«Ci si può preparare»

«In un momento in cui non si può viaggiare, cosa si può fare?»

«Ci si può preparare a viaggiare.»

Ho risposto così, oggi, durante un’intervista. E mentre lo dicevo capivo quanto fosse vero.

Ricordiamo solo le esperienze per cui abbiamo faticato. I viaggi per cui ci siamo preparati a vedere. Per cui abbiamo studiato i percorsi, qualche frase, i cibi che avremmo voluto mangiare. La storia.

Conoscere le cose, in fondo, significa creare nella nostra mente un #posto per loro. Un posto che prima non c’era.

Come una stanza dipinta per un bimbo in arrivo, la tavola apparecchiata per due, l’ospite che suona il campanello.

Ogni #libro che scrivo ha in parte quel senso.

– Se è un romanzo – che metta in luce sentimenti che erano pure dentro di sé, ma come i vestiti in una stanza senza un armadio, erano a terra, sgualciti, un posto per loro non c’è.

– Se è un saggio – che metta in luce cose che erano nel mucchio e che, venendo in questa terra, si noteranno – certi rituali descritti in «Tokyo tutto l’anno», certi comportamenti dei giapponesi in «Wa».

– Se è un libro di fiabe come «Goro goro» non cambia. Perché ci scommetto, che la prossima volta che verrete in Giappone e guarderete il Monte Fuji, penserete a Daidara-bocchi, il Daruma non sarà solo un oggettino carino posato sugli scaffali di un negozio ma vi racconterà la resilienza, la sua storia. E le volpi 🦊 – disseminate ovunque nei santuari – vi racconteranno la trasformazione, il senso dell’Ombra per Jung.

Ricordiamo solo le cose su cui abbiamo faticato. Le cose che abbiamo studiato. Riconosciamo solo ciò che sappiamo.

Photo Credit 📷 @yu_ya____1173 via @giapponizzati


“Raccontare l’altrove”

Sono finite venti ore.
Ma in venti ore che fai?
Parli, leggi, ascolti. Poi accade un terremoto e ti devi alzare per scomparire dal riquadro dello schermo per salvare un vaso colmo d’acqua (e un solo fiore) che sta per cadere. Ascolti storie, la percezione di im-perfetti sconosciuti di questo strano concetto di «altrove» che, alla fine lo capisci, significa talmente tante cose che forse è proprio una parte del sé.
In venti ore c’è chi riesuma il cuore – che chissà dove lo aveva fatto scappare, chi tira su ricordi belli e atroci e scopre che basta continuare a immergerci le mani per pescarne altri. In venti ore si diventa palombari, e si cerca la bellezza ovunque, si osserva con occhi nuovi la propria via, finestre, portoni, citofoni che erano lì eppure… Ci si accorge che Georges Perec aveva ragione, che le cose per esistere devono urlare.
In venti ore scopri che Murakami in Italia ha scritto «Norvegian wood – Tokyo blues», a Roma «Dance dance dance» e che non è stato felice. Che se ti ricorda Carver c’è un perché.
In venti ore c’è chi trova New York, Hong Kong, Tokyo a Bologna, in Sicilia, chissà dove.
In venti ore si scopre che ci vuole coraggio. Anche a buttare giù i ricordi o un diario.
Il primo giro del mio corso “Raccontare l’altrove” per la Scuola Holden è finito ieri notte.
Scrivere è un modo per ricordare che vivere è collezionare memorie e, per non dimenticare quello che ci accade, serve uno sforzo, l’abitudine a fermare. Serve persino rischiare di non prendere un aereo, di non parlare una parola di giapponese in una ryokan dove la carta di credito non fa il suo mestiere. Imparare cose nuove. Sottrarre le parole.

E per me sarà sempre Carolina che cercava Milano dentro Berlino, Maria che trovava un pezzo di Taranto in Torino, Giulia che ha sollevato tra le dita la sua infanzia, Ludovica che ha troppi talenti e deve scegliere su quale concentrarsi, Alessandra che fa l’ostetrica ma ha un grande voglia di raccontare, Serena che ha la meraviglia persino nelle virgole e nei punti e ama in due lingue e due città differenti, Gabriella e i suoi giardinetti di Osaka che si ingoiano tutte le periferie del mondo, Nadia che trascina nel racconto – qualunque racconto le venga in testa, Paolo che ha una capacità rara di spiegare l’ironia e insieme la bellezza del suo mondo. Chiara che è timida ma ha un grande cuore. Mara che sta defilata ma avrebbe tante cose da dire. Andrea, che ora aspetto il libro e non aver paura di tentare (non averci provato e poi rimpiangerlo tutta la vita: questo sì che deve spaventarti). Davide – che non si capisce perché mai non abbia buttato giù se non un romanzo almeno un blog di successo. Maria Rosa che è timida ma che, quando parla, crea un’aureola di silenzio intorno a sé. Nicoletta che deve mettersi al centro. Patrizia che è pura energia, di quella tempra che sa prendere a morsi la vita. Patrick che quando lo leggi davvero ti pare d’essere risucchiato altrove – e ti invoglia a restare.

Lo dicevo altrove che mi innamoro delle persone. Dell’essere umano nelle persone.
Ed ecco che per me Mara, Alessandra, Serena, Antonella, Nadia, Nicoletta, Giulia, Patrick, Maria Rosa, Ludovica, Andrea, Gabriella, Maria, Davide, Chiara, Patrizia, Paolo, Carolina, anche Carmen che doveva andare e Francesco che aveva esami da fare, sono stati un innamoramento.
E come sempre quando si tratta di “insegnare”, ho la conferma che in nessuna occasione si impara tanto quanto quando si prova a insegnare. Grazie quindi. Grazie di cuore.

Sono una madre, ma non sono brava.

Sono una madre, ma non sono brava.
Anche per una madre imperfetta, tuttavia, c’è un tempo buono in cui poter condividere la parte migliore di sé. È il tempo della fiaba per me: io, Sōsuke ed Emilio nel futon, la torcia accesa che appoggio in equilibrio sulla testa, l’oscurità e la parola che li conducono al sonno.
Leggendo libri ai miei bambini mi pare ogni volta di entrare in una terra franca, in un ambiente in cui i protagonisti non siamo più noi. Mi spoglio dell’ansia d’essere una madre migliore, faccio le voci, ne studio la grana, i piccini fanno domande, accarezzano con i polpastrelli le illustrazioni, commentano a modo loro i disegni e le parole.
È stata una immensa consolazione scoprire che, per quanto male fosse andata una giornata, rimaneva uno spazio sacro tra noi. ‘Leggere libri ai bambini’ e ‘scrivere libri per bambini’ tuttavia non coincide. Ho studiato per mesi il patrimonio favolistico del Giappone, l’onomatopea. Ho scelto, mischiato, incrociato, annodato temi e motivi di questa meravigliosa cultura. Ma non bastava ancora.
Ho capito che narrare all’infanzia significa sottrarre, non solo parole, ma il sé. Mettere al centro la storia, eliminare l’ego, la bella frase, la morale a tutti i costi. È un esercizio di umiltà.
Forse è per questo che ho amato particolarmente realizzare questo libro. Mi ha insegnato, ancora una volta, il senso del mio lavoro. Perché scrivere significa innanzitutto raccontare una storia.
Sciogliersi in lei. A suo modo, sparire.
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Per questo ieri notte, quando Sosuke – finita la terza fiaba e già calato nel futon –ha sussurrato: «Mamma, quando finiamo di leggere Goro goro ricominciamo da capo?», ho risposto «Davvero ti piace?» ma già ero commossa di tutto il senso di colpa che provo per lui.
«Mi piace moltissimo» e, piegando la testa verso il cuscino, in posizione fetale, ha concluso come una buonanotte: «Mamma, scrivi anche un altro libro».
Ho continuato a piangere di lacrime zitte, quelle senza forma che ti dicono che sì, come madre sei piena di mancanze, ma magari un canale di comunicazione speciale con questi due piccoli uomini lo puoi creare nuovo, da te.

Goro goro 1

「七転び八起き」/nanakorobi yaoki/ “Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava”
È uno dei miei proverbi preferiti.
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Perchè le volte potrebbero essere anche dieci, venti, cento. Ma è quell’undicesima, quella ventunesima, quella centounesima che fa la differenza, che definisce la tempra di un uomo e di una donna. La loro determinazione, l’attitudine alla gioia.
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Che poi basterebbe un po’ di lungimiranza e insieme un po’ di osservazione del passato.
Dietro a un successo quanti fallimenti ci sono? Di sicuro ci sono più fallimenti che successi nella vita di ognuno. E chi quei fallimenti non li ha guardati da vicino, spesso non sa come riprendere il cammino se mai gli capita di perdere la strada.
Quando mi dicono che sembro forte, anche se raramente mi ci sento, capisco che in fondo è un poco vero. Perchè? Perchè ho dovuto sempre faticare per ottenere ciò a cui tenevo, perchè nulla è arrivato con semplicità, gratuitamente.

Perchè, fondamentalmente, so da dove ha origine la mia felicità.
E quando la smarrisco, dopo un primo momento, ricordo quante volte ce l’ho fatta. Ricordo la strada percorsa le altre volte.
Riprendo il sentiero. Ricomincio a camminare.
Ed è per questo che l’ho inserito in “Goro goro”, perchè è un messaggio che vorrei arrivasse a chiunque, a grandi e piccini.

La scrittura è una bambina

Ricordo che scrivevo e piangevo. Scrivevo e piangevo.
Ero al secondo piano dello Starbucks accanto alla stazione di Kamakura, nell’angolo più appartato, sola.
E, come si trovasse subito dietro di me, nella coda dell’occhio che, per quanto mi voltassi, si spostava sempre un poco più a destra o sinistra, c’era il mare.
Rivedevo l’acqua ingoiare la città – una qualunque – e strappare la gente come erbacce, un cane – un piccolo cane giallo, circondato e poi assalito dalle onde. Lo tsunami riportare tutto al livello elementare: la vita o la morte.
Il ricordo di uno di quei 45 giorni in cui ho scritto “Quel che affidiamo al vento”, è tornato su per una musica che ascoltavo incessante in quelle ore, uno dei brani che non ho potuto inserire nel libro (♪”Happiness does not wait” di Olafur Arnalds) ed è entrato per caso in questa giornata, e per la lettera di una figlia e di una madre – una delle tante che mi giungono ogni giorno (ogni giorno!) su Instagram o altrove – che raccontava di due perdite importanti, una sorella e un padre, e di come il libro avesse fatto a entrambe bene.
La scrittura ci supera sempre, ho pensato. E’ come la bambina dal passo più svelto che corre, va avanti a vedere e poi si volta felice, torna, ci prende per mano e ci dice “Fai presto, che è bellissimo lì!”, “Ma dove?”, “Poco più in là. Vieni, vieni a vedere!”.
E in ogni momento, anche uno infelice, penso che sia quella bimba, precisamente quella che va in avanscoperta e mi anticipa la gioia di quanto mi aspetta, a salvarmi il cuore. E quindi la vita.
La felicità, no. La felicità non aspetta.
*In foto qualche tempo fa. Quando ho capito per la prima volta quanto la gioia di una addizione coincidesse perfettamente con la paura della sua sottrazione.