日記 o di un 20 maggio in Giappone

I luoghi sono ovvi. Tutto quanto di cui non conosciamo la storia e i trascorsi lo è.
L’aeroporto di Narita è la zip da cui si spalanca al turista il Giappone, così lo fu anche per me.
Ne attesto l’esistenza come di uno dei tanti non-luoghi della terra, quei posti che hanno più o meno la stessa faccia in tutti gli altri paesi del pianeta, quella dell’efficienza, dell’uso, della praticità.

La sua anima non importa a nessuno.
A un aeroporto non è richiesta

Narita tuttavia è anche il cartello appeso all’ingresso della zona di sbarco con su scritto「お帰りなさい」 “bentornati”, formula che recita in giapponese la percezione precisa di una cultura in cui, chi vi fa parte, si sente costantemente riaccolto. Riconosciuto, riconoscente.

Benvenuti? No, bentornati.

Risale proprio al 20 maggio del 1978 l’inaugurazione dell’aeroporto di Narita, terreno di lotta tra i contadini che abitavano e lavoravano quella terra che di diritto gli apparteneva e il governo che li espropriò, per costruirvi il fiore all’occhiello della città, il collegamento di Tokyo col cielo, uno dei cancelli del Mondo con il Sol Levante.

È questo lo scherzo della storia. Che se non la conosci, semplicemente non c’è.

E tuttavia Narita, ora placida realtà assestata, fu allora teatro di un drammatico e per certi versi ignobile scontro tra forze di polizia e contadini resistenti, cui si unirono giovani studenti che abbracciarono la causa, perché la ritennero giusta. Erano gli anni 60. No, anzi, per spiegare meglio serve esser precisi: erano sette anni dopo, subito otto. Il ’68.

Il risultato di quello strenuo braccio di ferro attuato nella prefettura di Chiba, fu che il progetto iniziale dell’aeroporto si ridusse di un quarto e ci vollero ben 12 anni perché venisse ultimato. Tempi che nell’efficientissimo Giappone corrispondono a un “imperdonabile infinito”.

E se la maggior parte dei resistenti di allora è molto anziana o già scomparsa per motivi di età, a Narita, come scrive Paolo Brogi nell’introduzione al suo ’68 Ce n’est qu’un début… – Storie di un mondo in rivolta (Imprimatur, 2017), si sono create coppie formate da studenti e giovani contadine.
E dallo scempio delle angurie spaccate dalla polizia – che voleva a tutti i costi cacciare via quella gente dai propri campi, una immagine che rese celebre la resistenza degli agricoltori e l’irrispettosa violenza della polizia -, dalla “grande battaglia dei cocomeri di Sanrizuka”, sono nate nuove famiglie[1].

 La prossima volta che si partirà o ripartirà da e verso Narita, granelli di polvere nel traffico giornaliero di quasi 100,000 persone, sarebbe bello ricordare che la Storia è passata anche di là. E che una volta vi crescevano splendide angurie.

.

令和元年 五月二十日 Anniversario dell’inaugurazione dell’aeroporto di Narita 

.

[1] Brogi, Paolo, ’68 Ce n’est qu’un début… – Storie di un mondo in rivolta, Imprimatur, Reggio Emilia, 2017, pos. 104


Reiwa o del mantenere il coraggio di andare a tentoni

 È iniziata la nuova era. Nel modo dolce delle vacanze, piovigginando, lasciando sgombri i convogli nell’alba, gonfiandoli di gente nel giorno, puntellato di gite, quaderni di bambini delle elementari su cui apporre timbri a ogni stazione, cinema e acquari, musei dove osservare la vita spremuta, qualunque; e poi bandiere esibite sulla veranda, un tondo scarlatto su sfondo bianco, e un febbrile apri e scendi di scale nell’ora di punta del turismo, che non è più quella dei pendolari, ma più avanti, nella mattinata di partenza e nella sera del ritorno, e biglietti di accesso a qualunque cosa a sua volta si apra e si chiuda e abbia un orario e una guida.

Coincide con la Settimana d’Oro in cui ogni data di questa settimana tramutata in dieci giorni brilla di una ricorrenza. Per ognuna un motivo di festa.

Incrociando gli impegni delle varie università in cui lavoro, solo tre giorni dei dieci ho finito per avere lezione e, sinceramente, non mi sono pesati per nulla. Forse è proprio lo stacco, il lavoro nella vacanza, la vacanza nel lavoro a restituire la giusta dimensione di entrambi.

E potersi svegliare un poco più tardi, certi di non trovare sulla banchina quella ressa ordinata pronta a scattare all’approssimarsi del treno, l’apertura sempre sorprendente delle porte, restituisce una calma inaudita, ancora più dolce.

La placidità di questo paesaggio fuori dal finestrino del treno, in cui taglio un lungo pezzo di Tokyo in diagonale, mi infilo nel ventre del Kanagawa e passo dalle montagne al cemento, da casette di non più di due piani a grattacieli di decine di uffici e appartamenti, impilati come ciotole gli uni sugli altri, me lo conferma.

Trovo bellissimo che, in questi giorni di doppia, tripla, quadrupla festa, l’inaugurarsi della nuova era sia salutato dalle carpe di stoffa che cavalcano il vento della prima settimana di maggio. Il 5 maggio è il giorno dei bambini, un tempo solo dei maschi, oggi anche delle femmine (cui tuttavia resta dedicato in esclusiva la Festa delle Bambine il 3 di marzo).

Sono loro Reiwa, sono loro la nuova epoca attiva di questo Giappone che va velocissimo nel lavoro, ma lento nel mutamento. Ed è una garanzia. Tutto quanto va di fretta rischia d’essere errato.

Pare un film muto, commentava a proposito della cerimonia di insediamento del nuovo imperatore del Giappone un giornalista italiano, in uno dei tanti articoli che trovo postati sulle pagine dei miei contatti. Li apro sempre con un parco timore, di ritrovarvi giudizi distorti, frettolosi tiri di somme, e alla morra cinese e bim bum bam e chissà cosa ne viene fuori.

Un film muto. Espressione usata senza malizia. Ma tant’è.
Eppure come dice una mia carissima amica, le cose migliori covano nel silenzio. E nel silenzio si schiuderanno.

L’Occidente richiede uno sfondamento del vecchio, come se il passato, quell’odore del prima, puzzi di stantio, come se rimanere un passo indietro si traduca in un’attitudine da “perdenti”.

E invece la tradizione rallenta, ti pone la stessa domanda ogni volta: “dove stai andando è esattamente dove vuoi andare?” e rassicura “hai tempo per fare un passo indietro, non ti supererò, veglio sui tuoi passi, tu mantieni il coraggio di andare a tentoni”.

Una nota soltanto prima di chiudere questo discorso.

Con il disastro del Tōhoku, la famiglia imperiale si è posta con quell’atteggiamento dignitoso, compassionevole che le è proprio, accanto alla gente, e la gente le ha restituito il suo ruolo.

Ricordo, prima di allora, sentir definire scherzosamente la famiglia del Tenno come petto, animali da compagnia dei giapponesi, in quel modo in cui i cagnolini e gattini diventano luogo in cui riversare una cura simbolica, bella, ma priva di messaggi complessi. Animali addomesticati già nel pensiero, prima ancora che nel comportamento. Come diceva Berger.

Status symbol di una nazione. “Abbiamo l’imperatore, ma in realtà politicamente non conta nulla.”

Serve invece ricordare che l’imperatore è una guida di comportamento, proprio perché mantiene un passo indietro. E questa domanda ricorrente, cocciuta, su “cosa cambierà grazie a” di cui francamente sono un po’ stanca.

Succederà come accade sempre quando si conclude qualcosa. Quando si ha a disposizione uno zero, quando parte il lunedì e la settimana si spalma davanti, quando è Capodanno e subito sarà il primo giorno dell’anno.

Quando si aprono gli occhi la mattina di un nuovo giorno e si sente di avere più futuro davanti di quanto passato non si abbia alle spalle.

 

 


Reiwa 令和- riflessioni su un’era

Con i gessetti, tracciando il nome della nuova era sul muro di casa, c’era una ragazzina di circa dodici anni.
Sbatteva sulle spalle la lunga coda nera, e a fianco il suo giovanissimo padre, la barba disordinata sul volto e i capelli a sua volta raccolti intorno a un elastico fine. Vegliavano entrambi sulle linee bianche e rosse dei kanji, sul muro già segnato a Capodanno, suppongo, quando il cinghialetto dell’anno corrente prese il posto del cane.

Dentro casa, al di là di una vetrata tagliata in quadrati dal legno, si intravedeva il tondo scarlatto su sfondo latte della bandiera giapponese.

Ora che ricordo aveva un monopattino in mano e ai piedi la scatola di legno in cui sciacquavano i tozzetti di gesso. Ridevano della curiosità che, ne erano certi, avrebbe provocato nei passanti quella scritta.

Capita di fare qualcosa per poterlo mostrare. Capita di spartirlo con altri. Accade soprattutto  con la Storia, che coinvolge tutti.

In fondo era ed è la condivisione netta di un momento epocale.

È il caso di Reiwa 令和 (pronunciata reiua). Dell’era che è appena iniziata.

Nella società giapponese il cambiamento dell’imperatore è un evento sconvolgente, storicamente scioccante. L’abdicazione è già avvenuta nella storia del Giappone ma mai dopo il 1868 quando, in reazione alla morte di Mutsuhito, lo shōgun Nogi Maresuke, la massima carica politica del tempo, si suicidò.

La conclusione, in quel caso, prevalse.

È, letteralmente, la fine di un’epoca. Ed enorme impatto sull’opinione pubblica ebbe anche la conclusione del periodo Shōwa. Tuttavia, questa volta, il periodo Heisei si chiude con un softo randingu ソフトランディング, ovvero un “atterraggio morbido”. L’imperatore è vivo e in buona salute. L’abdicazione non giunge come un evento luttuoso ma come il preparativo di una gioiosa celebrazione.

L’imperatore Heisei, più del precedente Shōwa, è stato vicino alla gente, in un rapporto di “guida nelle retrovie” che è tipico della famiglia imperiale e che, mi rendo conto dalle varie interviste che ho rilasciato io stessa in questi giorni, si fatica a spiegare ai giornalisti italiani, all’Occidente in generale che domanda insistente:

«Cosa cambierà? Quali stravolgimenti ci possiamo attendere?»

«Ebbene, nessuno. Nessuno che il resto della storia non stia già elaborando.»

Perché, pur nella spiegazione che tento dettagliata, noto incompresa sul volto del mio interlocutore, che pare si inceppa nell’orecchio di chi ascolta, il ruolo imperiale non sta nell’avanguardia, nello sfondamento, ma nel guardare le spalle, nella selezione, a posteriori, di quanto è accaduto nel mondo e che vale la pena adottare.

Si tratta di rallentare il passo, gravato dal peso importante della tradizione e della storia.
E se la contemporaneità schizza da una parte all’altra, l’Imperatore va piano, accompagna con procedere saggio gli eventi del Giappone e del mondo.
È come qualcuno che lavori a posteriori, selezionando il meglio di quanto è accaduto.

La famiglia imperiale giapponese non è per nulla paragonabile ai reali d’Europa, il suo peso “strettamente politico” è pressoché nullo.
Il culto della persona, non c’è.
Tutto è ruolo, simbolo, forma.

Questo imperatore è stato il primo a studiare all’estero e, ancor prima, il primo principe a non essere allontanato bambino dai genitori che scelsero di allevarlo in prima persona. Fu infatti il primo a ricevere la cura diretta degli imperatori. «La separazione dal bambino non ci pare opportuna», disse Akihito con quella garbata fermezza che mi parve eccezionalmente tenera, paterna.

Sono questi eventi “rivoluzionari”?
Per la famiglia imperiale sì, ma non per la società che già aveva innescato quei preziosi mutamenti.

Una imperatrice donna?
Arriverà, ne sono assolutamente certa. Quando se ne presenterà la necessità.

La tradizione è qualcosa che, una volta mutata, non può tornare più allo stato di prima. Ogni passo, è un passo definitivo.
Per questo serve moltissima circospezione. Ponderatezza nel prevedere ogni possibile conseguenza.

Quando sbagliare non è permesso serve andar piano.

L’impero non “cambia” i tempi. Li legge. Li interpreta. Adotta il definitivo.

Dona il frutto sbucciato, non quello che pende dal ramo, magari ancora immaturo.


Fiori cocciuti

Nelle peregrinazioni del sabato mattina, ho preso in mano un libro che richiama il gioco del Bingo e le passeggiate in città. Era nell’angolo dei libri illustrati per bambini, e ancora l’ho ritrovato in quella zona intermedia che è l’infanzia in terza persona, nei genitori che sono filtro tra i bambini e il mondo. E filtro, quando si tratta di educazione, può essere tutto sbilanciato sulla meraviglia come anche sul tentativo costante (e spesso illusorio) di scongiurare pericoli e schivare dolori.

 Nasce propriamente come un Bingo, cartelle piene di disegni di cose che si incontrano abitualmente per strada, nel corso di una passeggiata in una città qualunque del Giappone. Chi lo vede per primo (un poliziotto, una cabina telefonica, jizō, pozzanghere, tartarughe, coppie vestite in tinta, un piccione, un cane, salaryman, buche della posta, persone che distribuiscono pacchetti di fazzoletti, ragnatele, etc.) spunta lo spazio. Vince chi le completa per primo.

Ogni passeggiata porta tuttavia l’impronta del luogo. E nascono allora cartelle sul mare (うみ), sugli acquari (すいぞくかん), sulla città (まち), su ognuna delle quattro stagioni (はる、なつ、あき、ふゆ), su Tokyo (TOKYO).

Perché Tokyo è diversa e io, che la amo profondamente, colleziono qualunque tipo di sguardo la tocchi. Ognuno la vede a suo modo, e fare un bouquet di tutte queste percezioni mi fa sentire di conoscerla meglio. No anzi, io non voglio conoscerla meglio. Io voglio saperla a memoria.

Di tutte queste voci del quotidiano, ognuna mi insegna qualcosa. Come ad esempio che basterebbe una tela di ragno di 500 m per fermare la potenza di un boeing, che le pigne, per proteggere i semi, si aprono e poi, con la pioggia, si serrano strette in modo da non farli andare dispersi.

 E poi ecco numero 24, su cui finisce che mi fermo a riflettere per settimane.

ド根性花 dokonjōbana

ド根性花 dokonjōbana è il fiore della perseveranza, più letteralmente un fiore cocciuto.
Sono quelle piante che si infilano letteralmente negli interstizi delle strade, bucano l’asfalto e allungano fusti alla luce. Alcuni sbocciano persino in fiori e sotto, nel lavorio incessante delle radici, si irrobustiscono ogni giorno di più.

Nel 2005, nella Prefettura di Hyōgo, fece notizia una radice di daikon che sfondò l’asfalto, trovando il proprio posto al sole a dispetto delle sue dimensioni tutt’altro che discrete. Chi sa cosa sia un daikon e lo abbia visto tutto intero, prendendolo magari anche in mano, può immaginare la sorpresa nel trovarselo sul marciapiede.

Tuttavia, ciò che soprattutto viene illustrato in questa pagina del bingo – dedicata alle “erbacce” spontanee, alle pianticelle che crescono nei luoghi più inpervi e con successo – è il modo di emulare quelle creature vegetali, esercitando la propria tempra.

Sono cinque gli step intermedi contemplati dal libro. Ed ognuno dà adito a riflessioni ulteriori.

  1. Individuare obiettivi vicini. Abituarsi alla spiacevolezza di qualcosa che tuttavia ci fa bene, darsi il tempo di rivisitare un’emozione completamente negativa.

Credo che per aumentare la propria capacità di stare al mondo serva affidarsi all’idea che l’abitudine sia in grado di mutare ogni cosa (non è così cattivo/brutto/spiacevole come credevo), così come è necessario comprendere come sia stata proprio un’abitudine, replicata per anni sempre uguale nei gesti o nel pensiero (amo sbucciare la mela con il pela-patate, detesto le tisane al finocchio, mi piace la sensazione del jeans sulla pelle, odio gli abiti attillati), a definire i nostri gusti.

L’idea secondo cui i propri gusti siano in parte casuali, esperienze in cui ci siamo imbattuti da ragazzini, persone che contavano per noi e che abbiamo voluto emulare o da cui ci siamo voluti distanziare (una madre, un padre, un fratello etc.), cose che abbiamo voluto provare e su cui abbiamo insistito nonostante un iniziale disgusto (chi mai può amare da subito una sigaretta o il sapore dell’alcool?), ebbene, tutto questo può aiutarci a capire quanto malleabili siamo.

 Dopo anni di cappuccino con una o due bustine di zucchero, in Giappone ho scoperto ad esempio quanto più buono sia non metterne affatto. Dopo salite avventurose sugli autobus romani, in cui io stessa spingevo per farmi largo tra i passeggeri (con nessunissimo garbo, lo ammetto), adesso sono una ossessiva osservante delle file, anche quelle meno evidenti.

Ecco, il mio obiettivo allora è imparare a bere il caffè nero.
L’ho sempre trovato disgustoso, tale da causarmi degli spasmi al solo averne una piccolissima quantità nella pancia.

«Compromesso!», mi sono detta, e Compromesso sia! Anzi “è stato”. Perché ho cercato la varietà meno aromatizzata, più netta, e fatico, ancora fatico, tanto che talvolta cedo a un cucchiaino di latte o di panna, ma ultimamente riesco. E mi pare che il mio personalissimo mondo si sia ampliato di un poco di più, che nella sottrazione di un no che un tempo mi veniva fuori spontaneo, io abbia allargato la mia capacità di fare esperienza di quanto mi circonda.

  1. 持久走  Spingersi un poco più in là

Tentare un passo oltre il limite. Il confine stabilito, mettere in discussione di un minuto una scadenza. Un minuto in più sulla cyclette, un centinaio di metri in più in una corsa, una pagina in più nela lettura, un piatto in più da lavare, un kanji in più da memorizzare, una stanza in più in cui passare l’aspirapolvere.

Spingersi un poco più in là. Il sempre diverso. Diventa quasi divertente, che quando si avverte del fastidio, un no non mi va interiore, ci si sbriga invece a dire , automaticamente. Diventa , e poche storie! (笑)

Ci si prende gusto a sfidarsi.
Comunque si vince.

  1. Fare un puzzle completamente bianco, da centinaia, migliaia di pezzi

Serve ad allenare la concentrazione, tanto che pare fosse incluso nell’addestramento degli astronauti.

Stare attenti insomma, allenare la memoria, il ricordo vicinissimo delle cose. Ce la si fa, basta appunto rimanere centrati su ogni singolo pezzo, che l’incontro ci resti nella memoria, in modo da non smarrirlo.

Ichi-go-ichi-e.

E poi, penso, serve anche ad altro, a capire quanto deleterio si dare importanza solamente a quanto “è utile” nell’immediato.

Uno dei segreti dell’infelicità è proprio scambiare le cose importanti con quelle utili. Dare, soprattutto, la priorità alle seconde.

Credere, per esempio, che correre all’asilo e guadagnare quei dieci minuti per entrare prima in ufficio (magari finendo per sciupare quel tempo rimanendo imbottigliati nel traffico o controllando futilità al cellulare), sia più importante che camminare con lentezza con la manina del proprio figlio nella propria, mostrandogli qualche dettaglio della strada, raccontandogli una piccola storia o, semplicemente, standolo ad ascoltare. Rispettare “il diritto alla lentezza” di un bambino, donargli un buon inzio di giornata, donarselo di riflesso. Cosa, davvero, conta di più?

  1. Trascrivere il nulla, svuotarsi

Svuotarsi. Trovare un tramite, e travasare tutto il ronzio della mente su un foglio, su una tastiera di pianoforte, su una superficie che ponga un minimo di resistenza e che abbia confini da rispettare. Scrivere ad esempio la stessa cosa, ricopiarla innumerevoli volte, come una nenia, la ripetizione diventata il puro nulla. Come un suono che, ripetuto, si svuota e diventa una vibrazione soltanto.

Mi vengono in mente monaci benedettini, copisti di un tempo assolutamente contemporaneo che invece della bacchetta di Silente e del suo Pensatoio, usano una penna o un pennello, le dita.

  1. La cascata d’inverno

Nell’immaginario del Sol Levante è il sedersi seminudi, meditando e pregando sotto il getto gelido di una cascata in inverno, il picco dell’addestramento. È per antonomasia la massima prova con cui sperimentare ed esercitare la propria tempra.

E tuttavia no, non serve venire fino in Giappone e neppure spogliarsi sfidando un tremendo malanno.

Credo piuttosto che ognuno sappia il proprio limite, e conosca alla perfezione l’ultimo step del proprio addestramento alla resistenza. Una volta individuato, basta metterlo in pratica.

Probabilmente non dormirò mai in un ostello, non mi imbarcherò in viaggi pieni di emozioni e scomodità, rimarrò schifiltosa, mi infastidirò se qualcuno parla vicino al cellulare o imposta una videoconferenza in un bar. Però abbassare la propria soglia di intolleranza è una chiave certa di benessere.

 

 E poi un’ultima riflessione che mi stimola questo “fiore della perseveranza”.

Credo sia importante domandarsi da dove vengano i semi di queste piantine, di questi fiori che spuntano ovunque e scalzano la prepotenza della nostra mano pesante sul mondo. E allo stesso modo, ritengo utile considerare come la propria perseveranza possa essere di esempio ad altri, che per questo serva occuparsi non solo dei propri figli (se li si ha), ma anche di quelli degli altri, come diceva Melita Cavallo.

 E ancora. Che si deve fare come le piante,ド根性花 dokonjōbana, questi fiori cocciuti, ovvero individuare un minuscolo spazio, montare una contrattazione – con altro, o con se stessi, con il proprio umore – e piano piano procedere avanti, allargarsi, sfidarsi, migliorarsi.


Augurare il meglio a chi ci vuole male

L’augurio è, secondo la storia della cultura occidentale, il «responso divinatorio reso dagli àuguri | Rito con il quale si ricavava tale responso». E poi è «segno, presagio, di cosa futura. Presentimento» e anche «speranza, voto di felicità, salute, benessere e sim.».

In giapponese è: negau 願う che è anche la preghiera e secondo l’interpretazione del kanji del prof. Shirakawa una parte indicherebbe una “grande testa” e l’altro il “pensare”, nella cui addizione viene fuori il “pensare a fondo, con profondità”.

E in questo senso, augurare il meglio a chi ci preme addosso il suo disagio pare un controsenso.

Tuttavia, l’attitudine positiva (pojitibu) dei giapponesi, mi ha insegnato come il controsenso stia piuttosto nell’augurare del male a chi detestiamo. In buona sostanza, questo atteggiamento ci condanna:

1) ad avere quel qualcuno sempre presente nella testa – rinnovando il malessere che proviamo nel ricordare il torto subito;

2) a creare del nuovo disagio in noi – immaginare sfortuna, sofferenza addosso a un altro (sia pure qualcuno che detestiamo) porta un brevissimo piacere, ma lascia spazio alla bruttezza (che rimane dentro chi la concepisce).

Non so cosa sia scattato in me. Forse il secondo figlio, che mi ha tolto il tempo di rimuginare, o forse l’aumento significativo del lavoro di scrittura, che mi porta immensa felicità e insieme un restringimento ulteriore del giorno (per fare quel che voglio fare, come lo voglio fare, un giorno non basta).

La risposta mi era da sempre davanti, la pronunciavo, ma non riuscivo a convincermene fino in fondo. Forse perché da brava italiana ho sempre avuto una altissima considerazione delle mie emozioni, anche le peggiori: della gelosia “perché significa che davvero tieni a una persona”, della rabbia “perché vuol dire sfogarsi”, dello sfogo “che fa bene, anzi è necessario, sennò come ti alleggerisci?”, dell’appiccicume “perché se non ti senti ogni giorno con un amico o con l’amato, l’affetto cos’è?”.

Il fatto che, in fin dei conti, queste emozioni portassero sofferenza a me o ad altri, lo giustificavo dicendomi che “il sentimento è quanto rende tale un essere umano”, che ogni passione ha due facce, e che quella positiva non c’è verso venga via senza quella negativa.

Sbagliavo.

La risposta è proprio l’indifferenza, mushi suru 無視する.

Ho imparato a valutarla, a distinguere l’indifferenza vera da quella di facciata – che, in sostanza, è una sua negazione, perché capita la si “organizzi” solo al fine di far scattare una reazione in chi  la subisce (“io lo ignoro, e lui se ne dispiace”). L’indifferenza cui serve allenarsi (sì, allenarsi!) non ci svuota e non nega le nostre emozioni, ma ha come obiettivo quello di spostare energie e creare spazio per quanto conta di più. Il tempo è poco, il cuore spesso trafficato.

Più profondamente si riesce a provare indifferenza, più essa fornisce libertà d’azione (non si è più vincolati all’emozione fuori controllo) e lucidità di pensiero (quando si agisce, si sa fondamentalmente perché lo si fa).

E praticamente? Cosa significa, quindi?

Ecco, significa ad esempio resistere alla tentazione di andare a cercare informazioni su quella persona. Cosa che, nell’era digitale, pare faccenda complessa. Eppure una volta che te lo vieti, e non rompi la regola (devi metterti in testa che basta anche una sola volta e tutto il lavoro precedente si azzererà), quell’elusione diventa un’abitudine robusta. Naturalmente i passi non andranno più là.

Se non le pensi, le persone non esistono più.

L’irrisolvibile va lasciato là. E se qualcuno si è messo in testa di odiarti, ti basta non dargli volto o voce perché venga automaticamente a morire.

La risposta migliore è, a tutti gli effetti, la felicità.

Non solo la propria – e qui sta forse l’epifania – ma anche quella di chi vorremmo “maledire”.

Una persona che è felice di solito è impegnata, impegnata nella propria felicità.

La gioia è una sorta di lavoro che ti occupa le mani o la testa, o tutti e due.
Ikari 怒り “la rabbia” invece corrode. C’è il cuore, c’è una donna, c’è un ancora. Cos’è?

Noto personalmente come spesso lo “sfogarsi” corrisponda a un “affogarsi”, perchè le parole hanno un potere enfatizzante, e nel costruire una storia da raccontare, nel riferire quanto ingiusta o meschina sia stata quella persona, la lucidità la perdo mano a mano che recupero dettagli insignificanti (sapessi il tono di voce, mentre parlava mi guardava così, guarda che email disgustosa mi ha inviato, mi sono sentita così in collera).

Anche persone che non valgono niente, nello sfogo diventano enormi.

Così ora, quando mi imbatto in qualcuno di particolarmente fastidioso o, semplicemente, lo recupero nel ricordo, mi dico che bisogna sperare che ottenga un lavoro più soddisfacente, che trovi un amore più luminoso, che scopra una fonte d’appoggio, una consolazione più netta.

Solo così, davvero, smetterò di sentirne parlare.