Il mio Venerdì UNDER CONSTRUCTION

Un po’ di nostalgia.
Per ciò che sembrava esserci ed invece non c’è più.

Oggi, insieme alla mia adorata Sensei, ho letto un articolo di Ogawa Yoko (小川洋子)preso dalla sua rubrica mensile sul Mainichi Shinbun. Mi scopro ogni volta innamorata di questa scrittrice che tira su castelli con le sue parole, costruzioni delicate ma assolutamente resistenti a noia e oblio, tanto che neanche il fiato grosso del Lupo Cattivo potrà mai buttarli giù.
Restano inchiodati alla memoria, o meglio… restano appiccicati alla retina degli occhi, annodati ai capelli, tra lo sporco che si annida nel covo delle unghie. Perchè sono così legati alla corporeità, che fa di ogni organo, arto o accessorio corporio un veicolo d’emozionalità.

Un tè verde, che vien giù dal beccuccio d’una teiera d’un nero-corvo; un tappo di sughero che sembra messo lì apposta ma che, invece, è la risposta a un’esigenza.
E poi piccoli mochi salati 塩もち che hanno la dolcezza del ripieno ai fagioli rossi, per lo più resi crema ma intervallati anche da alcuni chicchi interi, ed il sapore lievemente salato della pasta di riso che lo avvolge. La cucina giapponese sembra vivere di Paradossi e anche di Opposti. In uno stesso mochi allora c’è il salato come il dolce, il morbido ed il duro.

Sono tornata a casa in bicicletta, con il freddo della sera che ti suggerisce il vero cambio di stagione. Cala il sole, scende la notte e d’improvviso si fa freddo. Come spesso mi accade quando giro in bicicletta, ho provato in più punti del percorso la tentazione di sterzare e di andare alla scoperta di strade sconosciute. Le due ruote hanno questo potere, di incuriosire e di insegnare il gusto della libertà di movimento.
Così, in estate, quando alle 18 era ancora pomeriggio, di ritorno dalla lezione della Sensei, ho scoperto la casa con il tetto d’erba a Mitaka, sede di alcuni uffici e voluta da Hayao Miyazaki: un progetto ecologico che spiega come la bellezza dell’immaginarsi tetti verdi di piante e di prati non tosati possa realizzarsi.

Sento gia’ che Kichijoji mi manchera’.


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