A che serve

Camminando lungo una stradina assai stretta, vedo due camioncini che procedono a passo d’uomo. Mi innervosisco, pensando di dover rallentare il passo e respirare il gas di scarico delle vetture.
Poi mi accorgo, sul fianco sinistro di una figura che procede lentissima, china. Un anziano, ingolfato nel suo cappotto, il cappello calato sulla piccola testa, il collo piegato verso il basso, cammina a fatica.

Alla piccola curva che si apre un metro più in là nella stradina, il primo camioncino allarga e manovra, e finalmente riesce a passare. Così fa quello seguente. La strada è sgombra, l’anziano continua indisturbato la sua impresa. Camminare, per quest’uomo, lo è.

Solo allora mi accorgo del silenzio che ha accompagnato la scena. La pazienza intelligente dei guidatori. Nessun colpo di clacson, nessuna parola.

Risolvere i problemi, in fondo, significa questo. Cercare una soluzione, attuarla. Sgridare l’altro non porta che rabbia.

E del resto qui il clacson non lo si suona né contro chi, come l’anziano di oggi, non lo fa certo apposta, né contro chi invece viola qualche regola.

Basta risolvere la questione. Solo quello conta.


«È bello vivere per­ché vivere è cominciare, sempre, a ogni istante»

Il primo lunedì del nuovo anno sono le decorazioni profumate di pino del Capodanno ai lati degli ingressi dei negozi e delle abitazioni, il passo svelto verso l’incrocio dove ci daremo appuntamento con Ryōsuke e i bambini. L’ultimo tratto di strada lo faremo insieme.

E camminando svelta, con il sole alle spalle, raggiungo una anziana che si volta a guardarmi. «La sua ombra, l’ho vista avvicinarsi velocemente» dice giustificando lo sbigottimento scritto sul volto. Il piccolo sussulto che ha avuto.

 È solo allora che noto come la mia ombra, in quel pezzo di asfalto, si fosse mescolata alla sua. Le sorrido. Potrei dire di più ma corredo il sorriso al sumimasen e con dolcezza riprendo il cammino. Sumimasen è una parola che non vuol dire poi molto ma che, per assurdo, è molto robusta nel senso. Ci sono parole così, che si piegano alla voce e al viso, parole in cui è il modo di porgerle che sta il significato.

«Mamma, cosa significa Capodanno?» mi domanda Sōsuke quando gli spiego che è per quello che oggi i saluti di tutti sono diversi.
La prima volta che ci si incontra dopo Capodanno, in giapponese infatti si dice: akemashite omedetou gozaimasu, kotoshimo yoroshiku onegai shimasu  あけましておめでとうございます。今年もよろしくお願いします。

«È l’inizio dell’anno». E toccandomi la testa, subito aggiungo «capo di anno».

«E l’anno cos’è?»

«È un inizio, uno dei tanti.»

Mentre lui corre davanti ricordo che anche questa mattina, davanti alla lavatrice, me la sono riportata alla mente, che l’ho fatto anche ieri scendendo dalla bilancia, che in fondo non ci sia giorno che io non mi ripeta costantemente la frase di Cesare Pavese, la stessa che ho  messo in bocca a Clara in Non oso dire la gioia.

 «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere per­ché vivere è cominciare, sempre, a ogni istante»

Pensarlo, effettivamente, mi aiuta a riprendere da capo, a non sentire il peso di ieri e degli errori che ho fatto.

Ogni giorno è possibile ricominciare.

 

 


Quel che affidiamo al vento

Manca così poco~❤

Dal 14 dicembre in prevendita ovunque.

 


感謝 o della riconoscenza per gli altri e per sé

Sei qui, in questa palestra, vestita di abiti pensati, disegnati, prodotti, consegnati, confezionati, venduti da altri.
Nutrita di cibo che in origine era altrove, anche molto lontano da te, piantato, annaffiato, raccolto, preparato, imballato da altri.
Seduta in un luogo che altri hanno progettato, costruito, per cui ci sono volute centinaia di materiali diversi, ognuno confluito da un pezzo diverso di mondo.

E ognuna di quelle persone ha una vita, che coinvolge tutte le altre.

Questo – mi ha insegnato Yuko mercoledì – è quel che si intende per kansha 感謝 la riconoscenza.

Mani giunte al petto e un inchino.
La solitudine è un sogno.
La realtà è una folla invisibile, di cui percepiamo solo l’io.

E poi c’è quell’altra riconoscenza.

Quella per il corpo che ti porta da un lato all’altro della tua vita. Che anche disprezzi, perchè non è mai come lo vuoi.
Che nonostante lo pretendi perfetto non gli dai le cose giuste con il quale nutrirlo. Non lo coccoli mai. Che non vuol dire rimpinzarlo di dolci, ma farlo riposare quando ne ha bisogno, farlo dormire, dargli le cose giuste da mangiare.

Se in questo anno di grande fatica e immense soddisfazioni lavorative ho capito qualcosa, è che serve mettere un palmo sull’altro e fare un inchino a se stessi.

Non solo dire grazie ma dirsi grazie.


La Notte dei Pupazzi in Biblioteca

Dopo mamma e papà, in casa nostra, viene l’Orso Loretto.

 L’orsetto bianco di stoffa, che prende il nome dalla nonna Loretta che glielo ha donato, è una figura centrale nella vita di Sōsuke, il mio bambino più grande.

Lo cura, lo porta sul futon quando è il momento di leggere le fiabe, talvolta lo infila nella maglietta a mo’ di marsupio. Lo ha pigiato nello zainetto prima di ogni viaggio e quando mima il gesto di nutrirsi pizzicando le immagini di cibi sparse sui libri illustrati, destina a lui sempre un boccone.

Attraverso l’Orso Loretto, Sōsuke ha capito cosa significasse allattare, come consolarsi della lontananza temporanea della madre. Gli attribuisce stati d’animo o condizioni fisiche che avverte su di sé o che vuole esplorare. Il mondo, mi pare, lo comprende meglio così.

 Per questo, quando ho scoperto che nella biblioteca di zona si sarebbe tenuto il nuigurumi-otomari-kai ぬいぐるみのお泊り会 ho voluto aderire immediatamente.

Si tratta di un’iniziativa che si svolge in Giappone dall’anno 2000 e che si dipana grosso modo così: i bambini ricevono a casa un invito cartaceo per portare il proprio pupazzo del cuore in biblioteca e lasciargli trascorrere la notte lì, insieme ad altri pupazzi.
Una volta accordato il permesso ai loro piccoli amici, i bambini li accompagnano all’ora stabilita in biblioteca e promettono di andarli a riprendere il giorno seguente.

Sarà allora, quando li riaccoglieranno tra le braccia, che riceveranno anche scatti che ritraggono i pupazzi impegnati nella lettura notturna insieme agli amici, al lavoro al banco prenotazioni, sotto una coperta a sonnecchiare, a nascondersi dietro gli scaffali all’approssimarsi di un adulto.
E sarà in quell’occasione che a ogni bambino sarà suggerito il titolo del libro che il pupazzo vorrebbe gli venisse letto proprio da lui.

 Una iniziativa, questa, che si dice sia nata nel 2007 in una biblioteca pubblica della Pennsylvania, e che ha trovato terreno fertile in Giappone dove le bambole, come tutte le cose più frequentate e amate dall’uomo, hanno un’anima.
Esistono Caffè per Pupazzi, Ospedali per Peluche, Viaggi a misura di Pupazzino. Tsukumogami付喪神è, del resto, una antichissima credenza della cultura giapponese che vuole che le cose che sopravvivono un centinaio d’anni diventino una sorta di deità, acquisiscano un’anima.
Migliaia di rotoli ukiyo-e li hanno ritratti nei secoli.

Il punto tuttavia non è (solamente) nei pupazzi, ma nel medium del libro illustrato come diffusore affettivo.

 Prendersi cura di qualcuno è del resto anche quello, dedicargli del tempo, immaginare – lì dove la parola non sia un praticabile mezzo – cosa gli piace.

 Spiegare pagine e storie, anche in silenzio, tenere aperto un libro all’altezza di un volto, sostenerne il peso.

 I bambini imparano, di un grado di più, cosa sia l’amore.

 Oltretutto pare che l’iniziativa di nuigurumi-otomari-kai abbia un effetto positivo sull’incentivazione alla lettura, come testimonia uno studio di Ōzaki Yoshihiro dell’Università di Okayama, che ha voluto verificare, attraverso una serie di esperimenti, l’efficacia di questo sistema su un gruppo di 42 bambini in età prescolare, riuscendo in tal modo ad attribuire all’iniziativa evidenza scientifica.

Certo, come dimostra il ricercatore, bisogna insistere, rinnovare il ricordo dell’esperienza affinché i bimbi continuino a leggere ai pupazzi le storie Che un’esperienza lava le mani ad un’altra (dopo tre giorni, scrive, la percentuale di piccoli che prende in mano i libri illustrati diminuisce).
E tuttavia, quando poi il ricordo si sedimenta, è – in qualche modo, e qualsiasi forma andrà assumendo – per sempre.

 Oltretutto, allargando di un poco il discorso, mi viene da pensare che forse sta qui una delle tante magie del Giappone, non solo nella sua capacità di accogliere il meglio del mondo nello spirito di wa 和 (l’armonizzazione nella mescolanza) e di portarlo all’eccellenza, ma anche nel saper prendere con il massimo della serietà cose che appaiono invece della minima importanza.

Di attribuire dignità accademica anche a cose tenere e innocue come a un gruppo di bimbi che conducono i loro pupazzi in biblioteca per trascorrervi la notte.

 

*** Le immagini sono tratte da qui, qui e qui