笑う o della falena andata a lavorare

Attraverso un grande incrocio trafelata, strisce pedonali che partono da ogni quarto o quinto lato di quella che non è una piazza, perché in Giappone la “piazza” non esiste; tutto nella corsa suggerisce la voglia che ho di usare il tempo rimasto dal lavoro e dalla cura dei bambini per me stessa, lì dove me stessa significa sedermi, che sia in treno o in un caffè non fa alcuna differenza, spalancare libri lungamente scribacchiati, aprire il computer per scrivere di cosa spiegano i kanji non solo ai giapponesi ma anche a noi, che nello scoprirne la ragnatela dei tratti possiamo ottenere grande giovamento, insegnamenti preziosi per una felicità più a misura di persona, di un individuale calato tuttavia in un generale con cui deve fare i conti se vuole che quella felicità sia duratura.

Uscirà tra pochi mesi, per una casa editrice molto amata, un libro che proprio intorno al Giappone, ai kanji, alla concettualità poetica di questo paese è concentrato.

E da quando scrivo per questo progetto, mi guardo intorno come se davvero ogni cosa fosse illuminata. Noto ulteriormente quanto l’abitudine aveva smorzato, osservo le parole, la fantasia degli yukata in cui mi imbatto per la strada, i meccanismi di comunicazione tra sempai 先輩 e kōhai 後輩.

 Tutto mi insegna, anche il nido di Sousuke ed Emilio, la cerimonia di inaugurazione in cui i bimbi di tre anni accolgono quelli di meno di un anno, e in coro recitano formule ed espressioni di benvenuto, regalano ad Emilio una piccola collana da loro fabbricata; e poi i doni prodotti dalle mani piccinissime di Sōsuke per la festa della mamma e poi quella del papà, le abitudini così profondamente giapponesi che si sciolgono tutte nella trama del quotidiano.
 Osservo gesti e note che si scambiano le persone intorno a me, approfondisco il modo giapponese di fare le cose (sahō 作法), dal rituale per la crescita dei bimbi, ai piccoli matsuri di zona, dalla modalità con cui avvolgere nel furoshiki un oggetto, alla direzione da far assumere alle scarpe quando si entra in una casa o in un ambiente pubblico come cliniche, asili, certe aree delle scuole, in alcuni ristoranti.

 E così, con questo carico di vita pensata soprattutto, attraverso quell’incrocio.

 Al passaggio di testimone dal rosso all’arancio e infine al verde, da ogni direzione si mettono in moto i passi della gente. Individui di età e aspetto molto differente, tra cui spicca un anziano con grandi occhiali dalla montatura sottile, così come sottilissima è la sua figura, tutta ossa, mentre sciacqua in pantaloni di tela beige e una maglia gialla, come una vela sgonfia in mare. Quello che guida la mia attenzione su questa scialba figura è tuttavia quello che cattura anche moltissima altra gente intorno a me. Siamo stregati tutti dalla sua risata, perché quest’uomo ride, ride, il suo volto rinsecchito dall’età, tutto tagliato dalle rughe, ha addosso lo splendore di una felicità che non si smorza e anzi cresce. Pare lui stesso una barchetta che fila in acqua, e si gonfia di quell’allegria che chiama sguardi e che contagia.

La gioia di quest’uomo è rivolta alle girandole di un cane che è ai suoi piedi, minuto come un barboncino, dal pelo morbido e arricciato, anche lui giallo ocra, come accordato al suo padrone in un’onda sola di colore. Solo ora mi accorgo del guinzaglio che l’uomo tiene in mano molle, dell’impedimento che creano le zampette iperattive, in un andare e venire che diverte tanto l’uomo. Lo stupore che provo non è solo per quell’abbinamento che mi ero persa inizialmente, ma sul fatto che la risata di uno sconosciuto, che non sia né attraente né famoso, si possa portare dietro tanta gioia.

Sorridere, un verbo così abusato, banalizzato, eppure pieno di potere. Simbolo di un buonismo che di anno in anno sempre più valuto a fronte di un imperante e sopravvalutato (questo sì) cattivismo. Eppure quanto benessere si porta dietro.

Il kanji di warau 「笑う」 ovvero ridere pare provenga dalla danza di una sciamana, che è in trans, e il componente in alto 竹 richiama le mani alzate al cielo nella danza. Il corpo che si agita nel ritmo sfrenato, e agita il bacino, come scosso dal vento.

Bello ridere, davvero.

È come disperdere l’ansia, il nervosismo, lo stress che più dell’alimentazione o dell’aria che si respira, determina della nostra vita la qualità.

Ridere e scrivere, e salendo le scale al ritorno dall’asilo incontrare per la seconda volta una falena, dirlo a Sousuke, continuare la salita, poi chiamarlo, che non segue nei passetti, ricevere in risposta il suo silenzio.

Che cosa starà facendo? Sousuke? Sousuke? Souchan? Scendere ancora, ritrovarlo muto, emozionato.
E la farfalla? Non è che hai toccato la farfalla? domando scontenta, perché pretendo lui rispetti gli insettini.
Mh, mi guarda.
Dove è la farfalla, Sousuke?
Eh, inizia,  eh, sospende.
Cosa? incalzo.
Andata a lavorare! esclama.