé, tanto che dopo una sottrazione di impegni, una rottura, serve la consapevolezza di star preparando il terreno a un nuovo seme, dissodando la terra per arricchirla di sostanza, disossando la base che deve farsi molle per prepararsi alla metamorfosi e alla gioia -, ma “capacità” anche nel senso di abilità nel maneggiarla, gestirla, mantenerla.

 È un costante esercizio di manutenzione la gioia.

 E allora Ryosuke mi parla della felicità nel sociale che studia, della parola. Apro un libro che ho letto di recente e di questo sentimento declinato al Giappone fa una panoramica chiara (Trampus, A., Il diritto alla felicità. Storia di un’idea, Bari, Laterza, 2008). Quest’uomo che amo pazzamente, anche per tutto quello di infinito che sa più di me e riesce anche a trattenere, annuisce.

«È così»La storia della felicità in Giappone porta sulle sue spalle una lunga evoluzione, soggetta non solo al proprio sentire originale, ma a quella prima rivoluzione sostanziale che fu adottare il sistema di scrittura cinese, finendo per forza di cose per accogliere le sfumature di concetti che erano altrui, in quella frizione continua che si produce tra due sistemi diversi di pensiero. La traduzione è possibile, sempre, nella misura in cui la si consideri alla base imperfetta, incapace, nel salto, di diventare una sola parola. Serve spiegare, aggiungere termini a quel solo che si voleva veder cambiar forma, pur mantenendone intatto il senso.

 In origine era 「幸い」 /saiwai/ “(buona) fortuna, felicità” , dal verbo 「栄える」 /sakaeru/ che significa “prosperare, fiorire; essere fiorente”, allacciando non solo il senso della prosperità a quanto sboccia e cresce, ma al concetto di fortuna cui le società antiche legavano rituali propiziatori per piegarla a sé.

Con l’introduzione della parola cinese 「幸福」 /kōfuku/ i concetti di “fortuna” (幸) e di “grazia divina” (福) si abbracciano in una coppia di kanji, ed è per una intercessione dall’alto che la vita non si interrompe bruscamente, che la morte non sopraggiunge in giovane età, che la salute assiste e la povertà non consumerà una casa.

Arriverà la rivoluzione Meiji, e così l’Illuminismo occidentale, con la sua complessa carica concettuale attaccata all’idea di una gioia di diritto, di una felicità strettamente legata a un discorso politico sul benessere dell’individuo, sul dovere di uno stato di garantirla a tutti.

E il Giappone cercherà ancora una volta di trovare le parole per tradursi concetti provenienti dall’Europa e dall’America. Le parole slitteranno nel significato, e pur utilizzando il medesimo termine si finiranno per pensare cose diverse. Essere stranieri, del resto, non significa proprio questa cosa qui?

Questa torsione del concetto di felicità sfocerà nella Costituzione del 1946, redatta sotto la stretta supervisione americana all’indomani della disastrosa sconfitta della seconda guerra mondiale.

L’articolo 13 della Costituzione giapponese afferma infatti, accanto al rispetto dell’individuo, al suo diritto alla vita e alla libertà, ma anche al perseguimento della felicità, in forme che non sono specificate, perché felicità è un verbo, e la sua coniugazione è strettamente personale.

«tutte le persone che costituiscono il popolo saranno rispettate come individui. Il loro diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità, entro i limiti del benessere pubblico, costituiranno l’obiettivo supremo dei legislatori e degli altri organi responsabili del governo».

Ed ecco che una cosa che cambia nome, cambia col tempo anche forma, una cosa che ci sfugge merita particolare attenzione. Perché in tutte le sue evoluzioni perde e acquista qualcosa, e sta a noi, solo a noi individuare la forma che via via essa deve assumere per adattarsi a quel mondo-lingua-cultura che siamo noi.


Battezzare le cose

“L’uomo incomincia ad amare il giorno dopo aver detto ‘amo’.”

Vicktor Sklowskj

 

I bambini dell’età di Sousuke talvolta ti chiamano e poi non ti dicono nulla. Solo chiamarti li rallegra, sapere che ci sei, che rispondi al contatto. Che sempre, se ‘sempre’ è qualcosa che esiste, ci sarai.

«Mamma», sospende Sousuke.

Non vuole nulla, tranne quel sì di risposta. Sei qui, sei presente in questo mio piccolo mondo nuovo? Ci sono, ci sono, mi vedi? Ti vedo, sono felice che sei qui.

«Mama

«Dimmi ciccino!»

Ride poi si volta, pare in quella movenza cancellare con la gomma quel che era e stava per dire. Interrompe, solo per poter all’infinito ricominciare.

«Mamma?»

«Sì, Souchan, cosa c’è?»

Il linguaggio è ancora una scoperta. I bimbi assaporano letteralmente le parole, il gusto di emettere quel suono, la soddisfazione nel notare l’effetto di realtà che producono su un mondo che, fino ad allora, era stato tutto un ricevere e meno un dare, perlomeno non nella medesima forma.

Come accade a tutti i bilingui, anche Sousuke mescola le lingue, non avverte confine tra un linguaggio e un altro. Inizia tuttavia a capire che è con me che certe parole hanno effetto, che a volte – quando fingo giocando di non capire – a me sono altre le parole da dire.

Come scrive Sklowskj, che ho citato in esergo, si inizia ad amare dopo aver usato la parola ‘amo’.

Ho sempre creduto che a questo servano i libri, la conoscenza che conservano dentro, a dare un nome alle cose. Battezzarle in fondo significa questo, vederle per la prima volta, rendersi conto della loro esistenza. Una vita che, riconosciuta, si fa di un tratto popolata di cose, sentimenti che si declinano – una volta imparati nel generale – nel singolare di ognuno di noi. Cosa è il dolore in generale, cosa è il mio, cosa il mio in questo preciso momento. Cosa è la speranza, cosa la mia, cosa la speranza in questa determinata situazione.

Tuttavia in ogni lingua accade. Che certi spazi del mondo restino al buio, e che un’altra cultura li sappia invece mettere in luce. Esistono termini che riassumono ruoli e, in questa operazione, divaricano il loro senso.

Vedi la parola “nipote”, che in giapponese distingue il figlio di un fratello o di una sorella, differenziando il maschile dal femminile con un termine a testa, da quello che indica invece un diverso grado di parentela, il figlio o la figlia dei propri figli, nel punto di vista quindi dei nonni. Ma è pur vero che il nostro “nipote” ha sfumature belle di significato pur nell’unicità morfologica della parola: “nipote” diventa luogo affettivo abitato anche da bambini o ragazzi che ci sono idealmente parenti, in una scelta del cuore, benché nella pratica del sangue non lo siano. Io, per dire, sono e mi sento profondamente “nipote” di zia Antonietta, una delle amiche più care di mia madre.

Poi esistono parole che nella traduzione perdono di senso, che risultano innecessarie, gratuite. Come il nostro bel “invece”, che i giapponesi comprendono pure, ma non avvertono il benchè minimo bisogno di usare.

E formule poi come 「よろしくお願いします」/yoroshiku onegaishimasu/ che raccolgono la benevolenza dell’altro, stringono una relazione nel saluto, accomiatano formalmente, promettono un successivo contatto eccetera eccetera, oppure 「ごちそうさまでした」/gochisōsama deshita/ per cui si ringrazia del pasto ricevuto, sia che sia stato semplicemente buono, sia che qualcuno ce lo abbia offerto a casa sua o semplicemente pagato, o che, anche se non lo abbiamo particolarmente gradito, comunque funge da formula di saluto all’uscita da un ristorante.

E ancora il quadrato a doppia freccia composto dalle formule di saluto che in giapponese si spendono doppie – nell’enunciazione e nella risposta – quando si esce di casa o da un luogo cui si farà ritorno in un secondo momento, e nell’incontro che scioglie la separazione e riporta chi si era allontanato al luogo di partenza:
Ci ho sempre avvertito una porzione d’amore in questo scambio. La familiarità che cresce come una torta nel forno, lievitando tante più volte quei saluti ce li si scambia, a turno, praticando una sorta di gioco di carte.

⇒ いってきます~ /ittekimasu/ traducibile con un “Esco/Vado”
☞ いってらっしゃい~ /itterasshai/ quasi un “Buona giornata”, tendenzialmente un “buon qualunque cosa farai”
↺ ただいま~  /tadaima/ “Eccomi, sono tornato/Ciao, sono a casa”
☚ お帰り~  /okaerinasai/ “Bentornato”

Poi ecco un’altra parola di estrema bellezza come 「木漏れ日」 komorebi, che sta ad indicare la luce filtrata dalle ramaglie e dal fogliame che cade dall’alto. E’ composta dai kanji di “albero”, dal verbo “filtrare, gocciolare” e da /hi/ che qui sta a indicare il sole. Le macchie su un sentiero, la luce irregolare e tremolante dopo un temporale, quella spezzata da un arcobaleno.

E un’altra infinità.

Quest’anno sarò a Libri Come, lo splendido festival del libro a Roma, che si tiene a metà marzo. L’argomento è la felicità e per me, che della gioia ho fatto l’argomento di tre anni di vita e di scrittura, di una gioia complessa ma intensa, spesso capitata per vie traverse, immeritata nell’immediato ma radicata in quello che è ogni persona, sarà un ritrovarmi nei temi che ho accarezzato tanto a lungo.

Spero proprio in tanti verrete a incontrarmi.

Quando mi hanno domandato la traduzione del titolo del nuovo romanzo, ho fatto fatica. Come esprimere quel sentimento di gioia che si prova profondo, ma di cui si ha paura, quasi potesse sfuggire nel dichiararlo con chiarezza, tanta è la fragilità:『語りえぬよろこび』

Non oso dire la gioia

 

La gioia, in giapponese, come è? Che cosa significa, in fondo, nel passaggio di cultura?

Leggo, rileggo libri sull’argomento, in giapponese, in inglese, in italiano, mi preparo a spiegarla come essa si delinea nel Giappone del mio quotidiano e nella cultura occidentale che mi porto incisa addosso.

Cosa significa essere felici per un giapponese? Cosa ne distingue la sostanza da quella di un italiano? Lo scarto, se c’è, dove è collocato?

Ecco allora che, oltre ogni confine creato artificialmente da una lingua, gioia sa essere qualcosa di universale.

È anche ripetere un nome che non è proprio, eppure indica una sola persona nell’immaginario di chi lo pronuncia. Come, appunto, 「ママ」/mama/. Mamma.

Sousuke lo dice e, in una folla infinita, solo io sarei a girarmi e a replicare:

«Dimmi ciccino, che c’è?»