Il ristorante delle ordinazioni sbagliate

C’è un piccolo ristorante che si muove qui e là per il Giappone, dove ordini una cosa ed è assolutamente possibile te ne portino un’altra.

Ci hanno scritto su anche un libro, che si intitola Chūmon wo machigaeru ryōri-ten ovvero Il ristorante dove sbagliano l’ordinazione o Il ristorante delle ordinazioni sbagliate. Ed è effettivamente quello che accade, non ogni volta, ma quasi. Perché a gestirlo sono anziani affetti da demenza senile (認知症).

Leggere il libro, anziché appesantire, alleggerisce, perché l’organizzazione che fa capo a questa pluralità di iniziative che si tengono in periodi limitati in varie zone del paese, è permeata da un’atmosfera lieve, che fa dell’errore e della malattia un valore aggiunto anziché un difetto – o, nel peggiore dei casi, un handicapp grave.

Qualcosa che, in qualunque altro contesto, è fortemente debilitante, qui viene accettato, valorizzato persino.

Questa organizzazione (The Restaurant of Mistaken Orders General Incorporated Association) con base a Tokyo (Higashi-oku Arakawa-ku) offre una prospettiva inedita sulla malattia.

Ordini udon e viene fuori una ciotola di riso con tempura sopra (tendon).

«Cosa è che aveva chiesto?»

O ancora.

«Ah… scusi, non so perché sono qui»dice ridendo una anziana, ritratta in uno scatto che la vede in piedi, con il grembiule e tutto il resto, davanti al tavolo di un avventore.

Si impara a non prendere a male la vita. A non “scartare” cosa non funziona alla perfezione. A leggere in un senso diverso l’esistenza, che non è solo efficienza e obiettivi. Tutto può diventare una lezione.

Offrire lavoro anche a chi, diversamente, finirebbe ai margini della società, destinato magari alla cura in senso puramente passivo, è un vantaggio plurale. Anche perché l’esistenza, a ricevere e basta, diventa una cosa umiliante. Ci si sente di peso.

E la malattia finisce per contare più della persona.

Immaginate.

«Andiamo in quel caffè?»

«Ma sì!»

«Provo a ordinare un teishoku con del salmone arrostito. Eppure… chissà oggi che mangerò (^o^)»

La malattia non deve diventare qualcosa che ci definisce completamente. A meno che non decidiamo di affidarle la definizione di noi.

E questo deve valere anche per il nostro sguardo sugli altri.

Basta provare a cambiare la prospettiva sulla realtà perché questa, come convinta della nostra opinione, ci segua.

°Tutte le fotografie sono tratte da qui

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