Battezzare le cose

“L’uomo incomincia ad amare il giorno dopo aver detto ‘amo’.”

Vicktor Sklowskj

 

I bambini dell’età di Sousuke talvolta ti chiamano e poi non ti dicono nulla. Solo chiamarti li rallegra, sapere che ci sei, che rispondi al contatto. Che sempre, se ‘sempre’ è qualcosa che esiste, ci sarai.

«Mamma», sospende Sousuke.

Non vuole nulla, tranne quel sì di risposta. Sei qui, sei presente in questo mio piccolo mondo nuovo? Ci sono, ci sono, mi vedi? Ti vedo, sono felice che sei qui.

«Mama

«Dimmi ciccino!»

Ride poi si volta, pare in quella movenza cancellare con la gomma quel che era e stava per dire. Interrompe, solo per poter all’infinito ricominciare.

«Mamma?»

«Sì, Souchan, cosa c’è?»

Il linguaggio è ancora una scoperta. I bimbi assaporano letteralmente le parole, il gusto di emettere quel suono, la soddisfazione nel notare l’effetto di realtà che producono su un mondo che, fino ad allora, era stato tutto un ricevere e meno un dare, perlomeno non nella medesima forma.

Come accade a tutti i bilingui, anche Sousuke mescola le lingue, non avverte confine tra un linguaggio e un altro. Inizia tuttavia a capire che è con me che certe parole hanno effetto, che a volte – quando fingo giocando di non capire – a me sono altre le parole da dire.

Come scrive Sklowskj, che ho citato in esergo, si inizia ad amare dopo aver usato la parola ‘amo’.

Ho sempre creduto che a questo servano i libri, la conoscenza che conservano dentro, a dare un nome alle cose. Battezzarle in fondo significa questo, vederle per la prima volta, rendersi conto della loro esistenza. Una vita che, riconosciuta, si fa di un tratto popolata di cose, sentimenti che si declinano – una volta imparati nel generale – nel singolare di ognuno di noi. Cosa è il dolore in generale, cosa è il mio, cosa il mio in questo preciso momento. Cosa è la speranza, cosa la mia, cosa la speranza in questa determinata situazione.

Tuttavia in ogni lingua accade. Che certi spazi del mondo restino al buio, e che un’altra cultura li sappia invece mettere in luce. Esistono termini che riassumono ruoli e, in questa operazione, divaricano il loro senso.

Vedi la parola “nipote”, che in giapponese distingue il figlio di un fratello o di una sorella, differenziando il maschile dal femminile con un termine a testa, da quello che indica invece un diverso grado di parentela, il figlio o la figlia dei propri figli, nel punto di vista quindi dei nonni. Ma è pur vero che il nostro “nipote” ha sfumature belle di significato pur nell’unicità morfologica della parola: “nipote” diventa luogo affettivo abitato anche da bambini o ragazzi che ci sono idealmente parenti, in una scelta del cuore, benché nella pratica del sangue non lo siano. Io, per dire, sono e mi sento profondamente “nipote” di zia Antonietta, una delle amiche più care di mia madre.

Poi esistono parole che nella traduzione perdono di senso, che risultano innecessarie, gratuite. Come il nostro bel “invece”, che i giapponesi comprendono pure, ma non avvertono il benchè minimo bisogno di usare.

E formule poi come 「よろしくお願いします」/yoroshiku onegaishimasu/ che raccolgono la benevolenza dell’altro, stringono una relazione nel saluto, accomiatano formalmente, promettono un successivo contatto eccetera eccetera, oppure 「ごちそうさまでした」/gochisōsama deshita/ per cui si ringrazia del pasto ricevuto, sia che sia stato semplicemente buono, sia che qualcuno ce lo abbia offerto a casa sua o semplicemente pagato, o che, anche se non lo abbiamo particolarmente gradito, comunque funge da formula di saluto all’uscita da un ristorante.

E ancora il quadrato a doppia freccia composto dalle formule di saluto che in giapponese si spendono doppie – nell’enunciazione e nella risposta – quando si esce di casa o da un luogo cui si farà ritorno in un secondo momento, e nell’incontro che scioglie la separazione e riporta chi si era allontanato al luogo di partenza:
Ci ho sempre avvertito una porzione d’amore in questo scambio. La familiarità che cresce come una torta nel forno, lievitando tante più volte quei saluti ce li si scambia, a turno, praticando una sorta di gioco di carte.

⇒ いってきます~ /ittekimasu/ traducibile con un “Esco/Vado”
☞ いってらっしゃい~ /itterasshai/ quasi un “Buona giornata”, tendenzialmente un “buon qualunque cosa farai”
↺ ただいま~  /tadaima/ “Eccomi, sono tornato/Ciao, sono a casa”
☚ お帰り~  /okaerinasai/ “Bentornato”

Poi ecco un’altra parola di estrema bellezza come 「木漏れ日」 komorebi, che sta ad indicare la luce filtrata dalle ramaglie e dal fogliame che cade dall’alto. E’ composta dai kanji di “albero”, dal verbo “filtrare, gocciolare” e da /hi/ che qui sta a indicare il sole. Le macchie su un sentiero, la luce irregolare e tremolante dopo un temporale, quella spezzata da un arcobaleno.

E un’altra infinità.

Quest’anno sarò a Libri Come, lo splendido festival del libro a Roma, che si tiene a metà marzo. L’argomento è la felicità e per me, che della gioia ho fatto l’argomento di tre anni di vita e di scrittura, di una gioia complessa ma intensa, spesso capitata per vie traverse, immeritata nell’immediato ma radicata in quello che è ogni persona, sarà un ritrovarmi nei temi che ho accarezzato tanto a lungo.

Spero proprio in tanti verrete a incontrarmi.

Quando mi hanno domandato la traduzione del titolo del nuovo romanzo, ho fatto fatica. Come esprimere quel sentimento di gioia che si prova profondo, ma di cui si ha paura, quasi potesse sfuggire nel dichiararlo con chiarezza, tanta è la fragilità:『語りえぬよろこび』

Non oso dire la gioia

 

La gioia, in giapponese, come è? Che cosa significa, in fondo, nel passaggio di cultura?

Leggo, rileggo libri sull’argomento, in giapponese, in inglese, in italiano, mi preparo a spiegarla come essa si delinea nel Giappone del mio quotidiano e nella cultura occidentale che mi porto incisa addosso.

Cosa significa essere felici per un giapponese? Cosa ne distingue la sostanza da quella di un italiano? Lo scarto, se c’è, dove è collocato?

Ecco allora che, oltre ogni confine creato artificialmente da una lingua, gioia sa essere qualcosa di universale.

È anche ripetere un nome che non è proprio, eppure indica una sola persona nell’immaginario di chi lo pronuncia. Come, appunto, 「ママ」/mama/. Mamma.

Sousuke lo dice e, in una folla infinita, solo io sarei a girarmi e a replicare:

«Dimmi ciccino, che c’è?»


Della mediazione e dei treni giapponesi

Mi alzo due volte, con estrema fatica. Ma conosco quell’altra fatica, di tirarsi dietro una vita che oltretutto, non sempre si aggiusta ai ritmi del corpo ospitante. Il ricordo della gravidanza è recente, i segni li ritrovo nello specchio durante la doccia, nei lombi che paiono cartapesta.

L’azienda giapponese di messaggistica istantanea LINE si è inventata un’applicazione per permettere a chi è incinta e desidera sedersi, e a chi siede ed è disponibile a cedere il posto ma vorrebbe farlo con discrezione, senza sbracciarsi, di comunicare a bordo dei treni. Si inserisce la propria posizione nella carrozza, il sedile occupato, per dire il secondo dal fondo. Spiega tutto in dettaglio un servizio alla tv.

 «Mi vergogno a rivolgere la parola sul treno» confessa un giovane salaryman. «Vorrei cedere il posto, ma a volte è complicato»

 «Non mi piace dover attirare l’attenzione mostrando la pancia o il simbolino attaccato alla borsa» lamenta una donna con un bimbo piccolo in braccio.

 Nelle due gravidanze trascorse dal principio alla fine in Giappone è stato francamente difficile conciliare l’immagine di un popolo tanto garbato e generoso, con la mancanza pressoché totale di offerta del posto, neppure nelle aree riservate del convoglio.

 Ho cercato ragione nella percezione del treno, che per i giapponesi è il prolungamento della propria casa, e ogni orario è spesso studiato millimetricamente al fine di trascorrere una crociera serena, sedersi e recuperare un poco di sonno, concludere una bracciata di lavoro, l’estremo ripasso per l’esame del giorno. Possibile attenuante sta anche nel fatto che i treni sono tanti e a intervalli così ravvicinati che si può riuscire, a propria volta, a pianificare un viaggio che schivi gli orari di punta, il congestionamento di certe tratte. Tuttavia resta il fatto che il posto non viene ceduto. Che una donna incinta che si ritrova su un treno affollato, ha poche speranze di vedersi aprire uno spazio a sedere.

Ed ecco dove si inserisce, in questa fessura di indugio, nel tentennamento dell’intenzione irrealizzata, la applicazione del cellulare che segnala il treno su cui si salirà, il bisogno a seconda, la disponibilità.

Mi stupisco di come l’immediatezza di un «Prego, si segga» risulti di gestione complessa, di come il meglio di sé sia avvolto (fino quasi a risultare nascosto) da un ineffabile senso di vergogna.

Non sono solita dare giudizi, trovo molto più arricchente cercare i motivi, tanto più quando lontani da me e dal mio modo di agire. Difatti non giudicherò, il “bene” e “male” sono due concetti che da sempre sospetto.

 

Eppure confesso che, nella pratica, condividere dati al cellulare, ritrovarsi a fare un cenno di intesa basata su uno scambio già avvenuto in rete, esplicitare insomma l’intenzione in modo palese tramite un’applicazione, mi risulterebbe francamente più intimo di un estemporaneo gesto di gentilezza.

Mi pare si abbia bisogno di sempre più mediatori per esprimerci al meglio.

Tuttavia mi affascina l’avviluppata anima di chi ricopre di segni il proprio sentire, l’anima stretta stretta in una ragnatela di azioni che spostano altrove il fulcro dell’attenzione: a evitare il disturbo, l’imbarazzo, tutto quanto esula dal proprio controllo.

E mi domando se, nell’errore di credere meno intimo questo patto silente di desideri espressi in punta di dita, non scaturisca comunque la bella sorpresa di avvertire meno freddo il cappotto d’umanità che ci circonda.

Il mezzo e il fine. Machiavelli, nella complessità semplificata del suo Il principe, continua dopo cinquecento anni ad avere ragione.


Direzione – Molteplicità – Selezione

Certe mattine attraverso zone di periferia in cui gli edifici paiono prigioni, mura a contornare una via. E la gente sembra accasciarsi in avanti, raccolta e diminuita nella propria figura, mentre il treno sfreccia via. Paiono alberi in corsa, piegati dal vento in un inchino.

Seduta accanto al finestrino osservo tutta questa umanità, fuori e dentro al convoglio gonfio di gente, mentre dorme, riposa, legge o lavora, un’entità che ai miei occhi si sviluppa e procede in ogni direzione. Nata da uno stesso grappolo di individui, essa si è moltiplicata e continua a farlo, si perde nelle strade del pianeta, trova la propria forma di abitarlo.

 

«Se un milione di oggetti ci vengono addosso che cosa dobbiamo fare?»

«Un oggetto verde non è giallo. Una cosa lunga non è corta.»*

 

 1. 「方向」 DIREZIONE: Laura, dove vai?

 È spesso la scelta che mette in crisi, perché il mondo, quando i numeri sono troppi, si fatica a decifrarlo, e tutto è linea e nuova direzione.

 Libertà è poter scegliere. Eppure, avere davanti a sé tante vie che si snodano ugualmente luminose, efficaci può essere un dilemma. Libera, troppo libera a volte mi sento. Le scelte mi paralizzano, come se dal passo successivo dipendesse ogni altro che verrà.

E allora forse serve fare come Gandalf, lasciarsi conquistare da una rassicurazione elementare: «Quando sei in dubbio, Meriadoc, segui sempre il tuo naso.» (cit.)

Fuori dal treno tutto continua a scorrere rapido. E dietro una collina fitta d’alberi in muta, che dal verde brillante dell’estate s’abbandonano al rosso del fogliame, al marrone che nel mio immaginario è, più ancora del giallo e del rosso, da sempre quello dell’autunno.

E poi, ad un certo punto della storia che inizia ogni giorno che salgo sul treno e giungo a destinazione, il sole si spalma come marmellata di grano sulla città, e pare formarsi da zero, e di nuovo, al di là d’una larga pianura, un affossamento farcito di campi e la ferrovia e casupole basse.

Spunta il cratere del Monte Fuji ed è pura bellezza. Ispira gioia vederlo, la mattina all’alba, la sera al tramonto, e mi ritrovo in questo treno congestionato a emettere un respiro profondo, che pare voler ingurgitare tutta la vita che mi pulsa intorno.

 

“Mi sento inondato dalla sua molteplicità.” Confessa il discepolo al Maestro. *

 Alle possibilità, ci penso spesso.

Proprio ora che il sogno di una famiglia si è realizzato e quanto manca è piuttosto il tempo per stare dietro a me stessa.

«Ogni lasciata è persa», sussurra una voce dentro di me, ma «cercare di prendere troppo è perdere tutto», mormora un’altra.

Nel dilemma mi distraggo di nuovo.

Amo soprattutto questo di Tokyo, che mi istruisce ogni giorno sulla molteplicità, su quanti milioni di esseri umani stiano abitando lo stesso pezzo di storia. Aiuta a ridimensionarsi, a riportare tutte le ansie al grado zero della scrittura.

 

2. 「多様性」 /tayōsei/ ・MOLTEPLICITA’: Laura, quante cose ci sono nel mondo?

Tokyo insegna come in ogni fessura del mondo ci sia un’esistenza. E come quella esistenza sia alla ricerca del senso, e si domanda che farà, come farà, se ne vale la pena.

 Ecco me, per esempio, tre mesi nemmeno ed uscirà il nuovo romanzo. E nell’editing ancora strizzo le frasi, mi domando di ognuna l’intrinseca necessità, se un’altra parola, un ritmo diverso, non stiano meglio addosso a questi personaggi da cui, già lo sento, sarà doloroso separarsi. Perché li amo profondamente e raccontano tanto di quattro anni di vita. Mi rende ubriaca questa sensazione. Di poter scegliere il loro destino, quello soprattutto delle parole che li accompagneranno nel mondo.

 

«Maestro, come si fa a essere tutt’uno con la via?»

«Bisogna non essere tutt’uno.»

«Come si fa a non essere tutt’uno?»

«Ciò che ti ho detto deve bastarti a capirlo.»*

 

 Lo zen lo insegna, ad essere un tutt’uno e tuttavia ad accogliere la molteplicità in sé, senza lasciarsene scheggiare. L’ossessione dei numeri determina e influenza da sempre il pensiero dell’uomo in ogni cultura, la simbologia che contrappone l’uno al più. Miriamo costantemente ad una società di ampie scelte che tuttavia, quando troppe, confondono il percorso dell’individuo.

Energie sprecate a scegliere una sola penna in una cartoleria, un dolce davanti ad un banco gonfio di paste, un aggettivo, uno soltanto, che prenda per mano una parola nel libro, il carattere di un personaggio.

 

3. 「選択肢」 LA SELEZIONE> Laura, quale sceglierai?

E allora basta farsi domande. Tentare, perlomeno tentare di scoprire cosa si vuole davvero. Poi cosa si è disposti a fare per raggiungerlo. A fronte di un numero alto di desideri, bisogna sacrificare lì dove tempo, lì dove gli affetti che quel tempo conterranno.

La riduzione del “parco desideri” è alla base della valutazione delle possibilità di realizzazione. Forse la sfida è quella: a fronte della molteplicità scegliere una successione, operare una scelta che magari non elimini ma metta in fila le cose.

E allora famiglia, che è godersi le creature che è un attimo che si trasformano e non le vedrai più così. Ed editing del romanzo in uscita, e preparazione per le presentazioni, i festival, il seminario sulla maternità, appunti raccolti per gli altri libri che scriverai e che iniziano a farsi pressanti, le recensioni e le interviste per le belle testate con cui collabori da novembre, la traduzione che inizia e chissà cosa sarà.

Camminerò in questi mesi con una carovana alle spalle. Che sia allora gioiosa, traboccante di melodie, e gonne coloratissime e collane di vetruzzi e palline, una corona di margherite che profumano d’erba.

E poi fidarsi di sé. Soprattutto fidarsi di sé.

Perché di solito è la gioia a mostrare la via.

 

 

***Tutte le citazioni sono tratte da Il dito e la luna: racconti zen, haiku, kōan di Alejandro Jodorowsky. Ne troverete una recensione mercoledì prossimo su BookBlister, su cui, da questo mese tengo una rubrica in cui consiglio pubblicazioni dal e sul Giappone: si intitola INTERRUZIONI. E su Libreriamo, sempre da novembre, scrivo di nuove uscite e faccio interviste ad autori e traduttori.


A cosa serve la gioia

“Spinoza ci rivela una cosa molto semplice: la tristezza non rende mai intelligenti. «Essere tristi» significa «essere fottuti». Per questo i potenti hanno bisogno della tristezza degli assoggettati. Cultura e intelligenza non hanno mai tratto giovamento dall’angoscia. Finché avrete affetti tristi, state subendo l’azione di corpi o anime che non convengono con voi.”

Lo scriveva Gilles Deleuze, non uno qualsiasi, e aveva “fottutamente” ragione.

È per questo che provo sconcerto aprendo un giornale e constatando il gusto dei media per il macabro, per la notizia tragica sviscerata in tutti i suoi minimi dettagli. Come se la morte di un uomo non fosse abbastanza un orrore.

E ogni volta mi domando: esattamente da dove la si estrae l’energia di iniziare e concludere un giorno, ed io da lettrice che cosa posso fare leggendo, a parte pensare che il mondo fa schifo?
E a pensare che il mondo fa schifo non rischio piuttosto di entrare nell’apatia, nel concentrarmi su notizie lontane ignorando piuttosto quelle vicine? A mandare all’aria tutto quanto personalmente non mi riguarda perchè tanto… ?

Tutto questo dolore commercializzato a chi serve?

Penso a quanta voglia di vivere mi ha tolto oggi aprire un giornale sul web e scorrere, solo scorrere, le notizie. Serve la consapevolezza, non serve la pornografia della notizia che a nulla serve se non ad allargare di un poco di più la pupilla, come una droga.

È ad innamorarsi del mondo che vien voglia di proteggerlo infine. E non solo quello più prossimo, ma anche quello lontano, che la mano non tocca.

Un inno alla gioia. Ecco cosa servirebbe.

Ed è per la stessa ragione che il mio spazio si chiama “Giappone Mon Amour”.
Per l’informazione approfondita rimando sempre ai libri – che accusando spiegano però in profondità e non si limitano allo sfiato disilluso di chi in Giappone conduce magari una vita sotto le proprie aspettative, o di chi voleva appiccicare a questo paese l’idealismo d’una perfezione cui, per forza di ragioni e di buon senso, nessun paese potrà mai essere all’altezza-, mentre allo sfogo più becero di chi vuole insozzare del proprio malumore il mondo tutto, metto subito uno stop. E non si discute. Che questa è casa mia. E ci si puliscono i piedi prima di entrare. Lo penso forte, mentre vivo un tempo senza pause, mentre stringo questo amorosissimo neonato, cui del mondo voglio noti la bellezza e con essa si formi una solida corazza.

“La gioia, solo la gioia, ti difende. Corroborata da letture. Intelligente. Sì, serve inseguire una gioia intelligente

“Non farti convincere mai a vedere tutto nero, a buttare fango su chi è diverso da te. E resisti, resisti soprattutto alla tentazione di odiare chi è migliore di te o semplicemente riesce meglio”

Un “hater”, in fondo, nasce così.

Questi ultimi tre mesi sono stati un costante anticipare nelle fessure di tempo. Il bentō per domani, il mio pranzo, il latte per il più piccino nella pausa tra le lezioni all’università, le pulizie frettolose. La mia vita personale tutta ammassata ai margini.

E in quel che resta del tempo si architetta altro anticipare irrisolto, perchè il prima s’è mangiato il dopo. E per l’ora non c’è niente da fare. È sempre già passato.

Sabati fa, dopo due anni andare dal parrucchiere, uno nuovo. Per pura distanza da casa. E trovare nella donna che ti spunta quintuple punte, una madre mancata, che troppo tardi si è rivolta a chi l’avrebbe potuta aiutare. Ed ora soffre, fuori tempo.

Quante vittime miete, in giro per il mondo, il “basta che ti rilassi ed arriva”?

Per questo ne parlo quando si presenta l’occasione. Anche a costo di risultare inopportuna, sconveniente. Dico sempre i miei bimbi da dove sono venuti, le procedure che sono alla radice della felicità.

Non c’è gioia senza radici, ed è giusto parlarne, anche della fatica. Perchè l’invidia cattiva spesso nasce dall’ignoranza del lavoro che c’è dietro il risultato, soprattutto il migliore. Gli haters del resto li si incontra soprattutto lì, quando la vita ha successo.

E allora dico a questa donna dal volto concentrato ed irrequieto che i miei capelli sono un disastro, che sono due anni che non li taglio, perchè è nato Sousuke e poi dopo un anno ho ripreso il percorso per giungere a dargli un fratello. E ancora le iniezioni, e ancora l’anestesia, e ancora piccoli buchi neri nello schermo, e. E.

Mi convinco che a parlare di me, apro la strada ad altre che non riescono a parlare di sè. E anche chi non è toccato dal problema, si sente dire però una volta di più che il “tanto basta che ti rilassi” è una frase velenosa e non va detta. Ed eviterà magari di porgerla ad altri, con quella leggerezza che dovrebbe esser permessa solo a chi sa soppesarne la segreta misura, la forza di attrazione che esercita su un cuore provato dalla fatica.

Quel che si è appreso va comunicato, spiegato. È l’eredità del mondo, tutto quello che siamo in potere di fare.

Ed infatti la parrucchiera mi dice che sono stata fortunata, che lei ha provato tanto ma ormai non c’è niente da fare, che è il tempo che le è mancato, l’età che ha superato il desiderio e l’ha lasciata indietro, che il marito non era molto disponibile, nonostante…

“Nonostante il grosso pende tutto su di noi” dico con troppa energia, combattiva come divento ogni volta che scopro un’unione che si scorda proprio là.

“Esatto” fa lei secca, lanciando un’occhiata obliqua al marito che traffica su un’altra testa, di là.

Le racconto allora delle procedure per l’adozione che avviammo nel settembre del 2014, un mese prima del transfer di Sousuke, dei fittissimi seminari seguiti vicino a Nakano, della visita al centro connesso all’ospedale pediatrico d’un grosso quartiere di Tokyo.

Annuisce, piacerebbe anche lei. Dovrà convincere il marito, dice, lui non è molto d’accordo.

A ricordare, parlando, mi torna allo scoperto quel pezzetto di vita condivisa con Ryosuke, dei bimbi incontrati, delle patologie di quelli abbandonati, di quelle causate a creature che nacquero sane ma subirono abusi. La memoria concretissima di quella piccina, soprattutto, appena entrata una stanza, che agitava convulsamente e costantemente la testa, fissata su una seggiolina perchè non si facesse del male: fu scossa con violenza da neonata ed ora si è guastata, come un orologio dalle lancette impazzite, come una cosa.

E l’intenzione di tornare un giorno su quel discorso, che ci tengo da morire. Qui, per raccontarlo, ma soprattutto nella pratica della mia esistenza.
E allora, quel giorno, avremo tre figli. Due miei e di Ryosuke, ed uno “nostro”, di tutti quanti noi, bimbi inclusi. Figli di scelte diverse. Una stessa famiglia.

Ci vorranno più soldi, una casa spaziosa. Un cuore solido. E fermo.

Mi preparo, inconsapevolmente, ogni giorno a quel giorno. Leggendo delle notizie solo quello che serve, salvaguardando l’energia che mi spinge alla vita. Proteggendo la gioia.

Proprio come dice Spinoza.


Yasashisa

Nel discorso sulla tenerezza, che tocca il sociale e il culturale, e che continuo partendo da una riflessione inaugurata altrove poco fa (qui), volgo uno sguardo centrato, più accurato, al Giappone, torno ai miei figli che sono metà una nazione e metà un’altra, nel pieno di un pianeta che si decide ancora oggi tanto più sul polso che sulla carezza.

「優しさ」/yasashisa/ è in giapponese la gentilezza, la dolcezza. Nel suo kanji mostra una persona che, con animo preoccupato, guarda dal margine, di lato. È la persona che si preoccupa di un’altra, partecipa alla sua vicenda. È questa la gentilezza.

 E tanti sono i nomi propri che desiderano abbracciare nel significato questo sentimento. La gentilezza, la tenerezza.

 Mi sono accorta negli anni come il giapponese, in un contesto internazionale, risulti spesso di primo acchito “carino, gentile” ma poco di più. L’occidentale ne ammira – senza alcun desiderio tuttavia di emularlo – il garbo, quella estrema cortesia che spesso lo diminuisce ai suoi occhi.

All’inizio è la timidezza a penalizzarlo, l’idea che se sa 70 è 50 che deve dichiarare. Per non rischiare d’essere superbo. Ed in Giappone effettivamente questo meccanismo funziona perché, per la stessa trama di motivi e sottintesi, chi sente dichiarare 50, tende a credere che l’altro sappia certamente di più, 70, forse anche di più. L’ammirazione scatta automatica, la “sopra-valutazione” dell’altro che è bilanciamento alla luce di uno sbilanciamento dichiarato.

 Ma d’altronde, in ogni altro contesto, che di questo codice invisibile è ignaro, le cose non vanno mai così.

È la forza piuttosto che convince l’europeo, l’americano. Tutto lo grida: è questa che amministra l’universo.

Ricordo i contatti nel campus universitario quando giunsi in Giappone ormai più di un decennio fa, i discorsi di amici, la leggerezza e la rapidità di giudizio del turista che incrociavo per caso.

Parevano loro bambini, una società calata nel primo tempo della vita. L’epoca d’oro, sgombra d’angosce, incantata dalle meravigliose sciocchezze che incantano i bimbi.

È facile fraintendere un giapponese, approfittarsi forse di lui, la prima volta perlomeno. “Infantile” viene talvolta giudicato da chi non ne conosce la cultura, per quel seguire un codice, per quel piegarsi al kawaii, per l’ampio tacere, per quella che viene valutata come “ingenuità”.
L’ho visto accadere così tante volte negli anni. Un occidentale parlare con un giapponese e non capirlo. Un giapponese parlare con un occidentale e rinunciare a farsi capire.

 È la dolcezza fraintesa, la tranquillità di base che, certo, è diffusa in diversa misura a seconda dei soggetti. Non tutti lo sono, mai sempre. Ma è il tono generale della cultura del Sol Levante, servirebbe una benda per ignorarlo.

La lingua giapponese del resto è piena di giochi e vibra di una splendida ironia. Tuttavia è povera di insulti, poco pratica in generale nella lordura dell’improperio quotidiano. Non conosce la bestemmia.

“Le divinità sono 8,000,000” mi risponde Ryosuke quando gli domando conferma. Ride: “E con chi te la prendi? Uno a caso?”

Spiego ai miei studenti che nella lingua italiana l’insulto ha un margine di scherzo più ampio che permea il sociale e determina la nostra cultura. La letteratura stessa ha spesso insulti nella sua trama, e parliamo di capolavori. Che insultare non è letterale e che nella ferocia non vi è per forza cattiva intenzione. Ci viene naturale la presa in giro, pare talvolta persino un collante nei rapporti.

Ma è vero che vince il più forte e chi grida di più si fa sentire. Che i dibattiti sono spesso gare a chi alza il volume e schiaccia con parole le parole dell’altro. Che molto si vince a braccio di ferro.

Al silenzio, all’accenno, in questa società appartata si demanda invece la rabbia, ci si spiega nel sentimento.

Semplicemente, mi dico, in una cultura in cui la voce resta bassa, non c’è bisogno di urlare a squarciagola per farsi sentire. Mentre in un ambiente dove chiunque si sente in diritto e in dovere di gridare, chi modula il tono ad un volume normale non sarà udito.

Eppure c’è nel Giappone una severità che quasi spaventa. Per la rottura di un certo protocollo, per la violazione di un codice che coinvolge l’onore o la correttezza non esiste perdono, e in questo, forse più che nell’urlo, va distribuita la maggiore cautela. Nel fatto che per certi errori non c’è via di ritorno.

Che il “tutti” vincerà sempre sul’ “io”.

Anche per questo motivo, so che scambiare la mitezza per stupidità o mancanza di lustro, è un errore.

 Non è sempre tenerezza, tanta è l’inflessibilità. Eppure, in via generale, c’è nel quotidiano un garbo che mi innamora e mi rivela una delle leggi che stanno alla base del rispetto che respiro in questo paese dell’alba, dell’inizio. Io che vengo dall’Occidente, che di nome, è il luogo che volge al tramonto.

 E allora scelgo di non avere paura della tenerezza di questo mio figlio che va in altalena, scelgo di guardarlo con fiducia mentre lo spingo in avanti e poi lo lascio cadere all’indietro, nel via vai tra due mondi tanto lontani. Decido di vedere il mio bimbo crescere e contenere ogni seme che evolverà.

In cosa, ancora, non so.

Dolcezza, sì, tenerezza e com-passione. Sono doti importanti.

Gli auguro di fare esperienza di ogni sentimento, imparare a individuarlo in sé, poi negli altri. Questo tenterò di insegnargli. A dire di no quando serve, anche quando spererebbe l’altro capisca senza dire, ma non capisce. E scoprirà che, a seconda del fianco di mondo in cui si troverà, sarà diverso.

È un mondo che cambia e si mischia. La dote più importante è la flessibilità, l’intelligenza che porta ad una integrazione, ad un adattarsi senza rinunciare a sé.

 Non smetterò tuttavia di sperare che il tono, in generale, si abbassi. Che inizi ad andare di moda la tenerezza, che il garbo sia la dote più apprezzata da tutti.

E così, quando tutti abbasseremo la voce, basterà sussurrare per sentirci.

Ed una carezza per dire tutto quello che resta.

Che essa non ha parola ma serve.

Serve più d’ogni altra speranza.