La storia migliore della mia giornata sono un anziano e una pallina

 La storia migliore della mia giornata sono un anziano e una pallina.

 L’anziano non lo conosco, la pallina era verde. E, a distanza di un giorno, ancora non conosco l’anziano e la pallina è sempre verde, forse un po’ più consumata di prima.

 Stavo passeggiando per Kamakura in questo mercoledì di oceano e di sole, ascoltando voci, a mia volta registrando vocali fiume.

 Ed ecco questo anziano ingolfato per il freddo che procede lungo la strada, in una passeggiata che immagino quotidiana come quella della sottoscritta. Si ferma. Una pallina verde (quella) poco dentro la strada, ma di chiara appartenenza altra. Con la punta della scarpa l’ha spinta verso l’interno della rientranza – uno spazio dedicato probabilmente a parcheggiarvi una bicicletta. Ma il terreno era scosceso e, per quanto calciasse la sfera, quella tornava alla strada. E poi alla scarpa, che riprendeva a spintonarla, come un corpo a Tōkyō nella calca di un treno all’ora di punta, che oscilla e torna di peso su un altro e a intervalli ritorna.

Il movimento dell’anziano si è fatto vivace. L’occhio pure. C’era l’attesa, mi è parso, che tornasse la pallina alla strada e che lui la potesse colpire di nuovo.

 L’ho fotografato di spalle, per non cancellarne la memoria. E girandomi a guardarlo, a intermezzi sempre più ampi, finché non si è curvata la strada, era ancora lì. Ad avere a che fare con la pallina e la sua attesa.

 Era bello da vedere. Il bambino che sale. Come un cibo non digerito, che torna (piacevolmente) su nel sapore.

 Spesso mi domando cosa succeda quando si dismetta la fretta. Quando si sia già vissuta la vita nel modo in cui si intende la vita, ovvero gli impegni, il mirare ansioso e ingordo verso qualcosa. Mi domando se non sia saggio, prima di invecchiare, iniziare a dedicarsi porzioni di vita senza obiettivo.

 Fare dell’inutile una quota del giorno, scoprire come sia abitare il corpo, guardare il mondo – senza volerlo possedere neanche per errore.

 Altrimenti, a pensarci, del tempo mi viene paura.

 


Dopo 124 anni, setsubun

Dopo 124 anni, oggi setsubun 節分 è il 2, anziché il 3 di febbraio.
Al di là dello studio di cosa esattamente sia setsubun 節分, quel che resta nella memoria ogni anno, ciò che amano specialmente i bambini, è mame-maki, ovvero l’usanza di gettare fagioli di soia nelle stanze della casa per cacciare il malocchio.
È un grande trambusto, un adulto finge d’essere l’oni, ossia l’orco, indossa una maschera spaventosa spesso disegnata dai bimbi stessi, e i fagioli chiamati fuku-mame , letteralmente «fagioli della fortuna», finiscono ovunque. Li si ritrova anche dopo mesi, in luoghi a dir poco bizzarri.
Durante il precedente trasloco ricordo ne trovammo sotto la lavatrice, nella scatola delle decorazioni natalizie, dietro la libreria, persino in fondo a un cassetto di biancheria.
Come vuole l’usanza del setsubun, anche noi abbiamo spalancato la porta di casa e a gran voce abbiamo strillato: – Fuku wa uchi! Oni wa soto! «Fortuna, dentro! Orchi, fuori!»
Bisogna serrarla subito dopo, la porta, però, affinché i demoni che sono usciti (liberando la casa dal malocchio) non rientrino di nascosto.
da “Tokyo tutto l’anno: Viaggio sentimentale nella grande metropoli” @einaudieditore con illustrazioni di Igort.

La felicità ha un luogo?

Marc Augé si domandava “La felicità ha un luogo?”.
E io mi rispondo. Sì, ha un luogo.
“La felicità individuale è intensa e fragile; essa passa attraverso la coscienza improvvisa di esistere”.
In certi luoghi, qui, io esisto. Esisto improvvisamente. Pienamente.

La cura del cuore richiede segreti

心 ‘kokoro’ è il cuore e in giapponese la cura del cuore richiede segreti.

Un’espressione che spiega bene l’importanza della manutenzione di #kokoro e di quanto il segreto sia importante è “yutori ga aru”
ゆ と り が あ る dove “yutori” è lo spazio, il tempo, la libertà e l’agio nella gestione di entrambi e “ga aru” significa avere, esserci, possedere.

“Yutori ga aru” spiega bene il senso di tranquillità che proviene dal non essere stretti né di spazio né di tempo, potendo decidere la modalità di gestione di ogni cosa.

Questo concetto ha molti punti di contatto con la necessità di serbare informazioni di cui non si mettono altri a parte.

“Yutori ga aru” è allora stare larghi nel sentire, lasciarsi da parte piccoli ritagli di tempo, scampoli di spazio da sfruttare quando la vita ci stanca. Significa, per esempio, lasciare in frigo, avvolta nella pellicola, l’ultima fetta di torta, in archivio l’episodio di una serie tv che ci rigenera il venerdì sera, un’ora segreta della mattina – mentre magari il neonato ci dorme accanto – in cui leggere il capitolo di un libro amato, avere un’ora per andare in un caffè a rilassarci.

da Laura Imai Messina. “WA, la via giapponese all’armonia” (Vallardi , 2018)
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*bellissimo scatto di Hachiya_san a 藝妓街 祇園四条

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Ciò che non si dona, si perde

Se esco passeggio. Sono spesso struccata, indosso abiti senza raccordo. Il cappello, la mascherina, il cappuccio.
Poi mi accorgo che manca l’occhio dell’altro o meglio, l’allineamento. Perchè a Tōkyō la gente parla dell'”elegantissima Europa”, degli italiani che sono maestri di stile, ma ignora la forza della propria bellezza. Sono uomini e donne estremamente curati, che è un piacere guardare.
Anch’io ho sempre amato curarmi. Accarezzare le ciglia, approfondire lo sguardo, spalmare marmellata beige sulla faccia.
E allora ho deciso che ogni giorno – per quanto sia il mare il mio solito interlocutore, gente che corre, strade anche semi-deserte inzuppate di notte – ecco, ogni giorno io mi trucco, mi vesto bene.
Non ho da risparmiare per un tempo che verrà. Perchè, in fondo, che ne so se verrà veramente?
Non risparmiare mai nulla. Perché ciò che non si dona si perde.
Lo credo per la scrittura, lo credo anche per la materialità delle cose.
E che meraviglia, dopo una giornata tutta trascorsa davanti al computer, uscire.
Sentirsi, anche per sbaglio, un po’ bella.