tohoku

Il pallone che viaggiò per mare dal Giappone all’Alaska

A più di un anno di distanza dal disastro del Tohoku 3/11 il pallone da calcio di un bambino, originario di una delle cittadine maggiormente colpite dallo tsunami – Rikuzentakata, raggiunge la sponda opposta dell’oceano e finisce tra le mani di una famiglia dell’Alaska.

Lui americano, lei giapponese: la moglie ha riconosciuto le scritte sul pallone. Si trattava del nome del bambino, Murakami Misaki, che a quell’oggetto aveva legata la memoria di sette anni prima quando, in occasione di un trasloco, aveva ricevuto in dono proprio quel pallone.
Ora il bambino va al liceo e, nel ricevere notizia del ritrovamento di quella cosa che gli era un tempo appartenuta, si è detto felice.
Così, adesso, il pallone si prepara ad un nuovo viaggio, questa volta all’inverso, che lo riporterà – non più via mare – tra le mani del suo proprietario.

E rimangono le cose a ricordarci quei giorni e la tenerezza di memorie legate ad oggetti che si credevano perduti. Piu’ di 5000 km ha percorso nel suo viaggio oceanico il pallone da calcio di Misaki ed ora questa storia dolce, uscita oggi sui media giapponesi, compie un nuovo tratto di strada entrando nelle case della gente.

Una piccola storia che fa tanta tenerezza ~♥


14.46~14.47: il ricordo in un minuto

Oggi, ininterrottamente, la tv ha mandato in onda programmi dedicati al memoriale dell’11 marzo 2011. Un anniversario ancora troppo vicino per non far star male.

Prima e dopo. I passi fatti in avanti, il ricordo di quel giorno terribile.

Oggi alle 14.46 si è fermata la gente per le strade, nei cinema, nei teatri.
Si è fermato il baseball, il treno, la spesa nei supermercati.
Shinjuku si è fermata. Immobile. Nel piazzale davanti ad Alta.
Messaggi su alcuni social network intimavano al silenzio.
Shibuya ha continuato la sua vita. Affollata. Rumorosa come sempre.

Ma altrove silenzio. Occhi chiusi. Mani giunte.

Tutti intorno a me in questo paese hanno ricordi dolorosi di quei giorni. Personali e sociali. Una ferita profonda che richiede ancora tempo per rimarginarsi.

Il kanji dello scorso anno – annualmente scelto ed esposto a novembre – è stato 絆 (kizuna) che significa “legame”.

La stessa parola che ha illuminato la Torre di Tokyo ieri ed oggi.

Ryosuke ed io abbiamo aspettato quel minuto insieme.

Le 14.46 del pomeriggio, l’attimo in cui un anno fa è iniziato tutto.

Ci siamo abbracciati forte. E siamo rimasti così, in silenzio, a lungo.

Quel minuto è passato, poi un altro. E un altro ancora.

*Fotografia di @SANKEI SHINBUN e @http://matome.naver.jp


Due ragazze da non dimenticare, Arisa e Miki 3/11/11

E’ la storia di due giovani donne di venticinque anni e ventiquattro anni. 遠藤未希 Endo Miki e 三浦亜梨沙 Miura Arisa che il giorno del terribile terremoto si trovavano sul posto di lavoro, ovvero nel “Centro per la prevenzione dei disastri” della città di Minamisanriku 南三陸町. Erano compagne di classe al liceo. Si conoscevano dalle scuole medie.

Lo scorso 5 marzo sono stati infine resi noti i messaggi che la giovane Arisa ha inviato alla madre e al fidanzato prima che lo tsunami spazzasse via tutto.
Scriveva alla madre che era previsto l’arrivo di un’onda di 6 metri di altezza.

「無事ですか?!6メーターの津波きます。役場流されたらごめん」
“Stai bene? Sta arrivando uno tsunami di 6 metri. Se l’edificio verrà spazzato via, perdonami”

Ed è solo dopo un anno da quella terribile data che la madre è riuscita a leggere nuovamente quel messaggio. Quel “gomen“, quello scusa finale che le ha stretto il cuore per mesi.
Il 17 gennaio scorso il cadavere di Arisa è stato scoperto da un passante a lato di una montagna di macerie. Il numero idenficativo dell’abito che era stato confezionato a mano ha suggerito che fosse lei, la prova del DNA ha fatto il resto.


「ぜってー死ぬなよ!」
“Non devi assolutamente morire!”

「うん、死なない!!
愛してる!!」
“Sì, non morirò!!
Ti amo!!”

Questo l’ultimo scambio di email tra Arisa e il fidanzato. Lui che le ordina di non morire. Lei che promette che non lo farà. Un’ultima dichiarazione d’amore e poi, dopo pochissimo, arriva quell’onda che non fu di 6 ma di più di 10 metri.
E che spazzò via tutto l’edificio, lasciandone semi-intatto solo lo scheletro.

E in quella cittadina sono tante le testimonianze di chi ha riferito di aver sentito fino all’ultimo istante la voce di Endo Miki all’altoparlante, una voce che, fin da subito dopo il tremendo terremoto, non ha mai smesso di fornire comunicazioni sulla situazione, sull’arrivo del micidiale tsunami.

Delle cinquanta persone che erano al momento dello tsunami nell’edificio se ne sono salvate solo undici. Alcuni che si sono aggrappati alle ringhiere sul tetto, altri all’antenna che lo sovrastava.

Leggo queste notizie, leggo questi messaggi rubati al privato perchè si possano celebrare quelle persone che fino all’ultimo hanno continuato a fare il proprio lavoro.

Perche’ la parola “eroe“, che troppo spesso viene abusata o usata impropriamente, ha un significato preciso.
Ed e’ qui, in situazioni come queste, che personalmente io la trovo, invece, assolutamente appropriata. Appropriata. Esatta. Dolorosamente giusta.

* In fotografia il messaggio inviato da Arisa al fidanzato e lo scheletro dell’edificio in cui, quel giorno, si è consumata la tragedia. Fonte Sankei Shimbun e Asahi Shimbun