Del lato giusto del sole e della luna.

Che bella l’eclissi. Dalla ferrovia veder la luna cibarsi del sole.

Con l’elegante inesorabilità della natura, che procede fino a conti fatti. Che sono conti giusti, privi di gentilezza ma anche di livore.

E il sole si dibatte tra le nuvole che gli si affollano intorno, subito dopo che l’eclissi s’è fatta anello e che, idealmente, molti ragazzi se la sono messa all’anulare. Perchè, quintessenza del romanticismo, pare che molti giovani giapponesi abbiano fatto la loro proposta nell’istante esatto dell’eclissi anulare.

Mio cognato è seduto subito dietro di noi con la pesante macchina fotografica e i suoi tanti obiettivi. Ryosuke ed io ci passiamo la striscetta di plastica nera attraverso la quale osservare il sole e di tanto in tanto scattiamo delle foto.

E intanto mi guardo anche intorno, come quando al cinema abbassi lo sguardo dallo schermo e ti soffermi sui volti concentrati della gente su cui passano nello stesso istante le medesime emozioni.

Le nuvole hanno rovinato un po’ l’attesa ma i giapponesi hanno questa meravigliosa abilità di valorizzare il positivo piuttosto che di enfatizzare il negativo. La lamentela dura poco, giusto il tempo di una esclamazione e, subito dopo, si raccoglie con le mani a conchetta ciò che di bello resta.

Come di un pacco di farina che rovinosamente cada a terra e si lodi la parte che miracolosamente è rimasta sul fondo del sacchetto oppure la casualità che volle che se ne fosse acquistato un pacco in più proprio il giorno prima. Oppure, meglio ancora, si sottolinei quanto in fondo sia tutto andato bene e di quanto la cena fosse stata buona.

E’ il lato giusto della luna.
E così le nuvole che alla fine hanno avvolto l’eclissi le hanno donato un’atmosfera persino più bella. E dell’eclissi, quelle con le nuvole tutto intorno, sono di certo le foto migliori.

Perchè a questo mondo con la negatività ci si fa veramente poco.


*In foto (2) una mamma e il suo bimbetto mentre aspettano l’eclissi.


Capita di aprire un cassetto e di trovarci dentro il mare.

Capita di aprire un cassetto e di trovarci dentro il mare. 
Non ci credi e allora allunghi una mano per toccarlo, questo mare, il promontorio verde, il piccolo faro a strisce bianche e rosse come se ne vedono in alcune cartoline di scorci del nord Europa o negli sfondi del pc. 
Chiudi il cassetto e ne apri un altro, subito accanto. Ci trovi dentro le gioie di un bambino, matite colorate, gomme, quaderni pieni di disegni. Scritture diverse, di pagina in pagina e parole gentili rivolte al luogo che contiene la scrivania che, a sua volta, custodisce quel cassetto. E’ un gioco ad incastro, un gioco di matrioske che nel celare suggerisce la presenza latente di un’infinità di cose.
E’ un piccolo caffè al secondo piano di un edificio di legno in un vecchio quartiere di Tokyo. Al primo piano c’e’ un ristorante che si prepara alla clientela della sera e sulla destra inizia una ripida scalinata che conduce ad un quadrato di legno dedito alla scelta. Perchè da lì si aprono due porte, ancora chiuse. Una a destra e l’altra di fronte. 
Da quest’ultima sgorgano voci squillanti, risate fragorose. Dalla prima, invece non fuoriesce nessun suono ma, sulla superficie della porta, è incastrato un cerchietto di vetro e accanto una scritta “Se volete, sbirciate pure”. 
E’ lo spioncino che solitamente permette di scorgere chi ha suonato ed ora aspetta fuori. Ma, a differenza del solito, questo è rivolto verso l’interno del locale. 
 In questo caffè in cui trovi il mare nei cassetti e in cui piante dagli alti fusti avvolgono le sedie e le poltrone, non si può parlare. Si può sussurrare, ma giusto qualche frase. A patto che non si tramuti in un discorso. 
 E’ un luogo dedicato alla lettura ma anche un posto dove restare in silenzio, imbambolati a pensare a se stessi, al tempo che passa, a quello che resta.
Ogni posto a sedere in questo caffè è diverso dall’altro. Uno ha un piccolo acquario davanti, un’illuminazione soffusa e vegetazione folta che rende i movimenti dei due pescetti all’interno una vera avventura. Hanno code d’opale, sui toni del rosso e del blu.
Sull’ultima pagina del menù è stampata la mappina del locale, le caratteristiche dei posti a sedere, la dislocazione delle sorprese di cui poter “godere”. E’ di nuovo il verbo tanoshimu che conclude ogni frase.

Che si tratti di una scrivania piena di cassetti, di un divano con un grande acquario di fronte, di un tavolo antico con incastrato sul fondo uno schermo di pc su cui scorrono immagini suggestive, che non sia niente di tutto cio’ non importa.
Perchè ci sono posti che bastano da soli a riempire ore e farne bignè, creme al cioccolato, cupcakes ai mirtilli o barchette alla vaniglia. E ci sono casualità che ti portano al punto giusto di una via, al momento esatto in cui sei pronto a farti trascinare per mano lungo una scalinata stretta stretta.
Ma la cosa più importante, quella che rende speciale ogni luogo e ogni momento, è proprio la capacità – non innata ma anche artificiale – di rendere ogni luogo quello giusto, ogni momento quello esatto per godersi ogni nonnulla della vita.
Uscendo, dopo aver pagato alla cassa, il proprietario – un uomo sui trenta/quarant’anni – ringrazia, invita a ritornare e fa un inchino che ha la profondità di un crepaccio. Così profondo che quando ci richiudiamo la porta alle spalle, di lui si vede ancora solo il capo, la linea retta che spacca in due la capigliatura liscia e nera.
Arigatou gozaimashita.
In quell’inchino senza fretta e senza menzogna c’è la poesia di questo caffè. 
Uno dei tanti che si nascondono tra le pieghe di questa città.

****Dov’è? Non chiedetemelo. Non posso dirlo. Capita anche che chi te li indichi questi luoghi ti vieti di diffonderne le coordinate precise. Ed io devo mantenere la promessa.

 


Del giorno dei legami e delle coppie anziane

Oggi in Giappone è il “giorno della vita e dei LEGAMI” 「生命・きずなの日」.

Come ebbi modo di scrivere un paio di mesi fa qui, kizuna e’ anche il kanji che e’ stato scelto per questo anno: il legame familiare (e non solo) è un concetto ormai molto caro al Giappone post  3/11/11.

Per la giornata di oggi ho pertanto scelto questa foto. Sono due vecchietti che camminano piano piano lungo una stradina di Koenji, lei che trascina la sedia a rotelle, lui che procede sbilenco appoggiandosi al bastone. In fondo, sullo svincolo sopraelevato della ferrovia, sfreccia l’arancio della linea Chuo. Tutto intorno le casette a due piani di cui è piena la metropoli giapponese ed il verde splendente di maggio.

Non è raro incontrare queste scene per le vie e viuzze di Tokyo. A volte, quando le condizioni fisiche lo permettono, i due si tengono la mano. Borbottano. Si sorridono. Scherzano. E mi capita persino di notare tra le coppie molto anziane una complicità e una gentilezza reciproca persino superiore a quella che intercorre tra i più giovani.

Ed ogni volta provo infinita tenerezza nel guardarli e mi chiedo, speranzosa, se anche noi avremo questa fortuna. Di procedere, fino alla fine dei nostri giorni, in compagnia. Camminando lentamente, l’uno accanto all’altra, sulla via.


Il Giappone in uno scatto

Gli scatti migliori sono quelli fatti “per sbaglio“. E ti ci ritrovi dentro una dinamicità che neanche ti aspettavi.

C’è il panettiere che pulisce il pavimento subito fuori dal negozio e l‘acqua che schizza da tutte le parti; c’è il commesso di un izakaya che scivola via lungo la strada, la tipica bandana rossa che gli avvolge il capo mentre il suo strofinaccio, fissato sulla vita, dondola sul fianco.
Ed è lì, in quel lembo verde acqua, che per me è racchiuso tutto il movimento di questa stradina secondaria di Koenji.

E poi c’è un locale sulla sinistra che è pieno di fiori all’entrata e quasi sembrerebbero le composizioni curate, straripanti di colore, che si mandano alle attività che hanno appena inaugurato. E in ognuna di quelle composizioni di solito si inserisce un biglietto che recita gli auguri perchè il negozio vada bene, perchè gli affari siano floridi e i clienti siano tanti.
Ma in questo piccolo izakaya sulla sinistra, piuttosto vecchiotto e dall’aspetto un po’ pacchiano, insieme ai fiori – al posto degli auguri – sono scritti i piatti del menù. E i prezzi.

E dentro a queste esili stradine, piene di molto più di quanto ho scritto, c’è l’atmosfera di questo Giappone che amo tanto e che, ogni giorno, mi restituisce la bellezza di una vita che mi sono costruita centimetro per centimetro con fatica ma anche con infinita gioia.


Due acquisti in libreria e il verbo "tanoshimu" 楽しむ

Passo in libreria per andare ad acquistare un libro e arrivo con il doppio dei volumi alla cassa. E’ l’inconveniente dell’avventurarsi in un giorno di pioggia nell’antro del lupo. Ognuno ha il suo, che siano lupi, draghi, orsi o ciclopi.

Io ho le librerie e un negozietto d’abiti a Shinjuku in cui faccio in modo da non recarmi mai più di una volta ogni cinque, sei mesi. Perchè la gioia dell’acquisto sia piena e non si sciupi nel senso di colpa.

Uno dei due libri che ho acquistato è una lista di suggerimenti, presentati con graziosa gentilezza, su come riuscire a svegliarsi presto la mattina. Personalmente se il periodo dell’università è coinciso con una presa di distanza dal tempo e dalla vita ortodossa – studiavo e vedevo gli amici di sera e di giorno dormivo – l’arrivo in Giappone, le lezioni fitte fitte la mattina e poi successivamente l’inizio del lavoro mi hanno portato ad invertire le cose. Ed ora che la vita va veloce vorrei riuscire ad anticipare di un’altra ora la mia sveglia. Non le sei quindi, ma le cinque.

E rileggendo, a distanza di anni, “La cripta dei Cappuccini” di Joseph Roth ho fermato nella mente questa scena che racconta proprio dello svegliarsi presto la mattina e ne descrive perfettamente la sorpresa, la meraviglia che prova chi non vi e’ abituato.

[…] ero giovane e sciocco, per non dire: sconsiderato. Frivolo, in ogni caso. Vivevo allora per così dire alla giornata. No! Non è esatto: io vivevo alla nottata; di giorno dormivo.

Una mattina però – fu nell’aprile del 1913 -, rincasato da appena due ore e ancora intontito dal sonno, mi fu annunciata la visita di un cugino, di un signor Trotta. In vestaglia e pantofole andai nell’anticamera. Le finestre erano spalancate, in giardino i merli mattinieri fischiavano con zelo e il primo sole inondava allegramente la stanza. La nostra cameriera, che fino a quel momento non avevo mai visto così di buon’ora, nel suo grembiule blu mi parve una estranea – io la conoscevo solo come un essere giovane, fatto di biondo, nero e bianco, qualcosa di simile a una bandiera. Per la prima volta la vedevo in una veste blu scuro, simile a quella che portavano i meccanici e i gassisti, con uno spolverino vermiglio in mano – e la sola sua vista sarebbe bastata a darmi una nuova, inusitata immagine della vita. Per la prima volta, dopo anni, vidi il mattino in casa mia e mi accorsi che era bello. La cameriera mi piaceva. Mi piacevano le finestre aperte. Mi piaceva il sole. Mi piaceva il canto dei merli. Era dorato come il sole di primo mattino. Perfino la ragazza in blu era dorata, come il sole.

Esco dalla libreria che cadono solo poche gocce di pioggia e le sento battere sul guscio dell’ombrello. Un rumore croccante come quello del pluriball (l’imballaggio ammortizzante) che la mamma di Ryosuke adora schiacciare tra il pollice e l’indice e che Ryosuke adora arrotolare e far scoppiare tutto in una volta – con grande disapprovazione della madre.
Avvolta da questa sensazione d’acqua, scoppiettii e gioia dell’acquisto decido il percorso verso casa, che sia – anche solo di poco – ogni volta differente.

Una cena gustosa mi attende.  Mi lodo nell’esser stata virtuosa e soprattutto previdente ad aver preparato ieri l’80% del pasto che consumeremo oggi. E dato che l’altro libro acquistato stasera parla di nutrizionismo e suggerisce con parole e semplici tabelle come rendere più bilanciata l’alimentazione, trovo nella cena di stasera un divertimento in più.

Esiste in giapponese un verbo 楽しむ tanoshimu che è molto vicino all’inglese “enjoy” e che  in italiano sembra mancare. Lo si traduce come “godere” o “divertirsi”, verbi troppo intensi e che, mancando di un complemento oggetto diretto, sembrano distanziarvisi. E invece è così facile. E questo verbo dà la possibilità di esprimere il piacere nel fare ogni cosa, anche la più semplice, con pienezza: una cena bilanciata, una conversazione, il giardinaggio, una passeggiata con il cagnolino, il silenzio delle cinque di mattina, la sana bontà di un pasto in solitudine e di uno fatto in compagnia. E così via.

楽しむ tanoshimu, una di quelle parole che più mi mancano quando parlo in italiano.