“Storia della mia pelle”

Fin da piccola ho un’ossessione. Dove finiscono, dove iniziano le cose? Dove? Esattamente dove?

Il confine di una spalla, ad esempio, il punto esatto in cui si tramuta in schiena; oppure la luce quando, aprendo una serranda, tutto inonda – il momento in cui tutto esce dal buio e si mostra.

E un sentimento: dove finisce, dove inizia?

Fin dai tredici anni ho avuto una pelle complicata. Dallo sviluppo, certo, ma soprattutto dall’idea di dover essere perfetta.

Perché avevo piccoli brufoli in viso, impercettibili a volte, appena dolenti, invisibili anche. Ma il punto non è mai avere le cose, è gestirle.

Mi sono massacrata per anni, con le dita, con le unghie, talvolta con cosechelasciastare, e mai per sbaglio o disattenzione. Ferite profonde, croste, un campo di fragole che celavo col trucco, interdicendo a chiunque la possibilità di vedermi struccata. Ho coperto in casa gli specchi per decenni per evitare di notare l’imperfezione e infierire – e ancora oggi i miei storici amici ricordano gli specchi coperti nel bagno, le lampadine che non cambiavo appositamente, Ryosuke che prima di uscire di casa doveva mettersi in punta di piedi per controllare di avere i capelli messi per bene e la barba, niente, c’era solo da rinunciare perché sullo specchio avevo attaccato il giornale. E c’è da ridere forte a ricordare quest’uomo gentile che per un anno intero (davvero) si è messo due bende incrociate (da pirata!!! di quelle che si acquistano in farmacia) per dormire con la sottoscritta.

E poi?

E poi è successo che, circa tre anni fa – senza rendermi conto di cosa iniziasse, di cosa finisse – ho smesso.

Come è successo? Non ne ho idea, mi è uscito di mente.

E ora sono liscia liscia, esco struccata di casa, e se anche qualcosa compare, lo lascio stare. È uscito dalla mia sfera di attenzione.

Allo specchio del bagno di casa nostra, tuttavia, ancora aderisce uno strato di carta speciale su cui ogni anno, ad ogni compleanno, Ryosuke mi scrive un messaggio di auguri – per me che tanto soffro quel giorno (non per l’età, no, ma per l’aspettativa di una gioia che mi rende sempre un po’ triste), archeologia del ricordo della mia pelle, divenuta, suo malgrado una lezione.

Perché la morale di questa storia della mia pelle è che non esiste morale. Che non c’è modo di interrompere nulla né, spesso, di farlo cominciare. Serve solo avere fiducia nel fatto che molto inizia e tutto finisce.

E che non pensare alle cose è impossibile esattamente come pensare alle cose.


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