Battezzare le cose

“L’uomo incomincia ad amare il giorno dopo aver detto ‘amo’.”

Vicktor Sklowskj

 

I bambini dell’età di Sousuke talvolta ti chiamano e poi non ti dicono nulla. Solo chiamarti li rallegra, sapere che ci sei, che rispondi al contatto. Che sempre, se ‘sempre’ è qualcosa che esiste, ci sarai.

«Mamma», sospende Sousuke.

Non vuole nulla, tranne quel sì di risposta. Sei qui, sei presente in questo mio piccolo mondo nuovo? Ci sono, ci sono, mi vedi? Ti vedo, sono felice che sei qui.

«Mama

«Dimmi ciccino!»

Ride poi si volta, pare in quella movenza cancellare con la gomma quel che era e stava per dire. Interrompe, solo per poter all’infinito ricominciare.

«Mamma?»

«Sì, Souchan, cosa c’è?»

Il linguaggio è ancora una scoperta. I bimbi assaporano letteralmente le parole, il gusto di emettere quel suono, la soddisfazione nel notare l’effetto di realtà che producono su un mondo che, fino ad allora, era stato tutto un ricevere e meno un dare, perlomeno non nella medesima forma.

Come accade a tutti i bilingui, anche Sousuke mescola le lingue, non avverte confine tra un linguaggio e un altro. Inizia tuttavia a capire che è con me che certe parole hanno effetto, che a volte – quando fingo giocando di non capire – a me sono altre le parole da dire.

Come scrive Sklowskj, che ho citato in esergo, si inizia ad amare dopo aver usato la parola ‘amo’.

Ho sempre creduto che a questo servano i libri, la conoscenza che conservano dentro, a dare un nome alle cose. Battezzarle in fondo significa questo, vederle per la prima volta, rendersi conto della loro esistenza. Una vita che, riconosciuta, si fa di un tratto popolata di cose, sentimenti che si declinano – una volta imparati nel generale – nel singolare di ognuno di noi. Cosa è il dolore in generale, cosa è il mio, cosa il mio in questo preciso momento. Cosa è la speranza, cosa la mia, cosa la speranza in questa determinata situazione.

Tuttavia in ogni lingua accade. Che certi spazi del mondo restino al buio, e che un’altra cultura li sappia invece mettere in luce. Esistono termini che riassumono ruoli e, in questa operazione, divaricano il loro senso.

Vedi la parola “nipote”, che in giapponese distingue il figlio di un fratello o di una sorella, differenziando il maschile dal femminile con un termine a testa, da quello che indica invece un diverso grado di parentela, il figlio o la figlia dei propri figli, nel punto di vista quindi dei nonni. Ma è pur vero che il nostro “nipote” ha sfumature belle di significato pur nell’unicità morfologica della parola: “nipote” diventa luogo affettivo abitato anche da bambini o ragazzi che ci sono idealmente parenti, in una scelta del cuore, benché nella pratica del sangue non lo siano. Io, per dire, sono e mi sento profondamente “nipote” di zia Antonietta, una delle amiche più care di mia madre.

Poi esistono parole che nella traduzione perdono di senso, che risultano innecessarie, gratuite. Come il nostro bel “invece”, che i giapponesi comprendono pure, ma non avvertono il benchè minimo bisogno di usare.

E formule poi come 「よろしくお願いします」/yoroshiku onegaishimasu/ che raccolgono la benevolenza dell’altro, stringono una relazione nel saluto, accomiatano formalmente, promettono un successivo contatto eccetera eccetera, oppure 「ごちそうさまでした」/gochisōsama deshita/ per cui si ringrazia del pasto ricevuto, sia che sia stato semplicemente buono, sia che qualcuno ce lo abbia offerto a casa sua o semplicemente pagato, o che, anche se non lo abbiamo particolarmente gradito, comunque funge da formula di saluto all’uscita da un ristorante.

E ancora il quadrato a doppia freccia composto dalle formule di saluto che in giapponese si spendono doppie – nell’enunciazione e nella risposta – quando si esce di casa o da un luogo cui si farà ritorno in un secondo momento, e nell’incontro che scioglie la separazione e riporta chi si era allontanato al luogo di partenza:
Ci ho sempre avvertito una porzione d’amore in questo scambio. La familiarità che cresce come una torta nel forno, lievitando tante più volte quei saluti ce li si scambia, a turno, praticando una sorta di gioco di carte.

⇒ いってきます~ /ittekimasu/ traducibile con un “Esco/Vado”
☞ いってらっしゃい~ /itterasshai/ quasi un “Buona giornata”, tendenzialmente un “buon qualunque cosa farai”
↺ ただいま~  /tadaima/ “Eccomi, sono tornato/Ciao, sono a casa”
☚ お帰り~  /okaerinasai/ “Bentornato”

Poi ecco un’altra parola di estrema bellezza come 「木漏れ日」 komorebi, che sta ad indicare la luce filtrata dalle ramaglie e dal fogliame che cade dall’alto. E’ composta dai kanji di “albero”, dal verbo “filtrare, gocciolare” e da /hi/ che qui sta a indicare il sole. Le macchie su un sentiero, la luce irregolare e tremolante dopo un temporale, quella spezzata da un arcobaleno.

E un’altra infinità.

Quest’anno sarò a Libri Come, lo splendido festival del libro a Roma, che si tiene a metà marzo. L’argomento è la felicità e per me, che della gioia ho fatto l’argomento di tre anni di vita e di scrittura, di una gioia complessa ma intensa, spesso capitata per vie traverse, immeritata nell’immediato ma radicata in quello che è ogni persona, sarà un ritrovarmi nei temi che ho accarezzato tanto a lungo.

Spero proprio in tanti verrete a incontrarmi.

Quando mi hanno domandato la traduzione del titolo del nuovo romanzo, ho fatto fatica. Come esprimere quel sentimento di gioia che si prova profondo, ma di cui si ha paura, quasi potesse sfuggire nel dichiararlo con chiarezza, tanta è la fragilità:『語りえぬよろこび』

Non oso dire la gioia

 

La gioia, in giapponese, come è? Che cosa significa, in fondo, nel passaggio di cultura?

Leggo, rileggo libri sull’argomento, in giapponese, in inglese, in italiano, mi preparo a spiegarla come essa si delinea nel Giappone del mio quotidiano e nella cultura occidentale che mi porto incisa addosso.

Cosa significa essere felici per un giapponese? Cosa ne distingue la sostanza da quella di un italiano? Lo scarto, se c’è, dove è collocato?

Ecco allora che, oltre ogni confine creato artificialmente da una lingua, gioia sa essere qualcosa di universale.

È anche ripetere un nome che non è proprio, eppure indica una sola persona nell’immaginario di chi lo pronuncia. Come, appunto, 「ママ」/mama/. Mamma.

Sousuke lo dice e, in una folla infinita, solo io sarei a girarmi e a replicare:

«Dimmi ciccino, che c’è?»


4 commenti su “Battezzare le cose

  1. Thomas says:

    Più di chiunque altro, i bambini
    hanno un maggiorato bisogno di certezze. Fa parte della loro natura. Ed anche del conseguente contemporaneo percorso insopprimibile di crescita. È un’esigenza superenergica che li porta gradualmente ad inserirsi in pianta stabile nel flusso della vita. Tra questi loro punti fermi, irrinunciabili, ci sono piccoli grandi riti e gesti quotidiani. Cose minime, di gioco, che per loro hanno però un valore fondamentale. Spesso ho infatti sentito dire dalla piccola di casa: “Sto facendo una cosa molto importante”. Magari stava solo pasticciando con i colori su un foglio di carta, (eh!…imbrattando un vestitino appena lavato…per la “gioia” della mamma!)
    Niente di salvifico o prodigioso, quindi. Solo serena normalità. Eppure, in quel preciso momento, nella dimensione immaginativa della sua fantasia, librata in volo in un’infanzia magica senza confini, era come se stesse costruendo/salvando il mondo intero. Un mondo eretto e capito, giorno dopo giorno, specialmente a partire dall’attribuire un nome alle cose. Spesso inventando termini, suoni, definizioni, smorfie, gesti. Sempre, comunque, creando personalissimi momenti di comunicazione originale. Dinamiche, queste, in grado di fungere da “battesimo laico”, (“battezzare le cose” è una definizione che hai centrato in pieno). Pertanto: una sorta di speciale “cerimonia simbolica” in cui dare ufficialmente nomi propri a ciò che si osserva e s’impara ex novo. Ne scaturiscono, in tal modo, nuove formule ed agili frasari “genitori-figli”. In sostanza: dei veri protocolli di osmosi emozionale, consuetudine supportata dall’inventare dal niente una parola, che poi regala vita ad un concetto. Insomma, è come cucire un “abito” dialettico su misura, una stoffa, artigianale ma preziosa, che vesta al meglio le “cose/corpi” che i piccoli incontrano nell’apprendere. Così, in breve, questi neologismi infantili, spesso più intelligenti del linguaggio dei grandi, sintetizzano genialmente l’essenza/significato degli oggetti che ci galleggiano attorno. E non solo: prestissimo arrivano a diventare effettivi codici di comunicazione rituale, una sorta di “linguaggio esperanto domestico”, un idioma privato che rinsalda i legami e consegna ai bambini un senso di sempre più solida assimilazione dell’esistenza. E questo è un elemento utilissimo a permettergli di fronteggiare la pressione del vivere. È per questa ragione che ascoltare con attenzione e rispetto i propri figli, (ma anche tutti i bambini in generale, è ovvio), ha così corposo/felice valore: tutti ti regalano un formidabile combustibile morale che alimenta a tutto gas una modalità alternativa di descrivere e fotografare la realtà. Compito, questo, che senza la loro opera di traduzione ed interpretariato emozionale, rimarrebbe tristemente vuoto e oscuro. E in quel buio, freddo e desolato, noi adulti saremmo tutti molto più fragili e incompleti. E, soprattutto: inconclusi.

    1. Laura Imai Messina says:

      Splendida riflessione. Come sempre ti leggo e mi sento arricchita. Grazie!

  2. Thomas says:

    Io ringrazio te, per l’apprezzamento e per lo spazio intelligente di libertà che metti a disposizione di chi voglia proporre i propri pensieri interagendo con i tuoi.
    Buon lavoro e buon anno. Thomas.

  3. Lia Caporin says:

    Buongiorno Laura,
    innanzitutto complimenti per essere sempre illuminante…
    Volevo chiederti una info veloce: sai se esistono delle festività che coinvolgono Giappone e Italia insieme? Es. anniversari particolari, curiosità…
    Grazie di cuore,
    Lia

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*