Tokyo è Itaca per me

Sembrano le cascate del Niagara ma è solo luce. Tōkyō mi ha salutata così, mentre la sorvolavo al tramonto.

E quando una città ti tratta in questa maniera è impossibile lasciarla andare. Perché l’amore migliore è quello che ti dà quanto vuole, quando se la sente, senza pretendere in cambio quasi niente.

Per quanto lontano potrò mai andare, so che Itaca è questa per me.

Grande Tōkyō. Piccola Tōkyō mia.


Arcobaleno a Naoshima

Ora. Proprio ora a Naoshima.
Nello Shikoku, il Giappone della provincia. ❤️

E intanto scrivo un articolo che troverete presto su la Repubblica 🎏


Boltanski e i battiti del cuore

Boltanski mi ha insegnato che si possono collezionare non solo francobolli e monete ma #battiti del #cuore.

Che serve ricordare per poter dimenticare. Che la memoria è fatta di cose praticissime, di oggetti, di luce. Soprattutto di intenzione.

Esiste in Giappone, nell’Isola di #Teshima un Archivio del Cuore (Les Archives du coeur) che raccoglie la musica interna del sangue di migliaia di persone. Raccolti in svariati pezzi del mondo, Boltanski li ha voluti custodire qui, in questo paese che lo ha accolto sempre con grande attenzione.

E io devo a un mio amatissimo professore (Matsuura-sensei) la conoscenza di Christian #Boltanski, di cui mi capita così spesso di parlare, un artista dalle suggestioni immense che mi è entrato (letteralmente) nel cuore e che oggi muore.

Allora ripenso a quante diverse #collezioni abitino le vite. C’è chi colleziona libri, chi autografi, chi figurine, chi pupazzi o oggetti a forma di rane. E poi ecco: battiti del cuore.

Ognuno ne colleziona uno, il proprio, cui si aggiunge nel tempo il ritmo sincronizzato – ma quanto perfettamente? – di altri. E in uno di quegli slanci che mi fanno sentire più felice di essere al mondo, mi viene voglia di registrare il #battito cardiaco delle persone che per me sono più importanti, metterli insieme, stare a sentire che musica fanno. Sentire il ritmo affollato delle vite che ho attorno.

🎋 Qui il link in inglese agli Archivi del Cuore sull’Isola di Teshima https://benesse-artsite.jp/en/story/20210611-1665.html


Un nuovo nome

Ieri pensavo al peso specifico del nome quando lo si pronuncia. A quanto sia bello posare le labbra su ogni sillaba, l’impronta digitale nel suono.
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Consonanteconsonantevocale doppiaconsonantevocale consonanteconsonantevocale.
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La familiarità non è il diminuitivo (né il vezzeggiativo) è proprio l’eco del nome originario, quello che mi ossessiona perché è il primo dono e insieme la prima imposizione che ci porta nel mondo.
E mentre scrivevo il romanzo ripercorrevo il ricordo di persone nella mia famiglia che da adulte hanno cambiato all’anagrafe il proprio nome perché non gli piaceva, altre che hanno finto di divorziare solo per recuperare il proprio cognome, ricordavo il sacrificio di Ryosuke nel prendersi sulle spalle anche il mio cognome per fare felice mio padre, nella mia gioia nell’inglobare il suo nel mio, nel regalarlo compatto ai due bimbi che accudiamo insieme.
Ed è bellissimo accogliere nuovi nomi nella propria vita, nuove persone. Applicare a un nome anche comune quel volto specifico, quella voce.
E per ognuno che dice «Laura» io un po’ mi emoziono, che sia un uomo o una donna non cambia. Perché la pronuncia è diversa. E perché, a mia volta, posso tenere nella bocca le sillabe del nome di un’altra persona.
Così ognuno, nella mia mente, si spezza in più volti. E ognuno ha la sua storia.
Mi piace da matti questa cosa, per cui condividiamo in milioni il medesimo nome. Persone diversissime per età, provenienza, carattere, tratti del volto. Individui che si voltano tutti insieme se pronunci una sola parola.
«Laura?»
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📷 Gregory Colbert, fotografo da sempre amatissimo.

L’ESSENZIALE _Il Figlio del Foglio

Sōsuke ha bisogno di dire più sì. Emilio ha bisogno di cadere nelle storie per farsi più calmo.
Sōsuke ama i suoni improvvisi, le onomatopee che tirano piccole orecchie dentro a pagine meno illustrate, Emilio ama Daidara-bocchi, il gigante della tradizione giapponese, che si dice abbia creato il monte Fuji con le sue manone. Sōsuke si affeziona alle storie – quando finiscono pare un po’ triste. Emilio non riesce a non fare domande mentre si legge. Entrambi amano allungare le ditine sui disegni e contare, seguire il confine delle figure.
 Tengo un quadernino Moleskine da quando Sōsuke ed Emilio sono nati, uno per ognuno. L’ho inaugurato per trascrivere commenti, frasi ai miei bimbi, per quando saranno grandi, come qualcosa da consegnare quando andranno via di casa e avranno bisogno di ricordare quanto amore li ha preceduti. La verità, però, è che non trovo mai il tempo, o meglio, non riesco a creare quel tempo per compilarlo. Sono una persona incostante e il tempo scivola tra le crepe di un giorno, pulizie, asilo, di fretta, tutti in bici, dove sono le chiavi?
 Poi, un giorno, ho pensato – come si pensano le cose belle ma forse impossibili da realizzare, quelle che sono così lontane da te che, chissà, magari ci puoi pure provare – ecco, ho pensato che l’unica maniera di dire loro qualcosa, di stargli vicino, di trovare una forma nuova per parlare ai miei figli e spiegare loro quale mistero tiene la mamma attaccata a un rettangolo illuminato, dove in mano, dove più grande sul tavolo del soggiorno, fosse scrivere non a loro ma per loro. Sōsuke ha cinque anni, Emilio ne ha tre. Ho scritto un libro di favole.
 Di fiaba in fiaba ho messo dentro l’essenziale – come l’occorrente in una sacca da viaggio.
Per ogni fiaba ho nascosto un messaggio, una delle frasi non scritte sul quadernino.
«Per quante volte si cada, ci si rialzerà sempre. Lo vedi Sōsuke? Proprio come il bonzo Daruma che perde i pezzi per strada ma, alla fine, rotola che è una meraviglia».
 «La paura, Emilio, non è una brutta cosa. Anzi! Guarda la piccola volpe Ko-kitsune-ne: proprio grazie alla paura, lei scopre il modo di illuminare il cielo di Yamato di fuochi d’artificio: nessuno c’era riuscito prima di lei».
 «Non è amare tanto che importa, bambini, ma bene. Come il pastorello Hitsuji-boshi che si impegna per amare con rispetto e dolcezza la principessa della stella Ori-hime mentre il demone del vento Fūjin la vuole per sé e basta. Notate la differenza?».
 «Le bugie non sono nient’altro che storie, piccini miei, se la realtà non vi sta bene la potete trasformare, inventatela nelle storie come fa Uso-tsukino, il bambino più bugiardo delle terre di Yamato!».
 «E poi, ricordate, come dice la dea della Primavera all’uccellino Uguisu, non serve parlare tanto, anzi, è meglio dire meno ma meglio. In generale meglio poco ma buono!»
 Dentro Goro goro ho messo l’Occidente della madre e l’Oriente del padre, perché nel miscuglio che sono, ritrovassero quel mondo mescolato che è il loro sangue. So che un giorno questi due bimbi dai nomi lunghissimi (Claudio Sōsuke ed Emilio Kōsuke) e dal doppio cognome (Imai Messina) partiranno e decideranno dove allungare le proprie radici, in un luogo tra Italia e Giappone, o magari in un terzo posto del mondo.
 E allora, in questo libro di fiabe, ho messo al centro il viaggio, ma il tesoro non è mai l’obiettivo. Del resto, Cristina Campo scriveva che il bottino, in fondo, in nessuna fiaba si sa praticamente dove va a finire, che le immense ricchezze di diamanti e rubini non servono a nulla; anzi “accade in ogni fiaba che, partiti per avere una cosa, se ne riceva misteriosamente un’altra.”
 In questo libro che ho scritto per loro, ho messo tuttavia anche un messaggio per me.
 L’ho fatto pronunciare a Uso-tsukino, quando un Orco Dentone gli domanda il suo lavoro: «Io? Nella vita cresco… sono un bambino» rispose Uso-tsukino con educazione.
 È un promemoria per me: stanno imparando a vivere in questo mondo molto più complicato delle fiabe che ho scritto per loro. Crescere è la cosa più complicata che c’è. «Non mettergli fretta, Laura. Il loro lavoro non è meno importante di quello che fai tu.»
Pezzo uscito su IL FIGLIO DEL FOGLIO (13/03/2021)