Mottainai o del tempo perso

  Ci si sente vecchi già a vent’anni e poi a trenta, ci si sente sorpassati a quaranta e poi a cinquanta. Questa apprensione non si spegne neppure a sessanta, quando ci si aspetta che l’età ormai abbia insegnato quanto inutile sia ostacolarsi, privarsi della gioia di tentare.
DSC00862Più si va avanti più il coraggio viene meno, come se il passato fosse sempre più importante del presente e pesasse, tale e quale a una zavorra. Ci si aspetta costantemente di essere in linea con i tempi altrui, quelli “giusti”, quelli standard, senza avvedersi dell’errore.
Me lo sussurro piano, aprendo la serranda la mattina, mentre bollisco l’acqua per il caffè di Ryosuke o alzo il viso dal lavandino, guardandomi allo specchio.

Penso alla mia vita fino a qui e mi accorgo d’essere stata rapidissima per certe cose, lenta e ancora in cammino per altre. Rinsavisco solo dicendomi che non esiste un tempo giusto per qualcosa e che, per quanto a parole si conceda al singolo la specificità – la libertà d’essere se stesso – a conti fatti siamo i primi a vederci costretti in una griglia, a rispondere ad una media. Si può arrivare al traguardo anche “in ritardo”, col fiatone o pelo pelo, ma lo si farà con un bagaglio di esperienze tali da accelerare processi che prima non sarebbero stati neppure concepibili.

               

Tempo fa, alla tv, vidi una pubblicità progresso tutta elaborata in animazione, e realizzata in collaborazione con la NHK, la televisione pubblica giapponese. Si succedevano sullo schermo giovani uomini e donne, sullo sfondo di scene quotidiane, stanchi e scoraggiati in mezzo alla folla ondeggiante di un treno o a terra in una posa sconfitta, nella pausa dal lavoro in un kombini, ragazzi colti nel momento prima di cadere, di precipitare nel lunghissimo istante in cui si decide di mollare.

Poi sopraggiungeva un accenno di coraggio, una voce infinitamente comprensiva che incitava a non darsi per vinti. Che non era troppo tardi. Ed ecco il sollievo gonfiarsi in cavalloni e diventare spinta al cambiamento, l’espressione MOTTAINAI a decriptare il senso di una giornata.

DSC00839Ne accennavo brevemente la volta scorsa, delle tante sfumature di「もったいない」 /mottainai/.

Natsume Sōseki in Guanciale d’erba, lo pronunciò rivolgendosi al monaco che, tenendo chiusi gli shōji, copriva la vista di uno splendido paesaggio.
「これはいい景色。和尚さん、障子をしめているのはもったいないじゃありませんか」
“Che incantevole panorama, Maestro. Non era un peccato starsene con gli shōji chiusi?” (trad. Antonietta Pastore)

Con il tempo il non essere all’altezza del valore di qualcosa, si è evoluto in un nuovo /mottainai/. È il “non usare a sufficienza”, non mangiare tutto e gettar via ciò che rimane, sprecare denaro per qualcosa.

「こんなお皿にお金を使うのはもったいない」 “è uno spreco comprare (usare denaro) per un simile piatto”

È quando qualcosa che si può ancora usare viene gettato anzitempo, quando non si adopera al meglio qualcos’altro, che sia un oggetto materiale come il denaro o una cosa astratta come il tempo. Mi sembra anzi che questa espressione breve ed incisiva restituisca fisicità a ciò che corpo non possiede.

DSC00921Nel 2005, alle Nazioni Unite, l’ambientalista kenyana Wangari Maathai lodò così entusiasticamente il giapponese “mottainai” tanto da farne uno slogan e da farlo diventare conosciuto internazionalmente.

Il significato dei tanti che però prediligo è proprio quello dello spot: “Che spreco darsi per vinti!”.
Sembra nesssuno più si accorga oggi che riuscire al primo tentativo è una rarità. Più frequente è invece giungere al successo, di qualunque successo poi si tratti, lentamente, attraversando fasi invisibili e per gradi.

Mi sento immobile talvolta, come se tutti gli sforzi di una settimana o di un mese non mi avessero portato null’altro che stanchezza, come se l’obiettivo rimanesse alla medesima distanza. Eppure, nonostante quelle lunghe zone d’ombra, eccomi arrivare all’ultimo capitolo del romanzo, all’articolo pronto per la pubblicazione. I risultati arrivano di botto, come fuochi d’artificio.
Lo dimentico ogni volta e ogni volta me lo ripeto, che per arrivare al dieci serve l’uno e il due, il tre ed anche il quattro. Può capitare di saltare un cinque o forse un sei, ma allora il sette sarà più faticoso, servirà più tempo per raggiungerlo. E ancora più tempo per convincersi d’averlo.
La gradualità rassicura, ma non è semplice sopportarne la lentezza. Eppure serve e non la si può evitare.

DSC00903L’importante è non fissarsi sull’età, sui tempi, su quello che fanno gli altri intorno a sè, su come si “dovrebbe essere” e non si è ancora.

E se lo si fa, sbagliando, è bene ricordarsi quella frase breve ed incisiva: “Mottainai”.


Dire grazie e dire scusa

Giorni fa ero in attesa al semaforo, ostinatamente rosso e prolungato, nonostante la fretta, nonostante la pioggia che cadeva lieve ma insistente. Quella pioggerellina ostile che ti bagna e ti rallenta, ma senza accollarsi più responsabilità di così.

Avevo Sousuke nel marsupio, imbambolato dal freddo tornato all’improvviso nella notte. Ancora poco e saremmo giunti nella seconda cuccia, l’asilo dove, già da un paio di settimane, è iniziato un inserimento dolce dolce. Stretto contro il petto, all’incrocio, con due borse gonfie nel cestino della bici, una per le mie scritture ed una per la sua mattina breve, d’un tratto ho sentito un tocco lieve sulla spalla.

FullSizeRenderMi sono voltata, con la paura d’aver lasciato cadere qualche cosa, una mano che raccoglie come briciole gli oggetti che scivolano fuori da una tasca, oltre il bordo di una borsa. Era una anziana signora, con occhiali larghi dalla montatura corallo, imbacuccata in vari strati per ripararsi dal vento che faceva le bizze. Un gesto rapido del braccio ed eccoci tutti e due, Sousuke ed io, sotto la corolla del suo ombrello.

Ci porgeva il suo riparo, ci cedeva la sensazione bella d’essere all’asciutto nella pioggia.

 L’ho ringraziata, un po’ commossa.

“Ha freddo? Sta così buono” ha replicato sorridendo. E subito s’è affrettata a spiegarmi il gesto, come spalancando un finestra per mostrami un paesaggio, come vi fosse bisogno d’una giustificazione per essere gentili. Ma in Giappone serve spesso un buon motivo per rompere la distanza che qui è la base del rispetto, una doppia protezione per sè e per quello che dell’altro non si sa. “Sa, ho un nipote anch’io, sono una nonna. Ma purtroppo è lontano”

DSC06734 - コピーLe ho chiesto quanto spesso lo vedesse. “Quattro volte in un anno” ha risposto.

“Ma domenica prossima vengono a trovarmi” ha aggiunto subito raggiante.

“Un maschietto o una femminuccia?”

“Una bambina, di un anno e mezzo”

Poi è scattato il semaforo e il discorso si è interrotto. Il nuovo nipote che sta per arrivare è rimasto lì, in punta di lingua, la gioia solo apparecchiata. Ma le vite fuggono via rapide all’incrocio delle strade, si intersecano nei pochi metri di un pezzo di città, è un miracolo, è un attimo di pausa e subito ripartono veloci.

Grazie, grazie mille. Grazie tante. Grazie veramente.

Ogni lingua tiene un gran numero di frasi fisse tra le mani, si diverte a osservarne i mutamenti allo stesso modo in cui guarderebbe una creatura che evolve nei decenni, adattandosi a sopravvivere a un nuovo ambiente. Prima pinne e coda, poi gambe ed arti prensili, schiena dritta e linguaggio più complesso.

DSC06748 - コピー (2)Pensavo questi giorni alle tante sfumature di 「もったいない」/mottainai/, che sbuca nel parlato giapponese, a volte profondendosi in inchini, altre esortando alla sobrietà, altre ancora suggerendo mite di accorgersi del disequilibrio tra gli oggetti o i sentimenti, oppure spronando vigorosa a mettere riparo ad un errore.

Nasce originariamente proprio da un sentimento di riconoscenza, enfatizzato nell’abbassare chi parla. Una accezione vicina al 「申し訳ないくらい」 /moushiwakenai kurai/ , letteralmente “tanto da dover chiedere scusa”.

Ed allora:「もったいない言葉をいただく」 /mottainai kotoba wo itadaku/ ovvero “ricevere parole di cui non ci si sente degni”, magnifiche parole, lusinghiere.

DSC07520È un grazie che, come quasi sempre accade nella lingua giapponese, si mischia al sentimento del perdono, perchè questo popolo è consapevole di come spesso ciò che si riceve, sottrae qualcosa a chi lo dà.

“Grazie” e “Scusa” sono due espressioni che nel Sol Levante si tengono per mano.

Donare è rinunciare, farlo bene è non far intuire all’altro l’eventuale privazione. Il compito di chi riceve, invece, è non dare il ricevuto per scontato, operando piuttosto un esercizio di immaginazione che lo metta nei panni di chi dà e che, per quanto elegantemente lo celi, a qualcosa ha effettivamente rinunciato.

DSC06877 - コピーAl di là del sentimento di gioia che si può provare nel far del bene a un altro, concedere un favore è indubbiamente privarsi di un piacere o di una comodità, che sia dar la precedenza ad altri su una stretta via, spostarsi per lasciar passare una bicicletta, acquistare un dono, cedere tempo per ascoltare le ansie di un amico, preparare una pietanza a mano. Offrire il riparo del proprio ombrello ad altri, finendo per bagnarsi.

Amo il grazie che sempre si inchina in questa lingua.

Non è solo 「ありがとう」  /arigatō/ , 「ありがとうございます」/arigatō gozaimasu/, 「感謝しています」/kansha shiteimasu/ (le sono riconoscente)  ma è anche 「すみません」/sumimasen/ ,「申し訳ありません」/mōshiwake arimasen/, poi c’è 「どうも」/dōmo/ privato dell’arigatō che spesso segue.
Ed è giusto così, che una parola importante come “grazie” non cresca solo di intensità nell’aggiunta di “davvero, molto, mille”, ma che sveli i suoi tanti sentimenti.

Da quando è nato Sousuke scelgo del grazie soprattutto le sfumature del perdono, il sumimasen e moushiwake arimasen e, in genere, pronuncio queste frasi con una frequenza superiore. Sia perchè la dolcezza che manifesta la gente per questo bimbo esuberante è tanta, ed ho molto di cui essere grata, sia perchè effettivamente far quadrare ogni pezzo della catena di montaggio che è l’allevare una creatura è  complicato, richiede ingegno, richiede negli altri una clemenza, una tolleranza, una flessibilità che di ovvio non hanno proprio nulla. D’un tratto ciò che non si può controllare supera di molto quel che invece è stabilito e non si muove. Quindi grazie, ma anche scusi, scusa, scusate.

DSC07535Il kanji di /arigatō/ del resto lo racconta. È 「有難う」, in cui c’è 「有る」 /aru/ che è “essere/esistere” e  「難い」 che è /katai/ ovvero “difficile”. Pertanto si ringrazia considerando la difficoltà dell’esserci di qualcosa, del ricevere un favore, un gesto di gentilezza che non deve essere accolto come ovvio.

*La bellissima illustrazione è come sempre ad opera di Liana Lenge~❤


「音」 o la voce delle cose

Il mondo è pieno di rumori.

DSC00599Sousuke ne gusta le varianti, sperimenta l’incontro tra le cose, il suono che producono a scontrarsi, a strusciare l’una sull’altra, a graffiarsi. Sbatte il ciuccio sui giocattoli, le manine sulle superfici (tavoli, vetrate, corpi) e stringe nel palmo tutto ciò che gli capita a tiro. Mette alla prova la consistenza delle cose, si stupisce, assorbe, impara e poi rilascia. Ogni prima cosa si esaurisce per lasciar spazio ad una seconda, ad una terza. Ad un’altra.

Con il tempo, nel linguaggio ogni cosa si andrà limitando, una gamma di colori si farà solo “azzurra” o “blu”. Il “bianco” raccoglierà nel pugno decine di toni differenti. Un suono somiglierà sempre ad un altro. Nulla starà lì solo per se stesso, vi sarà bisogno di spiegarlo e così paragonarlo, ridurlo a qualcosa che si conosce già, qualcosa di inevitabilmente diverso. La meraviglia sarà chiusa tra le quattro vocali e consonanti di una parola sola.

Cresce la sua capacità di relazionarsi al mondo e insieme diminuisce, in ogni conquista, anche la capacità di cogliere il diverso, ciò che non è compreso nel linguaggio. È la regola del nostro mondo, la condizione prima della comunicazione. Qualcosa che, nonostante la sua normalità, mi impressiona profondamente.

D’altra parte anch’io, con la nascita di Sousuke, apprendo un nuovo modo di relazionarmi all’universo quotidiano: mi guadagno il tempo col silenzio.

DSC00611Il mondo torna a stupirmi dei suoi suoni. Una bottiglia d’acqua che può rilasciarne di simili a uno scoppio, il fruscio sommesso delle vesti quando mi muovo per la stanza, il clangore delle pentole mentre cucino, lo scroscio dell’acqua nel lavandino, il cigolio d’una porta e il sibilo del vento, il semplice colpire e sfregare delle piante nude sul parquet.
Ogni rumore è un possibile nemico del sonno di mio figlio, ogni movimento può causare la fine del mio tempo privato.

È quello in cui concludo il romanzo, che cresce adulto e si evolve anch’esso come un figlio. Ed è particolarmente vero adesso, perchè questo libro – che miracolosamente è già sotto contratto prima ancora d’esser terminato – è nato qualche mese prima di scoprire d’essere incinta, ha iniziato a prender forma quando Sousuke era nella mia pancia, ha subìto una brusca deviazione quando lui è venuto al mondo, è tornato sui suoi passi dopo i primi tre mesi di vita del bambino, ed ora, con le sue metaforiche gambette, si dirige con decisione verso la fine.

DSC00676È anche quello della tesi di dottorato, che ha tardato troppo, e a dicembre passerà infine in nuove mani. Va nutrito ogni giorno di letture, di scritture. Ne intendo fare, tempo permettendo, una cosa che rimanga. Qualcosa che apra nuove strade ancora.

E in questi progetti grandi che mi gonfiano il cuore di una passione tutta personale, o anche solo nella preparazione di una cena o nella sistemazione di una stanza, il silenzio mi è alleato. Anche il gorgoglio di una pentola che bolle, il timbro mesto di una sveglia che avverte che la pasta è cotta, il gemito della spia del microonde che mi dice che il riso è scongelato, possono diventare nemici potenziali.

In giapponese 「音」 è il kanji del “suono”. Si legge /oto/ o /on/, /in/ e indica il rumore, ma si può leggere anche /ne/ ed in quel caso indica la “voce” dell’essere umano, quel suono che s’avvinghia stretto ai sentimenti.

DSC00589Così è la parola 「本音」 /honne/ che indica “la verità” la sincerità dei propri sentimenti. È il kanji di 「本当」 /hontou/ “vero”, 「本物」 /honmono/ “originale, autentico”, abbinato a quello del suono 「音」nell’accezione di /ne/, della voce intima dell’uomo.

「本音を吐く」/honne wo haku/ “rivelare il proprio sentire/ le proprie intenzioni”

「弱音を吐く」/yowane wo haku/ “ lamentarsi, dolersi, rinunciare, arrendersi”

Può essere /ne/ anche il canto di un usignolo, perchè porta rimembranze e smuove emozioni.

DSC00528Tutto ultimamente mi fa pensare ai suoni, ogni cosa torna alla sua origine uditiva. E, come sempre, nei kanji trovo anche risposta ai miei quesiti.

Ecco che cos’era questo mondo di cose che si affollavano intorno a noi, al sonno del bambino, ai nostri movimenti, ecco cos’era questa nuova attenzione ai rumori del corpo, della casa, della strada.

Era il modo che la vita aveva di confessare i propri sentimenti. Era la sua “voce”.

Spitsu, Robinson 


Di gennaio o del valore di insegnare

DSC09640 Gennaio è il primo mese. E l’ultimo in molte università.

 L’anno lo si coniuga a seconda del tracciato che si segue e così, per me, questo mese in cui le temperature si irrigidiscono, in cui la Cerimonia della Maggiore Età veste di sgargianti kimono le ventenni giapponesi e ogni cosa è la prima cosa (初詣、初・・・ in un gioco di inizio anno che elenca tutte le azioni che si compiono per  la prima volta), è la conclusione di un anno di lavoro che si inaugura in aprile con lo sbocciare dei ciliegi e sfocia nel termometro che segna – 1°C e, talvolta, nella neve.

 Ed ogni volta che qualcosa si conclude, rifletto sul valore di ciò che sto facendo. Mi accerto della fortuna che ho nel non provare vera fatica nel lavoro. Penso ai ragazzi. Penso al significato di insegnare.

 Prima degli esami, due a due, incontro gli studenti ed è occasione di parola, luogo seppur stretto e un poco angusto in cui raccontarsi. Scopro che c’è chi disegna manga, partecipa il martedì e il venerdì al club di fumetti dell’università, eppure vorrebbe diventare curatrice di musei. Chi mi mostra uno scatto che la ritrae in kimono per la festa dei vent’anni, accanto il volto fiero di suo padre e di sua madre. Chi gioca a football americano e spera di farne una carriera. Chi vuole diventare insegnante di scuola elementare. Chi sogna di fare il giro del mondo e di fermarsi in Italia. Che del nostro paese vede in primo piano il meglio che, della sua bellezza, sa inglobare e mitigare ogni asprezza.

DSC09661Esiste un termine orrendo, spesso sfruttato da chi parla di Giappone, ovvero “giappominchia” o, con diversa trascrizione, “jappominkia”. Al di là della superficialità d’un approccio alla cultura giapponese – che di per sè già non costituisce alcun reato – non vi è, mi sembra, altro disturbo se non quello di trovarsi di fronte ad un amore incondizionato per aspetti d’una cultura conosciuta in modo indubbiamente parziale e superficiale. Caratteristiche ideali che poi hanno naturalmente contagiato la visione tutta di quel luogo.

 Eppure, a meno che non si metta in moto quel fastidioso meccanismo secondo cui per amare qualcosa sia necessario disprezzarne un’altra (vedi il penoso e sterile confronto tra l’Italia e il Giappone, tra la realtà a sè più prossima e quella invece impalpabile e lontana), non trovo nell’amore frivolo un crimine. Semmai una debolezza o una limitazione.

DSC09619L’autodenigrazione, adorato vizio di noi italiani, e la denigrazione, altra faccia della medesima medaglia, le trovo invece decisamente deprecabili.

Chi vuole informarsi troverà sempre strada tra le pagine di un libro. Chi non vuole, resterà invece esattamente dove è, con desiderio nullo di spostarsi. Scelte, a mio parere. Non condivisibili per forza, ma scelte.

 Noto però frequentemente, e con stupore, una rabbia smisurata da parte di chi avverte nella propria conoscenza della materia (in questo caso quella giapponese) una superiorità tale da poter e dover giudicare chi ne ha anche solo poca meno. Che fa dell’aver appreso, un’arma da sfruttare in modo improprio. Eppure mi chiedo: è un argomento esauribile il Giappone? Quanto di personale c’è in ogni punto di vista su questo paese?

DSC09649E mi viene da pensare come insegnare, se si decide di farlo veramente, deve contenere in chi s’erge a maestro, l’eventualità di non essere ascoltato. Insegnare non è un’imposizione ma si nutre della scelta di chi impara.

 E se non si è disposti ad essere gentili, a relazionarsi con garbo e a smentire o confutare con delicatezza, ci si deve esimere dal dire. Che non è insegnare quello, ma schiacciare per imporre la (spesso poca) conoscenza che si ha.

Insegnare è un’altra cosa. E se lo si vuole fare, ci si deve ricordare di quanto si è faticato, di quanta gioia serva ad imparare.

Credo d’averlo appreso nella pratica, nella frequentazione quotidiana con l’ambiente universitario, sia in veste di docente che in quello di studente. In bilico tra i due ruoli, mi sono trovata ad imparare maggiormente da chi non usava violenza nel linguaggio, ad esercitare il potere della propria posizione. L’autorità intellettuale sfrutta toni pacati, è forte del proprio sapere. Non sente la necessità di gridare od insultare.

Insegnare ad imparare è la prima cosa, prima ancora del ripieno, dell’involto che ci si prepara a consegnare. È la sfoglia, la consistenza della pasta.

Imparare non è mai facile. É creare spazi in una mente già affollata da altre cose, da una vita quotidiana spesso assillata da urgenze e preoccupazioni. Serve gioia, serve gentilezza. Non bisogna mai causare umiliazione nè senso di inferiorità. Perchè lì si rischia di procurare una ferita e raramente si torna a toccare una zona offesa, dolorante.

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In giapponese si dice 「褒めて伸ばす」 /homete nobasu/ ovvero “far crescere lodando”. Non è quindi sgridando o punendo che si riesce a far sviluppare le capacità e l’intelletto di qualcuno, bensì evidenziandone i meriti e le abilità.

Ed è così, con questo amore ed apprezzamento  per chi si ha davanti, virtualmente o in carne ed ossa, che si dovrebbe donare quello che si sa.


Della caccia alle foglie e del ritorno degli dei

  Ecco che a Tokyo cala infine il freddo, come una presenza che scende a valle dalle montagne e modifica il paesaggio. Scenari di maniche lunghe e di cappotti, fiorire di sciarpe strette al collo e agitate nei suoi estremi come lingue al vento, brulicare di guanti che a breve inizieranno a cadere per le strade come semi, dimenticanze di chi va troppo di fretta e lascia dietro il calco delle proprie mani.
DSC09516In bicicletta i bimbi s’avvolgono in più strati e i volti, piano piano, si faranno semplici fessure nel pieno della stoffa. Sui volti in treno le mascherine coprono le bocche, vi si nascondono dietro liceali, giovani donne che non hanno avuto tempo di truccarsi.

  Precipita il freddo e cala come un pennello su tutte le città. Le foglie dei momiji, che tanto assomigliano a manine affilate di neonato, s’arrossano di colpo. Ma quanto è bello l’autunno giapponese!

 Cricchiano le foglie sotto ai piedi e la tentazione di saltarvi su, come nell’infanzia, per farle “suonare” si fa protagonista.
DSC09555Novembre in Giappone è il mese dei bimbi che crescono, dei tre, dei cinque e dei sette anni. Shichi-go-san e altre chiazze di colore per le strade. Sono i kimono sgargianti nei santuari, lo sguardo che, per vedere, ha bisogno di abbassarsi. La bellezza sboccia dalla terra, che siano arbusti o piedi di bambino, nulla cambia.

Nel Periodo Nara ed Heian le famiglie dell’aristocrazia, come per i ciliegi in primavera, si riunivano sotto il tramonto giallo, rosso e arancio dell’autunno, banchettavano e, al ritmo di 5 o 7 sillabe, scrivevano componimenti waka 「和歌」.

 Dal Periodo Edo tutti già andavano a “caccia” di momiji. Perchè come per la celebrata e rosea primavera c’è lo hanami 「花見」, così per l’autunno c’è il momiji kari 「もみじ狩り」 che è letteralmente il “cacciare”, l’ammirare le foglie rosse dell’autunno.

DSC06277 - コピーFoglie in dono, se ne fanno segnalibri, le si frigge nella farina e se ne fa tempura di colore rosso vivo, le si infila tra pagine di libri destinandole all’attesa e alla gioia di sorprendere, d’un rosso già più adulto, chi aprirà per caso un giorno quelle pagine.

C’è il kouyou 「紅葉」 che sembra uno ma nel kanji sono due. Kouyou 「葉」quando è rosso cremisi (e il pigmento che tramuta il verde è l’anthocyan), kouyou 葉」 quando il colore che domina è il giallo (e il salto è favorito dal carotenoid).

 Quando si ama qualcuno lo si accetta, e nell’accettarlo lo si approfondisce, si notano efelidi nascoste tra le imperfezioni della pelle, quel modo particolare di arricciare il labbro superiore, il tono animato della voce quando sta per salire vento di burrasca.

Accade anche con la conoscenza delle cose, lo scandagliare delle passioni. Così, in tutto questo fogliame che si sparge generoso prima in cielo e poi in terra, basta un po’ di interesse per distinguere nel rosso forme e sfumature differenti, separare lo Iroha-momiji dal Yama-momiji e dal Oo-momiji, il Nanakamado, Hazenoki dal Shitaurushi; nel giallo l’Ichou (che è anche simbolo di Tokyo) dalle foglie di Mizuki, di Mansaku e Tochinoki (vedi illustrazione).

無題

Ma novembre è anche il mese che vede il ritorno a casa degli dei. Perchè secondo l’antico calendario in Giappone a ottobre tutte le deità si recano a Shimane al Santuario di Izumo-taisha, una immensa riunione annuale che li vede insieme, in un confronto che anche gli uomini dovrebbero sempre rinnovare. È il  kami-okuri 「神おくり」.  E il primo di novembre tornano a casa, nel santuario dove sono amati e celebrati tutto l’anno. È il kami-mukae 「神むかえ」.

E allora si preparono mochi, un tipo particolare di riso. Ma soprattutto si dice, benvenuti.

Bentornati a casa!

お帰りなさい /okaerinasai/

♪ Enya, Echoes in Rain