Direzione – Molteplicità – Selezione

Certe mattine attraverso zone di periferia in cui gli edifici paiono prigioni, mura a contornare una via. E la gente sembra accasciarsi in avanti, raccolta e diminuita nella propria figura, mentre il treno sfreccia via. Paiono alberi in corsa, piegati dal vento in un inchino.

Seduta accanto al finestrino osservo tutta questa umanità, fuori e dentro al convoglio gonfio di gente, mentre dorme, riposa, legge o lavora, un’entità che ai miei occhi si sviluppa e procede in ogni direzione. Nata da uno stesso grappolo di individui, essa si è moltiplicata e continua a farlo, si perde nelle strade del pianeta, trova la propria forma di abitarlo.

 

«Se un milione di oggetti ci vengono addosso che cosa dobbiamo fare?»

«Un oggetto verde non è giallo. Una cosa lunga non è corta.»*

 

 1. 「方向」 DIREZIONE: Laura, dove vai?

 È spesso la scelta che mette in crisi, perché il mondo, quando i numeri sono troppi, si fatica a decifrarlo, e tutto è linea e nuova direzione.

 Libertà è poter scegliere. Eppure, avere davanti a sé tante vie che si snodano ugualmente luminose, efficaci può essere un dilemma. Libera, troppo libera a volte mi sento. Le scelte mi paralizzano, come se dal passo successivo dipendesse ogni altro che verrà.

E allora forse serve fare come Gandalf, lasciarsi conquistare da una rassicurazione elementare: «Quando sei in dubbio, Meriadoc, segui sempre il tuo naso.» (cit.)

Fuori dal treno tutto continua a scorrere rapido. E dietro una collina fitta d’alberi in muta, che dal verde brillante dell’estate s’abbandonano al rosso del fogliame, al marrone che nel mio immaginario è, più ancora del giallo e del rosso, da sempre quello dell’autunno.

E poi, ad un certo punto della storia che inizia ogni giorno che salgo sul treno e giungo a destinazione, il sole si spalma come marmellata di grano sulla città, e pare formarsi da zero, e di nuovo, al di là d’una larga pianura, un affossamento farcito di campi e la ferrovia e casupole basse.

Spunta il cratere del Monte Fuji ed è pura bellezza. Ispira gioia vederlo, la mattina all’alba, la sera al tramonto, e mi ritrovo in questo treno congestionato a emettere un respiro profondo, che pare voler ingurgitare tutta la vita che mi pulsa intorno.

 

“Mi sento inondato dalla sua molteplicità.” Confessa il discepolo al Maestro. *

 Alle possibilità, ci penso spesso.

Proprio ora che il sogno di una famiglia si è realizzato e quanto manca è piuttosto il tempo per stare dietro a me stessa.

«Ogni lasciata è persa», sussurra una voce dentro di me, ma «cercare di prendere troppo è perdere tutto», mormora un’altra.

Nel dilemma mi distraggo di nuovo.

Amo soprattutto questo di Tokyo, che mi istruisce ogni giorno sulla molteplicità, su quanti milioni di esseri umani stiano abitando lo stesso pezzo di storia. Aiuta a ridimensionarsi, a riportare tutte le ansie al grado zero della scrittura.

 

2. 「多様性」 /tayōsei/ ・MOLTEPLICITA’: Laura, quante cose ci sono nel mondo?

Tokyo insegna come in ogni fessura del mondo ci sia un’esistenza. E come quella esistenza sia alla ricerca del senso, e si domanda che farà, come farà, se ne vale la pena.

 Ecco me, per esempio, tre mesi nemmeno ed uscirà il nuovo romanzo. E nell’editing ancora strizzo le frasi, mi domando di ognuna l’intrinseca necessità, se un’altra parola, un ritmo diverso, non stiano meglio addosso a questi personaggi da cui, già lo sento, sarà doloroso separarsi. Perché li amo profondamente e raccontano tanto di quattro anni di vita. Mi rende ubriaca questa sensazione. Di poter scegliere il loro destino, quello soprattutto delle parole che li accompagneranno nel mondo.

 

«Maestro, come si fa a essere tutt’uno con la via?»

«Bisogna non essere tutt’uno.»

«Come si fa a non essere tutt’uno?»

«Ciò che ti ho detto deve bastarti a capirlo.»*

 

 Lo zen lo insegna, ad essere un tutt’uno e tuttavia ad accogliere la molteplicità in sé, senza lasciarsene scheggiare. L’ossessione dei numeri determina e influenza da sempre il pensiero dell’uomo in ogni cultura, la simbologia che contrappone l’uno al più. Miriamo costantemente ad una società di ampie scelte che tuttavia, quando troppe, confondono il percorso dell’individuo.

Energie sprecate a scegliere una sola penna in una cartoleria, un dolce davanti ad un banco gonfio di paste, un aggettivo, uno soltanto, che prenda per mano una parola nel libro, il carattere di un personaggio.

 

3. 「選択肢」 LA SELEZIONE> Laura, quale sceglierai?

E allora basta farsi domande. Tentare, perlomeno tentare di scoprire cosa si vuole davvero. Poi cosa si è disposti a fare per raggiungerlo. A fronte di un numero alto di desideri, bisogna sacrificare lì dove tempo, lì dove gli affetti che quel tempo conterranno.

La riduzione del “parco desideri” è alla base della valutazione delle possibilità di realizzazione. Forse la sfida è quella: a fronte della molteplicità scegliere una successione, operare una scelta che magari non elimini ma metta in fila le cose.

E allora famiglia, che è godersi le creature che è un attimo che si trasformano e non le vedrai più così. Ed editing del romanzo in uscita, e preparazione per le presentazioni, i festival, il seminario sulla maternità, appunti raccolti per gli altri libri che scriverai e che iniziano a farsi pressanti, le recensioni e le interviste per le belle testate con cui collabori da novembre, la traduzione che inizia e chissà cosa sarà.

Camminerò in questi mesi con una carovana alle spalle. Che sia allora gioiosa, traboccante di melodie, e gonne coloratissime e collane di vetruzzi e palline, una corona di margherite che profumano d’erba.

E poi fidarsi di sé. Soprattutto fidarsi di sé.

Perché di solito è la gioia a mostrare la via.

 

 

***Tutte le citazioni sono tratte da Il dito e la luna: racconti zen, haiku, kōan di Alejandro Jodorowsky. Ne troverete una recensione mercoledì prossimo su BookBlister, su cui, da questo mese tengo una rubrica in cui consiglio pubblicazioni dal e sul Giappone: si intitola INTERRUZIONI. E su Libreriamo, sempre da novembre, scrivo di nuove uscite e faccio interviste ad autori e traduttori.


A cosa serve la gioia

“Spinoza ci rivela una cosa molto semplice: la tristezza non rende mai intelligenti. «Essere tristi» significa «essere fottuti». Per questo i potenti hanno bisogno della tristezza degli assoggettati. Cultura e intelligenza non hanno mai tratto giovamento dall’angoscia. Finché avrete affetti tristi, state subendo l’azione di corpi o anime che non convengono con voi.”

Lo scriveva Gilles Deleuze, non uno qualsiasi, e aveva “fottutamente” ragione.

È per questo che provo sconcerto aprendo un giornale e constatando il gusto dei media per il macabro, per la notizia tragica sviscerata in tutti i suoi minimi dettagli. Come se la morte di un uomo non fosse abbastanza un orrore.

E ogni volta mi domando: esattamente da dove la si estrae l’energia di iniziare e concludere un giorno, ed io da lettrice che cosa posso fare leggendo, a parte pensare che il mondo fa schifo?
E a pensare che il mondo fa schifo non rischio piuttosto di entrare nell’apatia, nel concentrarmi su notizie lontane ignorando piuttosto quelle vicine? A mandare all’aria tutto quanto personalmente non mi riguarda perchè tanto… ?

Tutto questo dolore commercializzato a chi serve?

Penso a quanta voglia di vivere mi ha tolto oggi aprire un giornale sul web e scorrere, solo scorrere, le notizie. Serve la consapevolezza, non serve la pornografia della notizia che a nulla serve se non ad allargare di un poco di più la pupilla, come una droga.

È ad innamorarsi del mondo che vien voglia di proteggerlo infine. E non solo quello più prossimo, ma anche quello lontano, che la mano non tocca.

Un inno alla gioia. Ecco cosa servirebbe.

Ed è per la stessa ragione che il mio spazio si chiama “Giappone Mon Amour”.
Per l’informazione approfondita rimando sempre ai libri – che accusando spiegano però in profondità e non si limitano allo sfiato disilluso di chi in Giappone conduce magari una vita sotto le proprie aspettative, o di chi voleva appiccicare a questo paese l’idealismo d’una perfezione cui, per forza di ragioni e di buon senso, nessun paese potrà mai essere all’altezza-, mentre allo sfogo più becero di chi vuole insozzare del proprio malumore il mondo tutto, metto subito uno stop. E non si discute. Che questa è casa mia. E ci si puliscono i piedi prima di entrare. Lo penso forte, mentre vivo un tempo senza pause, mentre stringo questo amorosissimo neonato, cui del mondo voglio noti la bellezza e con essa si formi una solida corazza.

“La gioia, solo la gioia, ti difende. Corroborata da letture. Intelligente. Sì, serve inseguire una gioia intelligente

“Non farti convincere mai a vedere tutto nero, a buttare fango su chi è diverso da te. E resisti, resisti soprattutto alla tentazione di odiare chi è migliore di te o semplicemente riesce meglio”

Un “hater”, in fondo, nasce così.

Questi ultimi tre mesi sono stati un costante anticipare nelle fessure di tempo. Il bentō per domani, il mio pranzo, il latte per il più piccino nella pausa tra le lezioni all’università, le pulizie frettolose. La mia vita personale tutta ammassata ai margini.

E in quel che resta del tempo si architetta altro anticipare irrisolto, perchè il prima s’è mangiato il dopo. E per l’ora non c’è niente da fare. È sempre già passato.

Sabati fa, dopo due anni andare dal parrucchiere, uno nuovo. Per pura distanza da casa. E trovare nella donna che ti spunta quintuple punte, una madre mancata, che troppo tardi si è rivolta a chi l’avrebbe potuta aiutare. Ed ora soffre, fuori tempo.

Quante vittime miete, in giro per il mondo, il “basta che ti rilassi ed arriva”?

Per questo ne parlo quando si presenta l’occasione. Anche a costo di risultare inopportuna, sconveniente. Dico sempre i miei bimbi da dove sono venuti, le procedure che sono alla radice della felicità.

Non c’è gioia senza radici, ed è giusto parlarne, anche della fatica. Perchè l’invidia cattiva spesso nasce dall’ignoranza del lavoro che c’è dietro il risultato, soprattutto il migliore. Gli haters del resto li si incontra soprattutto lì, quando la vita ha successo.

E allora dico a questa donna dal volto concentrato ed irrequieto che i miei capelli sono un disastro, che sono due anni che non li taglio, perchè è nato Sousuke e poi dopo un anno ho ripreso il percorso per giungere a dargli un fratello. E ancora le iniezioni, e ancora l’anestesia, e ancora piccoli buchi neri nello schermo, e. E.

Mi convinco che a parlare di me, apro la strada ad altre che non riescono a parlare di sè. E anche chi non è toccato dal problema, si sente dire però una volta di più che il “tanto basta che ti rilassi” è una frase velenosa e non va detta. Ed eviterà magari di porgerla ad altri, con quella leggerezza che dovrebbe esser permessa solo a chi sa soppesarne la segreta misura, la forza di attrazione che esercita su un cuore provato dalla fatica.

Quel che si è appreso va comunicato, spiegato. È l’eredità del mondo, tutto quello che siamo in potere di fare.

Ed infatti la parrucchiera mi dice che sono stata fortunata, che lei ha provato tanto ma ormai non c’è niente da fare, che è il tempo che le è mancato, l’età che ha superato il desiderio e l’ha lasciata indietro, che il marito non era molto disponibile, nonostante…

“Nonostante il grosso pende tutto su di noi” dico con troppa energia, combattiva come divento ogni volta che scopro un’unione che si scorda proprio là.

“Esatto” fa lei secca, lanciando un’occhiata obliqua al marito che traffica su un’altra testa, di là.

Le racconto allora delle procedure per l’adozione che avviammo nel settembre del 2014, un mese prima del transfer di Sousuke, dei fittissimi seminari seguiti vicino a Nakano, della visita al centro connesso all’ospedale pediatrico d’un grosso quartiere di Tokyo.

Annuisce, piacerebbe anche lei. Dovrà convincere il marito, dice, lui non è molto d’accordo.

A ricordare, parlando, mi torna allo scoperto quel pezzetto di vita condivisa con Ryosuke, dei bimbi incontrati, delle patologie di quelli abbandonati, di quelle causate a creature che nacquero sane ma subirono abusi. La memoria concretissima di quella piccina, soprattutto, appena entrata una stanza, che agitava convulsamente e costantemente la testa, fissata su una seggiolina perchè non si facesse del male: fu scossa con violenza da neonata ed ora si è guastata, come un orologio dalle lancette impazzite, come una cosa.

E l’intenzione di tornare un giorno su quel discorso, che ci tengo da morire. Qui, per raccontarlo, ma soprattutto nella pratica della mia esistenza.
E allora, quel giorno, avremo tre figli. Due miei e di Ryosuke, ed uno “nostro”, di tutti quanti noi, bimbi inclusi. Figli di scelte diverse. Una stessa famiglia.

Ci vorranno più soldi, una casa spaziosa. Un cuore solido. E fermo.

Mi preparo, inconsapevolmente, ogni giorno a quel giorno. Leggendo delle notizie solo quello che serve, salvaguardando l’energia che mi spinge alla vita. Proteggendo la gioia.

Proprio come dice Spinoza.


Yasashisa

Nel discorso sulla tenerezza, che tocca il sociale e il culturale, e che continuo partendo da una riflessione inaugurata altrove poco fa (qui), volgo uno sguardo centrato, più accurato, al Giappone, torno ai miei figli che sono metà una nazione e metà un’altra, nel pieno di un pianeta che si decide ancora oggi tanto più sul polso che sulla carezza.

「優しさ」/yasashisa/ è in giapponese la gentilezza, la dolcezza. Nel suo kanji mostra una persona che, con animo preoccupato, guarda dal margine, di lato. È la persona che si preoccupa di un’altra, partecipa alla sua vicenda. È questa la gentilezza.

 E tanti sono i nomi propri che desiderano abbracciare nel significato questo sentimento. La gentilezza, la tenerezza.

 Mi sono accorta negli anni come il giapponese, in un contesto internazionale, risulti spesso di primo acchito “carino, gentile” ma poco di più. L’occidentale ne ammira – senza alcun desiderio tuttavia di emularlo – il garbo, quella estrema cortesia che spesso lo diminuisce ai suoi occhi.

All’inizio è la timidezza a penalizzarlo, l’idea che se sa 70 è 50 che deve dichiarare. Per non rischiare d’essere superbo. Ed in Giappone effettivamente questo meccanismo funziona perché, per la stessa trama di motivi e sottintesi, chi sente dichiarare 50, tende a credere che l’altro sappia certamente di più, 70, forse anche di più. L’ammirazione scatta automatica, la “sopra-valutazione” dell’altro che è bilanciamento alla luce di uno sbilanciamento dichiarato.

 Ma d’altronde, in ogni altro contesto, che di questo codice invisibile è ignaro, le cose non vanno mai così.

È la forza piuttosto che convince l’europeo, l’americano. Tutto lo grida: è questa che amministra l’universo.

Ricordo i contatti nel campus universitario quando giunsi in Giappone ormai più di un decennio fa, i discorsi di amici, la leggerezza e la rapidità di giudizio del turista che incrociavo per caso.

Parevano loro bambini, una società calata nel primo tempo della vita. L’epoca d’oro, sgombra d’angosce, incantata dalle meravigliose sciocchezze che incantano i bimbi.

È facile fraintendere un giapponese, approfittarsi forse di lui, la prima volta perlomeno. “Infantile” viene talvolta giudicato da chi non ne conosce la cultura, per quel seguire un codice, per quel piegarsi al kawaii, per l’ampio tacere, per quella che viene valutata come “ingenuità”.
L’ho visto accadere così tante volte negli anni. Un occidentale parlare con un giapponese e non capirlo. Un giapponese parlare con un occidentale e rinunciare a farsi capire.

 È la dolcezza fraintesa, la tranquillità di base che, certo, è diffusa in diversa misura a seconda dei soggetti. Non tutti lo sono, mai sempre. Ma è il tono generale della cultura del Sol Levante, servirebbe una benda per ignorarlo.

La lingua giapponese del resto è piena di giochi e vibra di una splendida ironia. Tuttavia è povera di insulti, poco pratica in generale nella lordura dell’improperio quotidiano. Non conosce la bestemmia.

“Le divinità sono 8,000,000” mi risponde Ryosuke quando gli domando conferma. Ride: “E con chi te la prendi? Uno a caso?”

Spiego ai miei studenti che nella lingua italiana l’insulto ha un margine di scherzo più ampio che permea il sociale e determina la nostra cultura. La letteratura stessa ha spesso insulti nella sua trama, e parliamo di capolavori. Che insultare non è letterale e che nella ferocia non vi è per forza cattiva intenzione. Ci viene naturale la presa in giro, pare talvolta persino un collante nei rapporti.

Ma è vero che vince il più forte e chi grida di più si fa sentire. Che i dibattiti sono spesso gare a chi alza il volume e schiaccia con parole le parole dell’altro. Che molto si vince a braccio di ferro.

Al silenzio, all’accenno, in questa società appartata si demanda invece la rabbia, ci si spiega nel sentimento.

Semplicemente, mi dico, in una cultura in cui la voce resta bassa, non c’è bisogno di urlare a squarciagola per farsi sentire. Mentre in un ambiente dove chiunque si sente in diritto e in dovere di gridare, chi modula il tono ad un volume normale non sarà udito.

Eppure c’è nel Giappone una severità che quasi spaventa. Per la rottura di un certo protocollo, per la violazione di un codice che coinvolge l’onore o la correttezza non esiste perdono, e in questo, forse più che nell’urlo, va distribuita la maggiore cautela. Nel fatto che per certi errori non c’è via di ritorno.

Che il “tutti” vincerà sempre sul’ “io”.

Anche per questo motivo, so che scambiare la mitezza per stupidità o mancanza di lustro, è un errore.

 Non è sempre tenerezza, tanta è l’inflessibilità. Eppure, in via generale, c’è nel quotidiano un garbo che mi innamora e mi rivela una delle leggi che stanno alla base del rispetto che respiro in questo paese dell’alba, dell’inizio. Io che vengo dall’Occidente, che di nome, è il luogo che volge al tramonto.

 E allora scelgo di non avere paura della tenerezza di questo mio figlio che va in altalena, scelgo di guardarlo con fiducia mentre lo spingo in avanti e poi lo lascio cadere all’indietro, nel via vai tra due mondi tanto lontani. Decido di vedere il mio bimbo crescere e contenere ogni seme che evolverà.

In cosa, ancora, non so.

Dolcezza, sì, tenerezza e com-passione. Sono doti importanti.

Gli auguro di fare esperienza di ogni sentimento, imparare a individuarlo in sé, poi negli altri. Questo tenterò di insegnargli. A dire di no quando serve, anche quando spererebbe l’altro capisca senza dire, ma non capisce. E scoprirà che, a seconda del fianco di mondo in cui si troverà, sarà diverso.

È un mondo che cambia e si mischia. La dote più importante è la flessibilità, l’intelligenza che porta ad una integrazione, ad un adattarsi senza rinunciare a sé.

 Non smetterò tuttavia di sperare che il tono, in generale, si abbassi. Che inizi ad andare di moda la tenerezza, che il garbo sia la dote più apprezzata da tutti.

E così, quando tutti abbasseremo la voce, basterà sussurrare per sentirci.

Ed una carezza per dire tutto quello che resta.

Che essa non ha parola ma serve.

Serve più d’ogni altra speranza.

 


「へその緒」o il filo rosso

Una bambina di circa otto anni, lungo caschetto nero, abito bianco con fitte decorazioni floreali sui toni del rosso, ed abbronzata, come fosse avvolta nel cioccolato. Ecco, quella bambina tiene in braccio un cucciolo di cane, circa otto mesi, bianco e con un’orecchia che pare spezzata a sua volta in due tinte, il bianco ed il rosa.

Nella proporzione la bestiola deve essere pesante perché la bambina si sforza, si vede, a tenerlo in braccio. Ma lo tiene, per difenderlo da un tratto di strada che si fa strettoia e pare pericoloso.
Piegando indietro il busto, mostrando pur elegante fatica, osservo un corpo che ne trasporta un altro, per cura. La bambina e la creatura.
Poi uno slargo e il cane atterra ai piedi di quella che si trasforma d’un tratto in una ragazzina, perché mentre corre sembra più grande, le gambe spiegate nello slancio, il presagio d’una bellissima donna. E corrono entrambi mentre il sole se lo intascano i monti alle spalle, le nostre e le loro.

Il cane fa i suoi bisogni, la bimba si ferma, si piega con la bustina per raccoglierli tutti. Con una bottiglietta passa l’acqua lì dove fa pipì.
Tutto è rispetto ed armonia.

Si passa e non si lascia segno abbrutito del proprio passaggio.
L’uccellino che non intorbidisce l’acqua che pilucca, accanto a cui si riposa. La bellezza della fine.

Nel fitto di una viuzza più avanti, lì dove un tempio ne tiene un altro per mano, un vecchio più ossa che carne, con la schiena ricurva in un equilibrio elastico quasi, cammina spedito, si ferma all’ingresso del tempio, davanti alla cornice di legno che recita il precetto del mese. Si toglie il cappellino d’un blu scolorito, mostra la nuca senza più capelli, inclina tutto il corpo. Tra le mani il cappellino, in mezzo ai palmi stringe una preghiera.
Si chiudono gli occhi e lui è già altrove, calato in fondo al desiderio che ha. E che ripete uguale nelle movenze al tempio vicino.

Per ogni dio un saluto, un omaggio. Perché nel Giappone del quotidiano la spiritualità è humus, terra su cui germogliano fiori e persone. E bestiole, e bimbe di otto anni, ed anziani con cappellini da baseball.

E donne straniere, che riprendono le fila del discorso, con addosso una parola in meno, ma nel letto, avvoltolata in asciugamani, una frase che è destinata a moltiplicarsi, allungarsi, crescere di misura e di intensità. Una nuova vita che è nata e si scava lo spazio in questa piccola casa, nei colori sgargianti che sono le copertine dei libri, i giocattoli di Sousuke.

Ed è proprio un filo la vita, un lungo spago rosso, un gomitolo forse. Talvolta ingarbugliato, infeltrito persino, così sdrucito che pare in pericolo costante. Eppure ha un’anima testarda, sembra convinto di qualcosa di cui chiunque invece dubiterebbe, osserva scenari che il nostro occhio non vede. Un filo rosso che pare ad alcuni il destino, come recita la leggenda, che ricongiunge prima o poi quanto deve incontrarsi in questa vita.

E’ il FILO ROSSO 赤い糸 /akai ito/ del DESTINO della tradizione giapponese che unisce due persone indissolubilmente e che, prima o poi, le farà incontrare. Nasciamo così, con un filo rosso annodato al mignolo che ci lega alla persona che diventerà per noi quella “amata”, quella giusta. Per quante traversie si possano incontrare nella vita prima o poi quella persona verrà a noi. E noi a quella persona. E’ il filo rosso del destino~ 

Sul mignolo resta legata un’estremità, su quello dell’amato l’altra. E tutto si stringe nel tempo, il lungo vagare si chiude nell’incontro.

E aprendo la scatolina dell’ospedale dove è nato il nostro secondo bambino, mi sorprendo quasi di ritrovarmelo lì, come ci fosse sempre stato, il filo rosso del nostro destino.

Il Giappone conserva dall’antichità l’usanza di consegnare alla madre, subito dopo il parto, 「へその緒」 /heso no o/  ovvero il raccordo del cordone ombelicale che nei mesi ha trasportato nutrimento dalla donna alla creatura. Si tramuterà in una sorta di talismano che proteggerà il nascituro nell’arco tutto della sua esistenza.

Le madri li consegnavano un tempo ai figli maschi che partivano per la guerra, alle figlie femmine che andavano in spose. Si credeva che, in caso di malattia mortale, polverizzarlo e ingurgitarlo rendesse salva la vita, tirando per il lembo l’estremo l’esistenza che si stava perdendo.

Matsuo Bashō, di ritorno alla casa natale dove la madre era morta, pulendo la casa, smuovendo oggetti di un tempo, lo trova e vi dedica un haiku.

Del primo figlio ricordo l’avorio brillante di quel raccordo, la rapidissima trasformazione che subì al contatto con l’aria, la nocciolina rinsecchita che divenne in due notti.
Del secondo figlio ricevo invece il cordone ombelicale, privato del suo sangue prezioso, seccato e piegato in un fiocco. Un giro Emilio lo aveva intorno al collo e ricordo, in quella notte così recente eppure remota nella memoria del corpo, che l’ostetrica me lo mostrò raccontandomi come ognuno fosse diverso dall’altro, ogni cordone di una diversa lunghezza.

Ed eccolo qui, sotto i miei occhi, il filo rosso, il destino che ha percorso terreno sconnesso e un lungo sentiero per portarmi alle due creature che dormono adesso, una accanto all’altra nel mio letto.

E a mani giunte, ferma anch’io davanti al tempio, in coda al vecchietto con il cappellino blu da baseball, mi chino, batto le mani.
E ringrazio.


Quaderni d’onomatopea giapponese: zaa zaa, potsu potsu

Un temporale estivo, un acquazzone a scrosci e catinelle, e cielo che fu forse nella sera a pecorelle, e acqua acqua, solo acqua. Un diluvio circoscritto come quello che s’è rovesciato sul tetto dell’ospedale il giorno in cui siamo stati dimessi, io e il piccino.

E l’acqua, attraverso i finestroni sovrastanti, che di solito è una visione generale del paesaggio e suono soprattutto, si è fatta cosa che intorbida lo sguardo, la visione accelerata della gente che cerca riparo nella strada, gli ombrelli che esplodono in colore e trasparenze tutto a un tratto, all’entrata frettolosa in un negozio, alla fine delle scale che inaugurano la conclusione della casa e l’inizio della via. Testimoni indifferenti sono un giardinetto dove le altalene stanno ferme, un panda consumato che non ospita bambini sul suo dorso.

Guardo su, verso i finestroni, sussurro al bimbo che suo papà sta arrivando, che odia gli ombrelli quindi certamente non lo ha portato appresso e sarà ora a comprarlo in un kombini vicino alla stazione. E la pioggia, oltre il tetto trasparente, è maestosa. È il cielo tutto. Che lo vedi e già scompare dentro gli occhietti tondi, allungati delle gocce. Le pupille ovali che si sformano sul vetro.

「ざあざあ」 zaa zaa.

È questo il suono dell’acqua in giapponese che quando cade spezza l’aria, mettendola da parte. Non c’è più spazio che per lei.

「ざあざあ」 zaa zaa è il suono della pioggia battente.
Di「雨」/ame/ che è la “pioggia” e, con diversa intonazione, è anche 「飴」 /ame/  la “caramella”.

「ざあざあ」 zaa zaa è anche il suono di disturbo, un canale televisivo che nella notte non trasmette che il bianco e nero d’una schermata instabile, quella nuvola d’insetti che ronza, il disturbato di altoparlanti. Le interferenze radio, il continuo sottofondo, quelli che la nostra lingua definisce anche “disturbi parassiti”.

 E mentre dentro raccolgo nei palmi gli ultimi ricordi di questi giorni all’ospedale, il parto, le cure dolci delle ostetriche, i pasti deliziosi, la voce del bimbo che imparo a distinguere da quelle degli altri neonati, Sousuke che incontra per la prima volta il fratello e gli accarezza il testino, e mentre me li metto in tasca e me li schiaccio sul cuore come una toppa per ferite da venire, fuori il cielo fa ancora 「ざあざあ」 zaa zaa.

Ma poi dopo un tempo incalcolato, esso tace nuovamente, come il singhiozzo che si placa all’improvviso, senza accorgimenti, senza rendersene conto.
E allora, nell’onomatopea giapponese, subentra un nuovo suono, quello che indica poche gocce, la grandezza di pois, l‘intervallo tra cose di piccola dimensione, dei puntini.

 È 「ぽつぽつ」 potsu potsu ed è anche il “poco a poco” quando ad esempio si dipana una storia e se ne raccontano i dettagli con una certa avarizia, il “qui e là” di cose sparpagliate su una distesa assai più ampia, persone, case che allo sguardo appaiano come dei semplici puntini.

Ma poi ecco che la pioggia riprende in un andirivieni, che fa seguire a 「ざあざあ」  zaa zaa 「ぽつぽつ」 potsu potsu, 「ざあざあ」  zaa zaa e 「ぽつぽつ」 potsu potsu.
Il taxi arriva infine a prelevarci per portarci verso la nuova vita.

Quando siamo giunti ormai sotto casa, il suono si interrompe .
Il temporale è già finito.

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** In fotografia tavole della interpretazione grafica della fiaba di Hans Christian Andersen La Sirenetta ad opera di Yayoi Kusama, eclettica artista giapponese che dei puntini ha fatto il suo segno distintivo.