Laura Imai Messina

Il bello nel brutto

E’ un gioco imbattibile.
Quello di seguire la realtà, vedere cosa succede quando accade qualcosa di storto. Un piccolo incidente che scombina tutto.

In casa non trovo mai niente, impiego ogni volta buoni dieci minuti (nei casi più lieti) per recuperare il necessario e uscire. Talvolta persino rinuncio. E poi inciampo, rompo piatti per sbaglio, corro verso appuntamenti nel futuro di una settimana successiva o (per fortuna più di rado) precedente.

Eppure ogni volta che accade, aspetto. Aspetto a disperarmi perchè faccio il gioco del vedere cosa accade di inaspettatamente bello grazie a quello scardinamento dell’abitudine (tanto ossessiva in me).


Una volta un treno fermatosi per un semaforo guasto mi fece notare orme di gatto sulla facciata. Caduto un piatto, raccogliendo i pezzi, scoprii un cucchiaio amato sotto il frigorifero. In cerca di un vocabolario inghiottito dalla libreria ritrovai un lbro che avevo cercato disperatamente per giorni. Volato via un biglietto per strada, mi imbattei in questo bellissimo distributore automatico.

E così anche oggi che ho rovesciato il latte. Non ci ho pianto su. Ma ho finito la carta, sono andata a comprare la carta, e ho incontrato per caso per strada una persona che non vedevo da settimane. E sono stata felice di salutarla.

Il bello nel brutto. A guardarla bene, la vita va sempre così. ❤


Misuro la stanchezza

Misuro la stanchezza dal grado di benessere che provo nel sistemare la casa.
Più è ordinata, più interiormente sono disordinata.
Mi fisso sui dettagli, li lustro. Passo e ripasso la perfezione che resta lì, all’esterno.
In foto, la mia cuccia, per weekend sola in casa e nuvole fuori.

Intervista a Kawaguchi Toshikazu

Dalla copertina agli interni.
L’intervista che ho fatto a Kawaguchi Toshikazu si spande per Tutto Libri oggi.

Gioia immensa per un lavoro che ho amato tantissimo fare. ❤️

 


Il buio che crea la luce

C’è una zona di cecità nella luce più intensa.

In giapponese esiste un’espressione che intende, anzi che “vede” questo concetto. E’ 灯台下暗し “toudaimotokurashi” che si compone di tre parti.

La prima è il doppio kanji di 灯台, che intende oggi il faro, quello arroccato sulla costa o su un’isola ad avvertire nell’oscurità le navi della presenza della terra, ma che un tempo intendeva piuttosto il candeliere. Il secondo è il carattere di 下 sotto. Il terzo è 暗し l”oscurità.

Ed è così che in una successione di kanji, in una singola espressione, è possibile vedere l’idea.

L’idea di come avvicinarsi troppo alle cose, non sempre ce le mostra, bensì ce le cela.
E pare quasi un paradosso quest’immagine della luce che spiega tutto quando ha intorno e nasconde invece quanto ha sotto.

Vale la riflessione di un giorno.

(personalmente, sono a una settimana di riflessione)


Si finisce per diventare ciò che si guarda.

Si finisce per diventare ciò che si guarda.
L’occhio registra. Il corpo lo memorizza. La mente lo ripercorre anche senza averlo davanti.
È quando non serve intenzione che le cose diventano nostre. È quando qualcuno è gentile senza volerlo che è gentile davvero. Sincero perché fa parte di sé. Innamorato perché non ne può fare a meno.
La verità, mi pare, è distinta dall’intenzione.
E il Fuji è ormai parte di ogni ragionamento.
L’ho inseguito per anni tra i palazzi di Tōkyō. Mi arrampicavo su ponti, salivo grattacieli, individuavo zone collinari pur di vederlo.
E ora scendo in spiaggia. Cammino uno o due minuti, ed eccolo qui.
Splendido, maestoso e pacato, pur nella possibilità concreta di svegliarsi ed eruttare da un momento all’altro.
Proprio come credevano un tempo i giapponesi, una divinità.
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*Una fotografia scattata due giorni fa.