お e ご o della cura nella parola

In giapponese alcune parole hanno due inizi.
Uno è quello della vocale o della sillaba con cui parte. L’altro, invece, è o oppure go.

Prendiamo l’esempio dell’acqua, che è mizu 水. Inizia con “mi” み, è evidente. Eppure, acqua è una di quelle parole speciali che possono cominciare anche per o.In giapponese esistono due prefissi che alzano le parole, le vestono bene.

C’è il go di go-ryōshin ご両親 lì dove ryōshin sono i “genitori”. Il prefisso distanzia, impreziosisce.

Diventano i “suoceri”, i genitori secondi. E mai come da quando ho superato i vent’anni, ho compreso quanto la distanza sia importante in amore. E quanto farebbe bene anche ai rapporti famigliari.

ご挨拶 go-aisatsu: i saluti, il saluto

ご協力 go-kyōryoku: la collaborazione

ご案内 go-annai: la guida, la spiegazione

ご安心ください go-anshin (+kudasai): la calma, la tranquillità cui si indirizza e si invita

 La distanza, nella lingua, accresce l’eleganza, la piacevolezza. Viene fuori setosa, più liscia.

Non tutte le parole ammettono questa addizione. E nessuna le tollera entrambe.

O go oppure o. Oppure nessuna. In quel caso è il contorno ad alzare la frase che, tutta, si solleva leggera tra le persone.

 Credo sia questo che amo del linguaggio formale, questa presa di realtà rispettosa dell’altro, la cura che poggia come un accento su ogni parola.

Quando era piccino ricordo Sōsuke sbagliava e quando aveva sete esclamava a gran voce “o-bere”, intendendo il piccolo contenitore di tè color arancio con la cannuccia e dentro un delicatissimo tè d’orzo. Chissà quando è successo che le due parole si sono separate, nel “voglio” e nel “bere”. Eppure fu quell’abbinamento errato a farmi riflettere sul senso dell’-o, della gentilezza insegnata all’asilo, in una lingua che non è la mia.

Ai bambini in Giappone si insegna a dire お水 o-mizu l’acqua, お箸 o-hashi le bacchette, お弁当 o-bentō il bentō: cose basilari del quotidiano che mi sembra contagino anche il resto del loro mondo, e forse proprio per questo individuate come importanti.

È come qualcosa che scorta la parola. La introduce in palmo di mano.

Guarda che è una parola importante, pare suggerire. «Sii cauto, sii gentile», sussurra. «Trattala bene.»

Ed è sorprendente che sia proprio mentre penso a questa piccola cosa tonda ad inizio parola che scorgo, nella bacheca di un tempio davanti cui passo per caso, questa frase:

「飯を食う

のではない

ご飯を

いただくのです」

(meshi wo kuu / no dewanai/ go-han wo / itadaku no desu)

Non “magnare” ma “mangiare”; non “mangiare” ma “ricevere il pasto”, lì dove飯を食う è un modo volgare, inelegante, di dire “cibarsi” mentre ご飯をいただく è la forma più alta per dire la medesima cosa. E chi conosce l’importanza della formula itadakimasu sa quando sia importante la riconoscenza nel portare del cibo alla bocca.

Trattare bene allora le parole, il senso delle cose che intende ognuna di esse.

La cura è innanzitutto nel linguaggio, nel modo di chiamare il mondo.

E viene metaforicamente da augurarsi che tutto quanto è importante, davvero, abbia una piccola o o un go in prefisso, che sia anche un sentimento, una persona.

Trattare bene la lingua, trattare bene la conversazione. Così anche l’interlocutore, così la nostra realtà. Anche quella più prossima e comune che, a prima vista, ci può apparire banale.


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