«È bello vivere per­ché vivere è cominciare, sempre, a ogni istante»

Il primo lunedì del nuovo anno sono le decorazioni profumate di pino del Capodanno ai lati degli ingressi dei negozi e delle abitazioni, il passo svelto verso l’incrocio dove ci daremo appuntamento con Ryōsuke e i bambini. L’ultimo tratto di strada lo faremo insieme.

E camminando svelta, con il sole alle spalle, raggiungo una anziana che si volta a guardarmi. «La sua ombra, l’ho vista avvicinarsi velocemente» dice giustificando lo sbigottimento scritto sul volto. Il piccolo sussulto che ha avuto.

 È solo allora che noto come la mia ombra, in quel pezzo di asfalto, si fosse mescolata alla sua. Le sorrido. Potrei dire di più ma corredo il sorriso al sumimasen e con dolcezza riprendo il cammino. Sumimasen è una parola che non vuol dire poi molto ma che, per assurdo, è molto robusta nel senso. Ci sono parole così, che si piegano alla voce e al viso, parole in cui è il modo di porgerle che sta il significato.

«Mamma, cosa significa Capodanno?» mi domanda Sōsuke quando gli spiego che è per quello che oggi i saluti di tutti sono diversi.
La prima volta che ci si incontra dopo Capodanno, in giapponese infatti si dice: akemashite omedetou gozaimasu, kotoshimo yoroshiku onegai shimasu  あけましておめでとうございます。今年もよろしくお願いします。

«È l’inizio dell’anno». E toccandomi la testa, subito aggiungo «capo di anno».

«E l’anno cos’è?»

«È un inizio, uno dei tanti.»

Mentre lui corre davanti ricordo che anche questa mattina, davanti alla lavatrice, me la sono riportata alla mente, che l’ho fatto anche ieri scendendo dalla bilancia, che in fondo non ci sia giorno che io non mi ripeta costantemente la frase di Cesare Pavese, la stessa che ho  messo in bocca a Clara in Non oso dire la gioia.

 «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere per­ché vivere è cominciare, sempre, a ogni istante»

Pensarlo, effettivamente, mi aiuta a riprendere da capo, a non sentire il peso di ieri e degli errori che ho fatto.

Ogni giorno è possibile ricominciare.

 

 


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